Marc Bloch.
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La societ feudale.
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Parte 1.
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Titolo originale: La socit fodale.
Traduzione di: Bianca Maria Cremonesi.
1949. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Introduzione.
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PARTE PRIMA La formazione dei vincoli di dipendenza.
Sezione prima: L'ambiente.
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Libro primo: Le ultime invasioni.
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CAPO 1: Musulmani e ngari
1. L'Europa invasa e assediata.
2. I Musulmani.
3. L'assalto ungarico.
4. Fine delle invasioni ungariche.
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CAPO 2: I Normanni.
1. Caratteristiche generali delle invasioni scandinave.
2. Dalle razzie agli stanziamenti.
3. Gli stanziamenti scandinavi: l'Inghilterra.
4. Gli stanziamenti scandinavi: la Francia.
5. La cristianizzazione del Nord.
6. Alla ricerca delle cause.
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CAPO 3: Alcune conseguenze e alcuni insegnamenti delle invasioni.
1. Il disordine.
2. Il contributo umano: la testimonianza della lingua e dei nomi.
3. II contributo umano: la testimonianza del diritto e della struttura sociale.
4. Il contributo umano: problemi di provenienza.
5. Gli insegnamenti.
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Libro secondo: Le condizioni di vita e l'atmosfera mentale.
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CAPO 1: Le condizioni materiali e la tonalit economica.
1. Le due et feudali.
2. La prima et feudale: il popolamento.
3 La prima et feudale: la vita di relazioni.
4 La prima et feudale: gli scambi.
5. La rivoluzione economica della seconda et feudale.
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CAPO 2: Maniere di sentire e di pensare.
1. L'uomo di fronte alla natura e al tempo.
2. L'espressione.
3. Cultura e classi sociali.
4. La mentalit religiosa.
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CAPO 3: La memoria collettiva.
1. La storiografia.
2. L'epopea.
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FINE Indice.
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Introduzione.
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Solo da un paio di secoli un libro avente per titolo La societ feudale pu sperare di fornire in anticipo un'idea del suo contenuto. Non che l'aggettivo, in s, non sia abbastanza vecchio. Nella sua forma latina - feodalis - risale al Medioevo. Il sostantivo "feudalesimo", pi recente, risale al pi tardi al secolo diciassettesimo. Ma l'uno e l'altro termine conservarono a lungo un valore strettamente giuridico. Essendo il feudo, come vedremo, una forma di possesso di beni reali, veniva inteso con feudale "quel che concerne il feudo" - diceva il dizionario dell'Acadmie franaise - e con feudalesimo ora "la qualit del feudo", ora gli oneri propri a questo. Nel 1630, il lessicografo Richelet dice che eran "termini di giuristi", non termini storici. Quando si pens di allargarne il senso sino ad usarli per designare uno stadio di civilt? "Governo feudale" e "feudalesimo" figurano, in questa accezione, nelle Lettres Historiques sur les Parlemens, pubblicate nel 1727, cinque anni dopo la morte del loro autore: il conte di Boulainvilliers(1).  l'esempio pi antico che un'indagine abbastanza accurata mi abbia permesso di scoprire. Forse un altro studioso sar, un giorno, pi fortunato. Boulainvilliers era un uomo veramente singolare: a un tempo amico di Fnelon e traduttore di Spinoza, soprattutto ardente apologista della nobilt, che egli immaginava discesa dai capi germanici, una specie di Gobineau ante litteram, con minor estro ma con maggior dottrina; ci si lascia volentieri tentare dall'idea di fare di lui, sino a pi ampie informazioni, l'inventore di una nuova classificazione storica. Poich, in verit, di questo si tratta, e i nostri studi hanno conosciuto poche tappe cos decisive come il momento in cui "Imperi", dinastie, grandi secoli - ciascuno d'essi raccolto sotto l'appellativo di un eroe eponimo - in una parola, tutte queste vecchie spartizioni, nate da una tradizione monarchica e oratoria, cominciarono a lasciare il posto a un altro tipo di divisioni, fondate sull'osservazione dei fenomeni sociali.
A un pi illustre scrittore era tuttavia riservato di dare diritto di cittadinanza all'idea e al suo nome. Montesquieu aveva letto Boulainvilliers. Il vocabolario dei giuristi non aveva, d'altronde, nulla che lo sgomentasse; la lingua letteraria doveva infatti arricchirsi per merito suo delle spoglie di causidici e notai. Se pare che egli abbia evitato il vocabolo "feudalesimo", certo troppo astratto pel suo gusto, fu senz'altro lui a imporre al pubblico colto del suo secolo la convinzione che le "leggi feudali" caratterizzarono un momento della storia. Dalla Francia, le parole, con l'idea, si irradiarono sulle altre lingue d'Europa, ora semplicemente calcate, ora, come in tedesco, tradotte (Lehnwesen). La Rivoluzione infine, ergendosi contro quanto ancora sussisteva delle istituzioni appena battezzate dal Boulainvilliers, fin col render popolare il nome che, in un senso del tutto opposto, egli aveva dato loro. "L'Assemblea Nazionale - dice il famoso decreto dell'11 agosto 1789 - distrugge interamente il regime feudale". Come mettere d'ora innanzi in dubbio la realt di un sistema sociale la cui distruzione era costata tante fatiche(2)?
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Questo termine, destinato a tanta fortuna, era tuttavia, bisogna pur confessarlo, scelto molto male. Abbastanza chiare sembrano, senza dubbio, le ragioni che, all'origine, ne decisero l'adozione. Contemporanei dell'assolutismo monarchico, Boulainvilliers e Montesquieu consideravano il frazionamento della sovranit tra una moltitudine di piccoli principi o, persino, di signori di villaggi, come la pi stupefacente singolarit del Medioevo. Questo carattere appunto ritenevano di esprimere pronunziando il nome di "feudalesimo". Poich, quando parlavano di feudi, pensavano ora a principati territoriali, ora a signorie. Ma, di fatto, n tutte le signorie erano feudi, n tutti i feudi, principati o signorie. Soprattutto  lecito dubitare che un tipo abbastanza complesso di organizzazione sociale possa essere qualificato in modo felice, sia per il suo aspetto esclusivamente politico, sia, se "feudo" viene considerato in tutto il rigore della sua accezione giuridica, per una forma di diritto reale. Le parole sono come monete molto usate; a forza di circolare di mano in mano, perdono il loro rilievo etimologico. Oggi, nell'uso corrente, "feudalesimo" e "societ feudale" ricoprono un intricato complesso di immagini in cui il feudo propriamente detto ha cessato di figurare in primo piano. Lo storico, purch tratti tali espressioni come il cartellino ormai consacrato di un contenuto che deve essere ancora definito, pu impadronirsene senza maggiori rimorsi di quelli che prova il fisico, allorch, a spregio del greco, persiste a denominare "atomo" una realt che egli passa il suo tempo a dividere.
 un grave problema sapere se altre societ, in altri tempi e sotto altri cieli, abbiano o no presentato una struttura abbastanza simile, nei suoi aspetti fondamentali, a quella del nostro feudalesimo occidentale, onde meritare a loro volta di essere chiamate "feudali". Lo riprenderemo alla fine di quest'opera. Ma questa non gli  dedicata. Stiamo per tentare l'analisi di quel feudalesimo che, per primo, assunse tale nome. Sotto l'aspetto cronologico l'indagine, fatta riserva di qualche problema d'origine o di continuit, sar dunque circoscritta a quel periodo della nostra storia che si estende, press'a poco, dalla met del secolo XI ai primi decenni del secolo XIII; sotto quello geografico, all'Europa occidentale e centrale. Ora, se le date devono attendere solo dallo studioso la loro giustificazione, i limiti spaziali, invece, sembra esigano un breve commento.

La civilt antica era accentrata attorno al Mediterraneo. "Della Terra - scriveva Platone - noi abitiamo solo la parte che si estende dal Fasi sino alle Colonne d'racle, sparsi intorno al mare come formiche o rane intorno a una palude"(3). A onta delle conquiste, queste stesse acque rimanevano, pur dopo molti secoli, l'asse della Romnia. Un senatore aquitano poteva far carriera sulle rive del Bosforo, possedere vasti domini in Macedonia. Le grandi oscillazioni dei prezzi agitavano l'economia dall'Eufrate alla Gallia. L'esistenza della Roma imperiale sarebbe stata altrettanto inconcepibile senza il grano d'Africa quanto la teologia cattolica senza l'africano Agostino. All'opposto, appena attraversato il Reno, cominciava, straniero e ostile, l'immenso territorio dei Barbari. Ora, alle soglie del periodo che chiamiamo Medioevo, questo equilibrio era stato distrutto da due profondi movimenti sviluppatisi entro le masse umane - non spetta a noi ricercare in quale misura tale equilibrio fosse gi in se stesso sconvolto - che gli sostituirono una costellazione di ben differente disegno. Anzitutto, le invasioni dei Germani; in secondo luogo, le conquiste musulmane. Talvolta una medesima dominazione, in ogni caso la comunione di abitudini mentali e sociali, uniscono alla maggior parte delle regioni poco prima comprese nella parte occidentale dell'Impero le terre di occupazione germanica. A poco a poco vedremo congiungervisi, pi o meno assimilati, i piccoli gruppi celtici delle isole. L'Africa del nord, invece, si avviava a ben differenti destini. Il ritorno offensivo dei Berberi aveva preparato la scissione. L'Islm la port a termine. D'altro lato, sulle rive del Levante, le vittorie arabe, riducendo ai Balcani e all'Anatolia l'antico Impero d'Oriente, ne avevano fatto l'Impero greco. Difficolt di comunicazioni, una struttura sociale e politica molto particolare, una mentalit religiosa e una impalcatura ecclesiastica profondamente diverse da quelle della latinit, lo isolavano ormai sempre pi dalle genti cristiane dell'Occidente. Nell'Est del continente, infine, se l'Occidente irradia in larga misura il suo influsso sui popoli slavi e diffonde, in alcuni di essi, con la sua peculiare forma religiosa - il cattolicesimo - i suoi modi di pensare e anche alcune delle sue istituzioni, le collettivit seguono nondimeno in questo periodo, in maggioranza, una evoluzione pienamente originale.
Serrato da questi tre blocchi - musulmano, bizantino e slavo -, incessantemente occupato, d'altronde, dopo il secolo X, a spingere in avanti le sue mobili frontiere, il blocco romano-germanico era certamente lontano dal presentare, in se stesso, una perfetta omogeneit. Sugli elementi di cui era composto gravavano i contrasti del loro passato, troppo vivi per non prolungare i loro effetti anche nel presente. Anche l ove quasi simile fu il punto di partenza, alcune evoluzioni, in seguito, biforcarono. Tuttavia, per quanto rilevanti possano esser state queste differenze,  impossibile non riconoscere al di sopra di esse un tono di comune civilt: quella dell'Occidente. Non solo con l'intento di risparmiare al lettore la noia di faticosi aggettivi, nelle pagine che seguiranno, l ove ci si sarebbe potuto attendere "Europa occidentale e centrale", ci accadr di dire semplicemente "Europa". Che cosa importano, infatti, l'accezione del termine e i suoi limiti nella vecchia geografia artificiale delle cinque "parti del mondo"? Conta solo il suo valore umano. Ora, la civilt europea germogli e matur, per diffondersi poi sul globo, appunto fra gli uomini che vivevano tra il Tirreno, l'Adriatico, l'Elba, l'Oceano. Cos gi presentiva, pi o meno oscuramente, quel cronista spagnuolo che, nel secolo VIII, si compiaceva di qualificare col nome di "Europei"(4) Franchi di Carlo Martello, vittoriosi dell'Islm, o, circa duecento anni dopo, il monaco sssone Vitichindo, preoccupato di esaltare in Ottone il Grande, che aveva respinto gli ngari, il liberatore d'"Europa" '. In questo senso, il pi ricco di contenuto storico, l'Europa fu una creazione dell'alto Medioevo. Esisteva gi, quando s'aprirono per essa i tempi propriamente feudali.
La parola "feudalesimo", applicata a una fase della storia europea, nei limiti cos fissati, pu bens essere stata - come vedremo - oggetto di interpretazioni quasi contraddittorie; la sua stessa esistenza attesta l'originalit istintivamente riconosciuta al periodo che essa qualifica. Talch un libro sulla societ feudale pu essere definito come uno sforzo per rispondere a un problema posto dal suo stesso titolo: per quali singolarit questo frammento del passato ha avuto il pregio di essere stato isolato dai suoi vicini? In altri termini, quel che qui ci proponiamo di tentare  l'analisi e la chiarificazione di una struttura sociale, con tutti i suoi legami. Se un tale metodo si dimostrer fecondo, potr trovare il suo impiego in altri campi di studio, limitati da differenti frontiere; e la parziale novit del tentativo far, spero, perdonare gli errori della sua esecuzione.
La stessa ampiezza dell'indagine, cos concepita, ha necessariamente imposto di suddividere l'esposizione dei risultati. Un primo volume descriver le condizioni generali dell'ambiente sociale, quindi il formarsi di quei vincoli di dipendenza tra uomo e uomo, che, prima di ogni altra cosa, hanno dato il suo colore distintivo alla struttura feudale. Il secondo verter sullo sviluppo delle classi e sull'organizzazione delle forme di governo(5).  sempre difficile praticar divisioni sul vivo. Per lo meno, poich il periodo che vide a un tempo le antiche classi precisare i loro lineamenti, una classe nuova, la borghesia, affermare la sua originalit e i pubblici poteri uscire dal loro lungo torpore, fu insieme quello in cui cominciarono a delinearsi, nella civilt occidentale, i caratteri pi specificamente feudali, dei due studi successivamente offerti al lettore - senza che sia parsa possibile tra essi una separazione strettamente cronologica - il primo apparir soprattutto come quello della genesi, il secondo del divenire finale e dei successivi svolgimenti.
Ma lo storico non  affatto un uomo libero. Del passato sa solamente quel che esso vuol confidargli. Inoltre, quando la materia che si sforza di abbracciare  troppo vasta per permettergli lo spoglio personale di tutte le testimonianze, si sente necessariamente limitato, nella sua indagine, dallo stato delle ricerche. Certo, non si trover qui lo spettacolo d'una di quelle battaglie di penne di cui l'erudizione ha dato pi di una volta spettacolo. La storia non pu cancellarsi davanti agli storici. Al contrario, io ho curato di non dissimulare mai, quali ne fossero le origini, le lacune e le incertezze delle nostre conoscenze. Non ho creduto con ci di correre il rischio di scoraggiare il lettore. Al contrario, dipingendo sotto un aspetto falsamente irrigidito una scienza tutta movimento, si rischierebbe di suscitare, verso di essa, la noia e l'indifferenza. Uno degli uomini che pi approfondirono l'intelligenza delle societ medievali, il grande giurista inglese Maitland, diceva che un libro di storia deve far venir fame. Intendete: fame di apprendere e soprattutto di cercare. Nessun voto  pi caro a questo libro che quello di destare simile fame in qualche studioso(6).
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PARTE PRIMA.
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La formazione dei vincoli di dipendenza.
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Sezione prima L'ambiente.
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Libro primo Le ultime invasioni.
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Capitolo primo Musulmani e ngari.
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1. L'Europa invasa e assediata.
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"Voi vedete esplodere dinanzi a Voi la collera del Signore... Non vi sono che citt spopolate, monasteri rasi al suolo o incendiati, campi resi deserti... Ovunque il potente opprime il debole e gli uomini sono simili ai pesci del mare, che si divorano alla rinfusa tra loro". Cos parlavano, nel 909, i vescovi della provincia di Reims, radunati a Trosly. La letteratura dei secoli IX e X, gli antichi documenti, le deliberazioni dei concili, sono pieni di questi lamenti. Facciamo pure la debita parte all'enfasi e al pessimismo naturale agli oratori sacri.  tuttavia necessario riconoscere in questo tema orchestrato senza posa, e confermato d'altronde da tanti fatti, ben altra cosa che un luogo comune. Le persone che in quel tempo sapevano vedere e confrontare, in particolare i chierici, ebbero certamente l'impressione di vivere in un'odiosa atmosfera di disordini e di violenze. Il feudalesimo medievale nacque in un'epoca profondamente sconvolta. Entro certi limiti, nacque da questi stessi sconvolgimenti. Ora, molte delle cause che contribuirono a creare o a conservare un ambiente cos tumultuoso erano assolutamente estranee all'evoluzione interna delle societ europee. La nuova civilt occidentale, formatasi qualche secolo prima nell'ardente crogiolo delle invasioni germaniche, appariva a sua volta come una cittadella assediata o, per meglio dire, pi che a met invasa. Da tre parti nel medesimo tempo: a sud, dai fedeli dell'Islm, Arabi o arabizzati; a est, dagli ngari; a nord, dagli Scandinavi.

2. I Musulmani.

Dei nemici ora enumerati l'Islm era senz'altro il meno pericoloso. Non che ci si debba affrettare a pronunziare, nei suoi confronti, la parola "decadenza". N la Gallia n l'Italia ebbero per lungo tempo nulla che si potesse avvicinare allo splendore di Bagdad o di Crdova. Il mondo musulmano, insieme a quello bizantino, esercit sull'Occidente, sino al secolo XII, una reale egemonia economica: le uniche monete d'oro che ancora circolassero nelle nostre regioni uscivano dalle zecche greche o arabe, o meglio - come pi di una moneta d'argento - ne imitavano il conio. E, se i secoli VIII e IX videro spezzarsi per sempre l'unit del grande Califfato, i diversi stati sorti sulle sue rovine, restavano potenze formidabili. Ma si trattava ormai pi di guerre di frontiera che di vere e (proprie invasioni. Prescindiamo dall'Oriente, ove i basileis delle dinastie amoriana e macedone (828-1056) faticosamente e valorosamente procedettero alla riconquista dell'Asia Minore. Le societ occidentali cozzavano con gli stati islamici soltanto su due fronti.

Anzitutto, l'Italia meridionale. Essa era considerata come il territorio di caccia dei sovrani regnanti sull'antica provincia romana di Africa: emiri aglbiti di Kairuan; poi, dall'inizio del secolo X, califfi fatimiti. Da parte degli Aglbiti, la Sicilia era stata un po' per volta strappata ai Greci, che la occupavano sin dall'et di Giustiniano, e dove Taormina, l'ultima piazzaforte, cadde nel 902. In pari tempo, gli Arabi avevano preso piede nella penisola. Attraverso le province bizantine del Mezzogiorno, minacciavano le citt, semi-indipendenti, del litorale tirrenico e si piccoli principati longobardi della Campania e del Beneventano, pi o meno soggetti al protettorato di Costantinopoli. Ancora all'inizio del secolo XI, spinsero le loro incursioni sino alle montagne della Sabina. Una banda, che aveva posto il suo covo sulle cime selvose in prossimit di Gaeta, pot essere sbaragliata, nel 915, solo dopo una ventina d'anni di rovine. Nel 982, il giovane "imperatore dei Romani", Ottone II, che, pur essendo di nazionalit sssone, veniva considerato, sia in Italia che altrove, come l'erede dei Cesari, mosse alla conquista del Mezzogiorno. Commise la singolare follia, infinite volte ripetuta nel Medioevo, di sceglier l'estate per condurre verso quelle terre riarse un esercito avvezzo a ben altri climi e, essendosi scontrato il 25 luglio, sulla costa orientale della Calabria, con le truppe maomettane, sub da parte loro la pi umiliante delle disfatte. Il pericolo musulmano continu a gravare su quelle contrade sino al momento in cui, nel corso del secolo XI, un pugno di avventurieri, provenienti dalla Normandia francese, abbatterono sia i Bizantini sia gli Arabi. Unendo la Sicilia al Mezzogiorno della penisola, il forte stato che alla fine seppero creare doveva a un tempo sbarrare per sempre la strada agli invasori e sostenere una parte di brillante mediatore fra le civilt del mondo latino e dell'Islm. Come si vede, sul suolo italiano, la lotta contro i Saraceni, iniziatasi nel secolo IX, dur a lungo, ma con oscillazioni di insignificante ampiezza nelle conquiste territoriali, dall'una e dall'altra parte. Soprattutto, non interess, nel mondo cattolico, che un paese periferico.
L'altra linea di urto era in Spagna. L, per l'Islm, non si trattava di scorrerie o di effimere annessioni; vi vivevano in gran numero popolazioni di fede maomettana e gli stati fondati dagli Arabi avevano i loro centri nello stesso paese. All'inizio del secolo X, le bande saracene non avevano ancora completamente dimenticato la strada dei Pirenei. Ma quelle lontane incursioni diventavano sempre pi rare. La riconquista cristiana, partendo dell'estremo Nord, pur subendo rovesci e umiliazioni, progrediva lentamente. I piccoli regni cristiani di Galizia e di quegli altipiani nord-occidentali che gli emiri o califfi di Cordova, dal loro troppo lontano Sud, non avevano mai potuto reggere con mano sicura, ora frazionati, ora riuniti sotto un unico principe, si avanzavano verso la met del secolo XI sino alla regione del Douro; il Tago venne raggiunto nel 1085. Ai piedi dei Pirenei il corso dell'Ebro, per quanto molto vicino, rimase invece a lungo musulmano; Saragozza cadde in mano cristiana solo nel 1118. I combattimenti, che d'altronde non escludevano affatto pi pacifiche relazioni, non conoscevano, nell'insieme, che brevi tregue. Essi impressero alla societ spagnuola un'impronta originale. Quanto all'Europa "oltre i colli", la toccarono solo nella misura in cui - soprattutto a partire dalla seconda met del secolo XI - fornirono alla sua cavalleria l'occasione di brillanti, fruttifere e pie avventure e, in pari tempo, ai suoi contadini la possibilit di insediarsi in terre deserte, ove li attiravano i re o i signori spagnuoli. Ma, accanto alle guerre vere e proprie, van ricordate le piraterie e i brigantaggi. Soprattutto con queste i Saraceni contribuirono al generale disordine dell'Occidente.
Gli Arabi eran diventati uomini di mare da molto tempo. Dalle loro tane d'Africa, di Spagna e soprattutto delle Baleari, i loro corsari battevano il Mediterraneo occidentale. Il mestiere di pirata propriamente detto era tuttavia, su quelle acque solcate da ben rari navigli, di assai misero profitto. Nel dominio del mare i Saraceni vedevano soprattutto, come gli Scandinavi, il mezzo di raggiungere le coste e di compiervi proficue razzie. Gi nell'842 risalirono il Rodano sino agli approdi di Arles, saccheggiando le due rive lungo il loro passaggio. La loro abituale base di appoggio era la Camargue. Ma, ben presto, il caso doveva procurar loro, con un pi sicuro insediamento, la possibilit di estendere in modo singolare le loro rapine.
A una data che non possiamo precisare, forse verso l'890, una piccola nave saracena, proveniente dalla Spagna, fu gettata dai venti sulla costa provenzale, agli approdi dell'attuale borgo di Saint-Tropez. Gli uomini che vi erano imbarcati rimasero rintanati per l'intera giornata, poi, nella notte, massacrarono gli abitanti di un vicino villaggio. Quest'angolo di terra, alpestre e boscoso - chiamato allora il paese dei frassini o "Freinet"(7) (Frassineto) - si prestava alla difesa. Proprio come, quasi nel medesimo momento, i loro compatrioti della Campania, quel gruppo di musulmani si fortific su un'altura, nel folto degli spineti, e chiam a s dei compagni. Nacque cos il pi pericoloso nido di briganti. Tranne Frjus, che fu saccheggiata, sembra che le citt munite di mura non abbiano subito sofferenze dirette. Ma in tutte le prossimit del litorale le campagne furono devastate in modo abominevole. I predoni del Freinet facevano inoltre numerosi prigionieri, che vendevano poi sui mercati spagnuoli.
Essi non tardarono a spingersi nelle loro incursioni molto all'interno. In numero certo esiguo, sembra che non si siano volentieri avventurati nella valle del Rodano, relativamente popolosa e sbarrata da salde piazzeforti o da castelli. Il massiccio alpino, invece, permetteva a piccole bande di inoltrarsi di catena in catena o di macchia in macchia molto avanti: ben inteso, a condizione che fossero allenate alla montagna. Ora, quei Saraceni, giunti dalla Spagna delle Sierre o dal montuoso Maghreb, erano, come dice un monaco di San Gallo, "vere capre". Le Alpi non offrivano, del resto, nonostante le apparenze, un terreno disprezzabile alle scorrerie. C'erano fertili vallate su cui era facile piombare all'improvviso, dall'alto dei monti circostanti: cos il Graisivaudan. Qua e l sorgevano le allettanti prede delle abbazie. Dal 906, il monastero della Novalesa, sopra Susa, dal quale erano fuggiti quasi tutti i monaci, venne saccheggiato e arso. Lungo i colli, soprattutto, andavano e venivano piccole frotte di viandanti, mercanti o meglio "romei", che si recavan a pregare sulle tombe degli Apostoli. Nulla di pi semplice che coglierli di sorpresa al passaggio. Fin dal 920 o 921 alcuni pellegrini anglo-sssoni vennero massacrati a colpi di pietra, in una gola. Da allora questi attentati si rinnovarono. I djics arabi non ebbero timore di avventurarsi lontano, verso il Nord. Nel 940 vennero segnalati nei dintorni dell'alta valle del Reno e nel Vallese, dove incendiarono il celebre monastero di Saint-Maurice d'Agaune. Circa nello stesso tempo, uno dei loro distaccamenti crivell di frecce i monaci di San Gallo, che tranquillamente andavano in processione intorno alla loro chiesa. Fu tuttavia disperso dalla piccola folla di fedeli che l'abate riun in fretta e furia; alcuni prigionieri, condotti nel monastero, si lasciarono eroicamente morire di fame.
Organizzare la difesa delle Alpi o delle campagne provenzali superava le possibilit degli stati dell'epoca. Il solo rimedio era di distruggere il covo del Freinet. Ma qui c'era un altro ostacolo. Era quasi impossibile accerchiare questa fortezza senza tagliarla dal mare, donde le giungevano i rinforzi. Ora, non disponevano di flotte n i re del paese - a ovest i re di Provenza e di Borgogna, a est quello d'Italia - n i loro conti. I soli Greci erano, fra i cristiani, esperti uomini di mare e, d'altra parte, ne approfittavano talvolta come i Saraceni per farsi corsari. Furono pirati greci, infatti, a depredare nell'848 Marsiglia. A due riprese, nel 931 e nel 942, la flotta bizantina apparve dinanzi alla costa del Freinet, chiamata, almeno nel 942, e gi probabilmente undici anni prima, dal re d'Italia, Ugo di Arles, che aveva grandi interessi in Provenza. I due tentativi rimasero senza frutto. Tanto che, nel 942, Ugo, cambiando partito nel corso stesso della lotta, progett di allearsi ai Saraceni, cos da sbarrare, col loro aiuto, il passaggio delle Alpi ai rinforzi attesi da uno dei suoi rivali alla corona italica. Poi il re della Francia orientale - che oggi chiameremmo "Germania" -, Ottone il Grande, si fece re d'Italia nel 951; e lavor a edificare, nell'Europa centrale e in Italia, una potenza che, al pari di quella carolingia, voleva cristiana e apportatrice di pace. Considerandosi l'erede di Carlo Magno, di cui doveva cingere la corona imperiale nel 962, credette che rientrasse nella sua missione far cessare lo scandalo dei saccheggi saraceni. Tentando dapprima le vie della diplomazia, cerc di ottenere dal califfo di Cordova l'ordine di evacuare il Freinet. Poi, pens di intraprendere egli stesso una spedizione e non la comp mai.
Frattanto, nel 972, i predoni fecero una cattura notevole. Sulla via del Gran San Bernardo, nella vallata della Drause, Maeul, abate di Cluny, che rientrava dall'Italia, cadde in un'imboscata e venne condotto in uno di quei rifugi della montagna di cui si servivano di frequente i Saraceni, che non potevano raggiungere ogni volta la loro base di operazione. Venne rilasciato solo contro un gravoso riscatto versato dai monaci. Maeul, riformatore di parecchi monasteri, era l'amico venerato, il direttore spirituale e, se ci  permesso dirlo, il santo familiare di molti re e baroni; in particolare di Guglielmo, conte di Provenza. Costui raggiunse sulla via del ritorno la banda che aveva commesso il sacrilego attentato e le inflisse una terribile disfatta; quindi, dato che molti signori della valle del Rodano, ai quali dovevano essere in seguito distribuite le terre riguadagnate alla civilt, si unirono sotto il suo comando, organizz un attacco contro la fortezza del Freinet. La cittadella questa volta non resist. Per i Saraceni fu la fine dei brigantaggi terrestri a grande raggio d'azione. Naturalmente, il litorale della Provenza e quello d'Italia rimasero esposti alle loro scorrerie.
Ancora nel secolo XI, i monaci di Lrins si preoccupavano attivamente di riscattare dei cristiani, che, seguendo i loro sistemi, i pirati arabi avevano rapito e condotto in Spagna; nel 1178, una incursione fece numerosi prigionieri nelle vicinanze di Marsiglia. Ma, nelle campagne costiere e subalpine della Provenza, la vita civile pot riprendere e le strade alpine ritornarono n pi n meno sicure di tutte quelle delle montagne europee. Nello stesso Mediterraneo, le citt mercantili italiane - Pisa, Genova, Amalfi - eran passate all'offensiva, dopo l'inizio del secolo XI. Cacciando i musulmani dalla Sardegna, andando a scovarli anche nei porti del Maghreb (dal 1015) e della Spagna (nel 1092), cominciarono allora il ripulimento di quelle acque, la cui sia pur relativa sicurezza - il Mediterraneo non ne doveva conoscere mai altra sino al secolo xix - aveva una cos grande importanza per il loro commercio.


3. L'assalto ungarico.

Come un tempo gli Unni, gli ngari o Magiari eran comparsi in Europa quasi all'improvviso; e gi gli scrittori del Medioevo, che troppo bene avevano imparato a conoscerli, ingenuamente si meravigliavano che gli autori romani non ne avessero fatto menzione. D'altra parte, la storia della loro origine ci  molto pi oscura di quella degli Unni. Poich in questo caso mute sono quelle fonti cinesi che, molto tempo prima della tradizione occidentale, ci permettono di seguire le orme dei "Hiung-Nu". Anche questi nuovi invasori appartenevano certamente al mondo, cos ben caratterizzato, dei nomadi della steppa asiatica: popoli spesso molto diversi per lingua, ma singolarmente simili per genere di vita, imposto da condizioni di esistenza comuni; pastori di cavalli e guerrieri, nutriti col latte delle giumente o coi prodotti della caccia o pesca; nemici dichiarati, anzitutto, dei lavoratori della campagna. Nei suoi aspetti fondamentali, il magiaro si ricollega al tipo linguistico detto finno-ungherese; oggi, gli idiomi a cui si avvicina di pi sono quelli di alcune trib della Siberia. Ma, nel corso delle sue peregrinazioni, il gruppo etnico primitivo si era mescolato a numerosi elementi di lingua turca e aveva profondamente subito le impronte di questo nucleo(8).
Sin dall'883 gli ngari, il cui nome compare allora per la prima volta, molestano le popolazioni sedentarie dei dintorni del mare d'Azov, canati dei Cazari e colonie bizantine. Ben presto minacciano a ogni istante di tagliare la strada del Dniepr, in quel tempo attivissima via commerciale attraverso la quale, di porto in porto, di mercato in mercato, le pellicce del Nord, il miele e la cera delle foreste russe, gli schiavi acquistati in tutti i luoghi, venivano scambiati con le merci o l'oro forniti sia da Costantinopoli, sia dall'Asia. Ma nuove orde sbucate, dopo essi, d'oltre Urali, i Pecneghi, li molestano senza posa. La via del Sud  loro vittoriosamente sbarrata dall'impero bulgaro. Cos risospinti, mentre parte di essi preferiscono internarsi nella steppa, pi lontano verso l'Est, altri, in numero notevole, valicano i Carpazi, verso l'896, per rovesciarsi nelle pianure del Tibisco e del medio Danubio. Queste vaste distese, tante volte devastate dalle invasioni, sin dal secolo iv, facevano allora nella carta umana d'Europa come una enorme macchia bianca. "Solitudini" le chiama il cronista Reginone di Prm. Il termine non va preso troppo alla lettera. Le varie popolazioni, che in passato avevano avuto in quel luogo importanti stanziamenti o che vi erano solo passate, avevano probabilmente lasciato dietro a s piccoli gruppi attardati. Vi si eran infiltrate soprattutto, a poco a poco, trib slave abbastanza numerose. Ma la zona rimaneva, senz'altro, poco popolosa: lo attesta il quasi completo rimaneggiamento della nomenclatura geografica, compresa quella dei corsi d'acqua, dopo l'arrivo dei Magiari. Inoltre, dopo che Carlo Magno ebbe abbattuta la potenza avara, nessuno stato solidamente organizzato poteva pi offrire agli invasori seria resistenza. Solo alcuni capi, appartenenti al popolo dei Moravi, eran riusciti, dopo qualche tempo, a costituire, nell'angolo nordovest, un principato abbastanza potente e gi ufficialmente cristiano: il primo tentativo, insomma, di un vero e proprio stato slavo. Gli assalti degli ngari lo distrussero, definitivamente, nel 986.
Da quel momento, la storia degli ngari assume un aspetto del tutto nuovo. Non  pi quasi possibile chiamarli nomadi, nel senso proprio della parola, dacch hanno una sede fissa nelle pianure che oggi portano il loro nome. Ma di l, le loro orde si rovesciano sui paesi circostanti. Non cercano di conquistarvi terre: il loro unico scopo  di saccheggiare, per ritornare quindi, carichi di bottino, alle loro sedi. La decadenza dell'impero bulgaro, dopo la morte dello zar Simeone (927), apr loro il cammino della Tracia bizantina, che saccheggiarono pi volte. Li attirava soprattutto l'Occidente, molto meno difeso.
Erano entrati ben presto a contatto con esso. Sin dall'862, ancor prima di passare i Carpazi, una delle loro scorrerie li aveva condotti sino ai confini della Germania. Pi tardi, alcuni vennero arruolati come ausiliari dal re di quel paese, Arnolfo di Carinzia, in una delle sue guerre contro i Moravi. Nell'899, le loro orde si abbattono sulla pianura del Po; l'anno seguente, sulla Baviera. D'ora innanzi, non passa quasi anno senza che, nei monasteri d'Italia, di Germania, ben presto della Gallia, gli annali non notino, ora in una provincia, ora in un'altra: "stragi degli ngari". Ne ebbero a soffrire soprattutto l'Italia del nord, la Baviera e la Svevia: tutto il paese sulla riva destra dell'Enns, ove i Carolingi avevano insediato posti di vigilanza alla frontiera e distribuito terre alle loro abbazie, dovette essere abbandonato. Ma le incursioni si estesero ben oltre quei confini. L'ampiezza del raggio percorso confonderebbe l'immaginazione, se non ci si rendesse conto che le lunghe scorrerie pastorali, a cui gli ngari si erano precedentemente dati su immense superfici e che continuavano a praticare nel pi ristretto cerchio della puszta danubiana, avevan costituito per loro una meravigliosa scuola; il nomadismo del pastore, a un tempo pirata della steppa, aveva preparato il nomadismo del bandito. Fin dal 906 fu raggiunta, verso il Nord-Ovest, la Sassonia, vale a dire il vasto territorio che si stende dall'Elba al medio Reno, dopo di allora ridotto parecchie volte a mal partito. In Italia, si spinsero sino a Otranto. Nel 917, attraverso la foresta dei Vosgi e la gola di Saales, penetrarono sino alle ricche abbazie che si raggruppavano attorno alla Meurthe. La Lorena e la Gallia settentrionale divennero ormai uno dei loro territori familiari. Partendo di l, si spinsero sino in Borgogna e a sud della Loira. Uomini delle pianure, quando era necessario non temevano di valicare le Alpi. Appunto "attraverso quei monti", venendo dall'Italia, piombarono, nel 924, sulla regione di Nmes.
Non sempre schivavano i combattimenti contro forze organizzate; ne impegnarono anzi un certo numero con esiti vari. Preferiscano per passare rapidamente attraverso i paesi: veri selvaggi spinti dai capi alla battaglia a colpi di sferza, ma, quando bisognava combattere, soldati abili e temibili negli attacchi di fianco, accaniti nella lotta e ingegnosi nello sbrogliarsi dalle pi difficili situazioni. Bisognava traversare qualche fiume o la laguna veneta? In fretta e furia, fabbricavano imbarcazioni di pelli o di legname. Nelle pause, piantavano le loro tende di gente della steppa; o si trinceravano fra le mura di un'abbazia abbandonata dai monaci e di l correvano i dintorni. Scaltri come dei primitivi, all'occorrenza informati da messi che li precedevano pi per spiare che per negoziare, avevano ben presto intuito le sottigliezze abbastanza scabrose della politica occidentale. Si tenevano informati degli interregni, particolarmente favorevoli alle loro scorrerie, e sapevano profittare dei dissensi tra i principi cristiani per mettersi al servizio dell'uno o dell'altro. Talvolta, seguendo la consuetudine dei banditi di ogni epoca, si facevano pagare una somma in denaro dalle popolazioni con la promessa di risparmiarle; anzi, esigevano un regolare tributo: la Baviera e la Sassonia dovettero, per qualche anno, sottostare a tale umiliazione. Ma questi sistemi di sfruttamento eran possibili quasi solamente nelle province confinanti con l'Ungheria propriamente detta. Altrove, si accontentavano di uccidere e saccheggiare in modo abominevole. Come i Saraceni, non affrontavano molto le citt fortificate; quando vi si arrischiavano, generalmente fallivano, come accadde sotto le mura di Kiev, al tempo delle loro prime scorrerie nella zona del Dniepr. Pavia fu la sola citt importante che abbiano espugnata. Erano temuti, soprattutto, dai villaggi e dai monasteri, spesse volte isolati nelle campagne o posti nei sobborghi delle citt, fuori delle cinte di mura. Sembra che a essi premesse, soprattutto, far prigionieri, scegliendo con cura fra i migliori, non risparmiando talvolta, in una popolazione passata a fil di spada, che le giovanette e gli adolescenti: per i loro bisogni e piaceri, senza dubbio, e in primo luogo per la vendita. Se si presentava l'occasione, non disdegnavano di smerciare questo bestiame umano sugli stessi mercati d'Occidente, ove non tutti i compratori guardavano molto per il sottile: nel 954, una fanciulla nobile, catturata nei dintorni di Worms, fu posta in vendita nella citt(9). Pi spesso, gli ngari trascinavano i disgraziati prigionieri sino ai paesi danubiani, per offrirli ai mercanti greci.


4. Fine delle invasioni ungariche.

Il 10 agosto 955, Ottone il Grande, re della Francia orientale, avvisato a tempo di un colpo di mano sulla Germania meridionale, incontr, ai margini del Lech, la banda ungarica, in procinto di ritornare. Riusc vincitore, dopo un sanguinoso combattimento e seppe utilizzare l'inseguimento. Questa impresa di rapina cos punita doveva essere l'ultima. Tutto ormai si ridusse, ai limiti della Baviera, a una guerriglia di "confine". Ben presto Ottone, seguendo la tradizione carolingia, ripristin i comandi di frontiera. Furono fondate due "marche", l'una nelle Alpi, sulla Mur, l'altra pi a nord, sull'Enns; quest'ultima, nota rapidamente col nome di "governo dell'Est" - Ostarrichi, da cui il nostro sterreich - raggiunse, sin dalla fine del secolo X, la Selva Viennese, e, verso la met del secolo successivo, la Leitha e la Morava.
 evidente che un fatto d'armi isolato, come la battaglia sul Lech o di Augusta, per quanto brillante e nonostante tutta la sua ripercussione morale, non sarebbe bastato a troncare di netto le scorrerie. Gli ngari, il cui territorio vero e proprio non era stato raggiunto, erano ben lontani dall'aver subito la stessa disfatta inferta in passato agli Avari da Carlo Magno. La sconfitta di una delle loro bande, molte delle quali erano state vinte nello stesso modo, sarebbe stata impotente a mutare il loro sistema di vita. La verit  che, dopo il 926 circa, le loro scorrerie, quanto mai furiose, erano andate diradandosi. In Italia ebbero comunque fine, senza battaglia, dopo il 954. Verso sud-est, sin dal 960, le incursioni nella Tracia si ridussero a piccole e mediocri imprese di brigantaggio.  pi che certo che un insieme di cause profonde aveva lentamente fatto sentire la sua azione.
Le lunghe spedizioni attraverso l'Occidente, residuo di antiche abitudini, continuavano ad essere proficue e fortunate? Tutto considerato, se ne pu dubitare. Le orde facevano sul loro passaggio spaventose rovine. Ma non avevano molta possibilit di caricarsi di una ingente quantit di bottino. Gli schiavi, che seguivano certamente a piedi, finivano col rallentare la marcia; erano, del resto, difficili da sorvegliare. Le fonti ci parlano spesso di fuggitivi: come quel curato dei dintorni di Reims che, trascinato sino a Berry, sfugg una notte ai suoi rapitori, si acquatt per parecchi giorni in una palude e finalmente, tutto pieno del resoconto delle sue avventure, pot raggiungere il suo villaggio(10). Sulle pessime piste dell'epoca, e in contrade ostili, i carri costituivano, per gli oggetti preziosi, un mezzo di trasporto molto pi ingombrante e molto meno sicuro delle barche dei Normanni, sui bei fiumi d'Europa. I cavalli, nelle campagne devastate, non sempre trovavano di che nutrirsi; i generali bizantini ben sapevano che "il grande ostacolo contro cui urtano gli ngari nelle loro guerre deriva dalla mancanza di pascoli"(11). Lungo la strada, bisognava dare pi di una battaglia; seppur vittoriose, le bande ritornavano tutte decimate da quella guerriglia. Anche dalle malattie: chiudendo nei suoi annali, compilati giorno per giorno, la relazione dell'anno 924, il chierico Flodoardo, a Reims, vi segnava con gioia la notizia, appena ricevuta, di una "peste" dissenterica di cui - si diceva - era rimasta vittima la maggior parte dei rapinatori della regione di Nmes. Inoltre, man mano che gli anni passavano, si moltiplicavano le citt fortificate e i castelli, riducendo gli spazi aperti, i soli veramente propizi alle scorrerie. Infine, dal 930 o press'a poco, il continente era quasi interamente liberato dall'ncubo normanno; re e baroni avevano ormai le mani pi libere per volgersi contro gli ngari e organizzare, con maggior metodo, la resistenza. Da questo punto di vista, l'opera decisiva di Ottone fu la creazione delle marche pi che la prodezza del Lechfeld. Molti motivi dunque dovevano contribuire a stornare il popolo magiaro da un genere di imprese che, indubbiamente, fruttavano sempre meno ricchezze e costavano sempre pi uomini. Ma il loro influsso venne risentito tanto profondamente solo perch la stessa societ magiara stava subendo, in quel medesimo tempo, gravi trasformazioni.
Le fonti di questo periodo ci mancano, malauguratamente, quasi del tutto. Gli ngari, come tanti altri popoli, cominciarono a tenere degli annali solo dopo la loro conversione al cristianesimo e alla latinit. Ci possiamo comunque render conto che l'agricoltura prendeva a poco a poco posto accanto all'allevamento: metamorfosi molto lenta, d'altronde, e che comport per lungo tempo forme intermedie di vita tra il vero e proprio nomadismo dei popoli pastori e la stabilit assoluta delle popolazioni di puri agricoltori. Nel 1147, il vescovo bavarese Ottone di Frisinga, che, fattosi crociato, scendeva il Danubio, pot osservare gli ngari del tempo. Le loro capanne di canne, pi di rado di legno, non servivano da ricovero che durante la stagione fredda; "d'estate e d'autunno vivono sotto la tenda".  la stessa alternanza che, un po' pi tardi, un geografo arabo segnalava fra i Bulgari del basso Volga. Le agglomerazioni, comunque di piccola portata, erano mobili. Molto dopo la conversione al cristianesimo, tra il 1012 e il 1015, un sinodo interdisse ai villaggi di scostarsi troppo dalla loro chiesa. Qualora si fossero spinti molto lontani, avrebbero dovuto pagare un'ammenda e "ritornare"(12). Ciononostante, perdevano l'abitudine alle lunghe cavalcate. Soprattutto durante l'estate, il lavoro della mietitura si opponeva ormai, senza dubbio, alle grandi migrazioni brigantesche. Favorite forse dall'assorbimento, nelle masse magiare, di elementi stranieri - trib slave da molto tempo quasi sedentarie, prigionieri originari delle vecchie civilt rurali d'Occidente -, queste modificazioni nel sistema di vita si armonizzavano con profondi cambiamenti politici.
Indoviniamo vagamente l'esistenza, presso gli antichi ngari, al disopra delle piccole societ consanguinee, di nuclei pi vasti, d'altronde senza grande stabilit: "Finito il combattimento - scriveva l'imperatore Leone il Saggio - si disperdono nei loro clan (ghene) e nelle loro trib (phylai)". Un'organizzazione, insomma, abbastanza analoga a quella che oggi ci presenta la Mongolia. Sin dal loro soggiorno a nord del Mar Nero, avevano tentato, a imitazione dello stato dei Cazari, uno sforzo per elevare al disopra di tutti i capi delle orde un "Gran Signore" (questo il nome usato, di comune accordo, dalle fonti greche e latine). L'eletto fu un certo rpd. Dopo di allora, senza che sia in alcun modo possibile parlare di uno stato unificato, la dinastia arpadiana si credette evidentemente destinata all'egemonia. Non senza lotte, nella seconda met del secolo X, riusc a stabilire il proprio potere sulla intera nazione. Popolazioni sedentarie o che, per lo meno, erravano solo nell'interno di un territorio a piccolo raggio, potevano essere sottomesse con maggiore facilit che dei nomadi votati a un eterno sparpagliamento. L'opera parve compiuta quando nel 1001 il principe Vaik, discendente di Arpd, assunse il titolo di re(13). Un raggruppamento abbastanza lento di orde saccheggiatrici e vagabonde si era mutato in uno stato solidamente insediato sul suo pezzo di suolo, alla maniera dei regni o principati d'Occidente. In larga misura, anche sul loro modello. Come spesso accade, le lotte pi atroci non avevano impedito contatti di civilt, e la pi progredita aveva esercitato la sua influenza sulla pi primitiva.
L'influsso delle istituzioni politiche occidentali era stato, d'altronde, accompagnato da una pi profonda penetrazione, che interessava l'intera mentalit: quando Vaik si proclam re, aveva gi ricevuto il battesimo sotto il nome di Stefano, che la Chiesa gli conserv annoverandolo fra i suoi santi. Come tutta la vasta "terra di nessuno" religiosa dell'Europa orientale, dalla Moravia sino alla Bulgaria e alla Russia, l'Ungheria pagana era stata subito disputata tra le due correnti di cacciatori d'anime, ciascuna delle quali rappresentava uno dei due grandi sistemi, sin da allora abbastanza nettamente distinti, che si dividevano la cristianit: quello di Bisanzio e quello di Roma. Alcuni capi ungarici si erano fatti battezzare a Costantinopoli; alcuni monasteri di rito greco continuarono a sussistere in Ungheria sino in pieno secolo XI. Ma le missioni bizantine, che partivano da troppo lontano, dovettero finalmente cedere davanti ai loro rivali.
L'opera di conversione, preparata nelle case regali, con matrimoni che gi attestavano una volont di avvicinamento, era attivamente condotta dal clero bavarese. In particolare, il vescovo Pilgrim, che dal 971 al 991 tenne il seggio di Passavia, la sent come un compito personale. Sognava per la sua chiesa, sugli Ungari, il medesimo ufficio di metropoli delle missioni esercitato da Magdeburgo sugli Slavi al di l dell'Elba, e rivendicato da Brema sui popoli scandinavi. Disgraziatamente, a differenza sia di Magdeburgo che di Brema, Passavia era solo un semplice vescovado suffraganeo di Salisburgo. Ma che importava tutto questo? I vescovi di Passavia, la cui diocesi era stata, in realt, fondata nel secolo VIII, si consideravano come i successori di quelli che, sin dal tempo dei Romani, avevano avuto sede nel borgo fortificato di Lorch, sul Danubio. Pilgrim, cedendo alla tentazione cui soggiacevano, attorno a lui, tanti prelati, fece fabbricare una serie di bolle false nelle quali Lorch era riconosciuta come metropoli della "Pannonia". Non rimaneva che ricostituire questa antica provincia; attorno a Passavia, che, spezzati tutti i legami con Salisburgo, avrebbe ripreso la sua dignit sedicente antica, si sarebbero raggruppati, come satelliti, i nuovi vescovadi di una "Pannonia" ungherese. Tuttavia n i papi, n gli imperatori si lasciarono persuadere.
Quanto ai principi magiari, pur essendo disposti a lasciarsi battezzare, si preoccupavano di non dipendere da prelati germanici. Chiamavano di preferenza, come missionari, pi tardi come vescovi, preti cchi, persino veneti; e quando, verso l'anno 1000, Stefano organizz la gerarchia ecclesiastica del suo stato, la mise, d'accordo col papa, sotto l'autorit di un proprio metropolita. Dopo la sua morte, se le lotte che misero in giuoco la sua successione diedero, per un po' di tempo, un certo prestigio ad alcuni capi rimasti pagani, questi alla fine non raggiunsero seriamente il loro scopo. Sempre pi profondamente conquistato al cristianesimo, dotato di un re coronato e di un arcivescovo, l'ultimo arrivato dei popoli della "Scizia" - come lo chiama Ottone di Frisinga - aveva definitivamente rinunciato alle gigantesche scorrerie di un tempo per chiudersi nell'ormai immutabile orizzonte dei suoi campi e dei suoi pascoli. Frequenti rimasero le guerre con i sovrani della vicina Germania. Ma quelli che ormai si affrontavano erano i re di due nazioni sedentarie(14).




Capitolo secondo I Normanni

1. Caratteristiche generali delle invasioni scandinave.

Sin dal tempo di Carlo Magno, tutte le popolazioni di lingua germanica stanziate a sud del Jtland, ormai cristiane e incorporate nei reami franchi, si trovavano sotto il segno della civilt occidentale. Pi lontano, invece, verso il Nord, vivevano altri Germani, che avevan conservato, con la loro indipendenza, le loro speciali tradizioni. I loro linguaggi, differenti tra loro, ma ancor pi differenti dagli idiomi della Germania propriamente detta, appartenevano a un altro dei rami usciti di fresco dal tronco linguistico comune, da noi chiamato oggi ramo scandinavo. L'originalit della loro cultura, nei confronti di quella dei loro vicini pi meridionali, si era rivelata in modo definitivo dopo le grandi migrazioni che, nei secoli XII e XIII della nostra ra, quasi svuotando d'uomini le terre germaniche lungo il Baltico e intorno all'estuario dell'Elba, aveva fatto scomparire molti elementi di contatto e di transizione.
Quegli abitanti dell'estremo settentrione non formavano n un semplice pulviscolo di trib, n una nazione unica. Vi si distinguevano i Danesi, nella Scania, nelle isole e, un po' pi tardi, nella penisola del Jutland; i Gtar, di cui conservano tuttora il ricordo le province svedesi d'Oster e di Vstergotland(15); gli Svedesi, attorno al lago Mlar; infine le varie popolazioni che, separate da vaste estensioni di foreste, di lande semicoperte di neve e di ghiacci, ma unite dal mare familiare, occupavano le vallate e le coste del paese che doveva ben presto chiamarsi Norvegia. Esisteva, tuttavia, fra questi gruppi, un'aria di famiglia troppo spiccata, e, senza dubbio, esistevano troppo frequenti incroci perch ai loro vicini non venisse l'idea di applicar loro un'etichetta comune. Poich sembra che nulla di pi caratteristico vi sia nello straniero - essere, naturalmente, misterioso - di quel punto dell'orizzonte da cui pare che sorga, i Germani di qua dell'Elba presero l'abitudine di dire semplicemente "uomini del Nord", Nordman. Fatto singolare: questa parola, nonostante la sua forma esotica, venne adottata tale e quale dalle popolazioni romane della Gallia: sia che, prima di imparare a conoscere direttamente la "selvaggia nazione dei Normanni", la sua esistenza fosse stata loro rivelata dai racconti pervenuti dalle province confinanti sia che, com' pi probabile, le persone del volgo l'avessero intesa dire prima, dai loro capi, in maggioranza funzionari regi, i quali, all'inizio del secolo XI, essendo usciti da famiglie austrasiane, parlavano comunemente il franco. Tanto che il termine rimase d'uso strettamente continentale. Gli Inglesi, o si sforzavano di fare tutto il possibile per distinguere tra i diversi popoli, o li indicavano, collettivamente, col nome d'uno d'essi: quello dei Danesi, con i quali eran pi particolarmente a contatto(16).
Tali erano i "pagani del Nord", le cui incursioni, bruscamente iniziate intorno all'800, dovevano far soffrire l'Occidente per pi di un secolo e mezzo. Noi possiamo oggi inquadrare storicamente le incursioni "normanne" meglio di quelle scolte che, allora, sulle nostre coste, frugando con gli occhi l'alto mare, tremavano di scoprirvi le prue delle imbarcazioni nemiche, o di quei monaci affaccendati nei loro scriptoria. ad annotarne i saccheggi. Visti nella loro esatta prospettiva, non ci appaiono pi che un episodio, in verit particolarmente cruento, di una grande e avventurosa pagina umana: quelle vaste migrazioni scandinave che, quasi nel medesimo tempo, dalla Ucraina alla Groenlandia, stringevano tanti nuovi legami culturali e commerciali. Ma bisogna riservare a un'altra opera, consacrata alle origini dell'economia europea, il compito di mostrare come, attraverso queste epopee sia contadine che commerciali e guerriere, l'orizzonte della stessa civilt europea si sia ampliato. Le stragi e le conquiste in Occidente - le cui origini saranno d'altronde ricostruite in un altro volume di questa collezione - ci interessano qui solo come uno dei fermenti della societ feudale.
Grazie ai riti funebri, possiamo rappresentarci con precisione una flotta normanna. Un vascello, nascosto sotto un cumulo di terra ammonticchiata: tale infatti la tomba preferita dai capi. Ai tempi nostri gli scavi, soprattutto in Norvegia, hanno ridato alla luce parecchie di queste bare marine: imbarcazioni di apparato, invero, destinate a pacifici spostamenti di fiordo in fiordo, piuttosto che a viaggi verso terre lontane, atte tuttavia a percorsi molto lunghi, dato che un vascello, esattamente riprodotto da una di quelle imbarcazioni - quella di Gokstad - ha potuto, nel secolo XX, traversare l'Atlantico dall'una all'altra sponda. Le "lunghe navi" che sparsero il terrore in Occidente erano di tipo notevolmente diverso, ma non al punto che, debitamente completata e corretta con l'aiuto dei testi, la testimonianza delle sepolture non permetta di renderne molto facilmente l'immagine. Barche prive di ponti, per il complesso della loro attrezzatura capolavori di un popolo di boscaioli, per l'ingegnosa proporzione delle linee creazioni di un grande popolo di marinai. Lunghe, in generale, poco pi di venti metri, potevano navigare sia a remi sia a vela, e ciascuna portava, in media, da quaranta a cinquanta uomini, senza dubbio discretamente stipati. A giudicare dal modello costruito a imitazione della fortunata scoperta di Gokstad, raggiungevano senza difficolt una decina di nodi. Il pescaggio era scarso, poco pi di un metro. Grande vantaggio quando si trattava, abbandonando l'alto mare, d'avventurarsi negli estuari, meglio ancora lungo i fiumi.
Per i Normanni, infatti, come per i Saraceni, le acque erano solo una via verso le prede terrestri. Per quanto, all'occasione, non sdegnassero le indicazioni di cristiani transfughi, possedevano da s una specie di istinto del fiume, erano cos familiari con la complessit delle sue ramificazioni che, fin dall'830, alcuni di loro avevano potuto fare da guida, dopo Reims, all'arcivescovo Ebbone che fuggiva l'imperatore. Dinanzi alle prue delle loro imbarcazioni, la ramificata rete degli affluenti apriva la molteplicit delle sue tortuosit, propizie alle sorprese. Sulla Schelda, furono visti sino a Cambrai; sulla Yonne, sino a Sens; sull'Eure, sino a Chartres; sulla Loira, sino a Fleury, molto a monte di Orlans. Nella stessa Gran Bretagna, ove i corsi d'acqua sono, al di l della linea delle maree, molto meno favorevoli alla navigazione, l'Ouse li condusse tuttavia sino a York, il Tamigi e uno dei suoi affluenti sino a Reading. Se non bastavano le vele e i remi, si ricorreva all'alaggio. Spesso, per non caricare troppo l'imbarcazione, un distaccamento seguiva per via di terra. Bisognava toccare terra, su fondali troppo bassi? o, nel caso di una scorreria, abbandonarsi a un fiume troppo poco profondo? dalle barche uscivano i canotti. Girare invece l'ostacolo delle fortificazioni che sbarravano il filo d'acqua? si improvvisava un trasporto; cos, nell'880 e 890, al fine di evitare Parigi. Laggi, verso l'Oriente, nelle pianure russe, i mercanti scandinavi non avevano anch'essi acquistato una lunga pratica di queste alternanze tra la navigazione e il trasporto dei battelli, da un fiume all'altro o lungo le rapide?
Cos questi meravigliosi uomini di mare non temevano affatto la terra, le sue strade e le sue battaglie. Non esitavano, all'occorrenza, ad abbandonare il fiume per lanciarsi a caccia di bottino: nell'870 essi inseguirono, attraverso la foresta d'Orlans, lungo le orme lasciate dai carri, i monaci di Fleury che fuggivano la loro abbazia sulla riva della Loira. Si abituarono sempre pi a far uso, per i loro spostamenti pi che per i combattimenti, di cavalli, presi naturalmente per la maggior parte nello stesso paese oggetto delle loro scorrerie. Ne fecero una grande razzia, nell'866, nell'Inghilterra orientale. Talvolta, li trasportavano da un terreno di rapina all'altro; nell'885, ad esempio, dalla Francia in Inghilterra(17). Cos potevano allontanarsi sempre pi dal fiume; nell'864, abbandonando sulla Charente i loro navigli, furono visti avventurarsi sino a Clermont d'Auvergne, e quindi prendere la citt. Inoltre, andando pi rapidamente, potevano meglio sorprendere i loro avversari. Erano molto abili nel costruire trincee e difendervisi. Meglio ancora, superiori in questo ai cavalieri ungarici, sapevano attaccare i luoghi fortificati. Nell'888, era gi lunga la lista delle citt che, nonostante le loro mura, erano soggiaciute all'assalto dei Normanni: Colonia, Rouen, Nantes, Orlans, Bordeaux, Londra, York, solo per citare le pi famose. A dir il vero, oltre alla parte avutavi dalla sorpresa, come a Nantes, investta in un giorno di festa, le vecchie cinte romane non sempre erano ben guardate, e meno ancora difese con grande coraggio. Quando a Parigi, nell'888, un pugno di uomini energici seppe approntare le fortificazioni della citt e trov la forza di combattere, la stessa citt che, nell'845, quasi abbandonata dagli abitanti, era stata saccheggiata, e in seguito aveva probabilmente subito altre due volte il medesimo oltraggio, seppe resistere vittoriosamente.
Le rapine erano proficue. Il terrore che ispiravano in precedenza non lo era meno. Alcune collettivit, che vedevano l'impotenza dei poteri pubblici a difenderle - sin dall'810, certi gruppi frisoni - e alcuni monasteri isolati avevano incominciato subito a riscattarsi. Poi i sovrani stessi si avvezzarono a questa procedura: col denaro ottenevano dalle bande la promessa di cessare, almeno provvisoriamente, le loro scorrerie o di rivolgersi verso altre prede. Carlo il Calvo aveva dato l'esempio sin dall'845, nella Francia occidentale. Lotario II, re di Lorena, lo imit nell'864. Nella Francia orientale fu il turno di Carlo il Grosso, nell'882. Cos fece forse, presso gli Anglo-Sssoni, il re della Mercia, nell'862; certamente quello del Wessex, nell'872. Simili riscatti erano naturalmente un'esca rinnovata in continuit e, quindi, si ripetevano senza fine. Dato che i principi dovevano reclamare le somme necessarie dai loro sudditi e, innanzi tutto, dalle loro chiese, si stabiliva infine tutto un drenaggio delle economie occidentali verso le economie scandinave. Ancor oggi, i musei del Nord conservano nelle loro vetrine, fra i molti ricordi di quelle et eroiche, straordinarie quantit d'oro e d'argento: in larga parte, senz'altro, apporti del commercio; ma anche, come diceva il prete germanico Adamo di Brema, "frutti del brigantaggio".  d'altronde degno di nota che, rubati o ricevuti in tributo a volte sotto forma di monete, a volte di gemme alla moda dell'Occidente, quei metalli preziosi venissero generalmente rifusi per farne dei gioielli secondo il gusto dei loro acquirenti: prova di una civilt singolarmente sicura delle sue tradizioni.
Venivano anche fatti prigionieri e, salvo riscatto, condotti oltremare. Un po' dopo l'860 vennero cos venduti in Irlanda prigionieri neri che erano stati razziati in Marocco(18). Si aggiungano, infine, in quei guerrieri del Nord, possenti e brutali appetiti sensuali, il gusto del sangue e della distruzione, a cui si univano a volte impeti che rasentavano la folla e in cui la violenza non conosceva freno: se ne ha un esempio nella famosa orgia del 1012, durante la quale l'arcivescovo di Canterbury, sin allora saggiamente custodito dai rapitori per poterne ricavare il riscatto, fu lapidato con le ossa delle bestie divorate nel banchetto. Una saga ci dice che un Islandese, il quale aveva fatto la campagna di Occidente, veniva soprannominato "l'uomo dai fanciulli", poich si era rifiutato di infilzarli sulla punta delle lance, "com'era in uso fra i suoi compagni"(19) Ce n' abbastanza per comprendere il terrore che gli invasori diffondevano ovunque dinanzi a s.


2. Dalle razzie agli stanziamenti.

Tuttavia, dal tempo in cui avevano saccheggiato nel 793 i primi monasteri, sulla costa della Northumbria e, nell'anno 800, costretto Carlo Magno a organizzare in gran fretta, sulla Manica, la difesa del litorale franco, le imprese dei Normanni avevan a poco a poco molto mutato di carattere e d'estensione. In origine s'era trattato, lungo coste ancora settentrionali - isole britanniche, bassipiani costieri della grande pianura nordica, scogliere neustriane -, di colpi di mano stagionali che, col favore delle belle giornate, furono organizzati da piccoli gruppi di "Vikinghi". L'etimologia della parola  discussa(20). Ma  indubbio che designava uomini correnti avventure, proficue e guerriere; e che i gruppi cos chiamati si costituivano in generale, indipendentemente dai legami di famiglia o di popolo, in vista dell'avventura stessa. Solo i re di Danimarca, a capo di uno stato organizzato almeno in forma rudimentale, tentavano gi, sulle loro frontiere meridionali, vere conquiste; d'altronde, senza grande successo.
Poi, assai rapidamente, il raggio d'azione si ampli. Le navi si spinsero sino all'Atlantico e pi lontano ancora, verso il Mezzogiorno. Sin dall'844, alcuni porti della Spagna occidentale ricevettero la visita dei pirati. Nell'859 e 860 fu il turno del Mediterraneo. Vennero raggiunte le Baleari, Pisa, il Basso Rodano. La valle dell'Arno fu risalita sino a Fiesole. Questa incursione mediterranea era, d'altronde, destinata a rimanere isolata. Non che la distanza spaventasse menomamente gli scopritori dell'Islanda e della Groenlandia. Per un movimento inverso, nel secolo XVII, i Barbareschi si arrischiarono infatti sino al largo della Saintonge, anzi sino ai banchi di Terranova. Ma certamente le flotte arabe facevano troppo buona guardia ai mari.
Al contrario, le incursioni penetrarono sempre pi addentro nell'interno del continente e della Britannia. Le peregrinazioni dei monaci di Saint-Philibert con le loro reliquie, quando vengono riportate sulla carta, ne costituiscono il pi eloquente grafico. L'abbazia era stata fondata nel secolo VII, nell'isola di Noirmoutier, luogo adatto per cenobiti finch il mare godette di una certa tranquillit, ma che divenne singolarmente pericoloso, quando apparvero sul golfo le prime imbarcazioni scandinave. Un poco prima dell'819, i monaci si fecero costruire un rifugio di terraferma, a Des, sulla riva del lago di Grandlieu. Ben presto, presero l'abitudine di recarvisi ogni anno dall'inizio della primavera; quando la cattiva stagione, sul finire dell'autunno, rendeva i flutti ostili ai nemici, la chiesa dell'isola si apriva di nuovo agli uffici divini. Tuttavia, nell'836, Noirmoutier, continuamente devastata e il cui approvvigionamento urtava senza dubbio in crescenti difficolt, fu decisamente giudicata insostenibile. Des, poco prima asilo temporaneo, pass al posto di sede permanente, mentre alle sue spalle, un po' pi lontano, un piccolo monastero di recente acquistato a Cunauld, a monte di Saumur, serv da allora da posizione di ripiego. Nell'858, un nuovo arretramento: Des, troppo vicina alla costa, dovette a sua volta essere abbandonata e i monaci si stabilirono a Cunauld. Disgraziatamente il luogo, sulla Loira, facilissima da risalire, era stato scelto poco felicemente. Sin dall'862, ci si dov trasferire all'interno, a Messay, nel Poitou, ma per accorgersi, in capo a una decina d'anni, che la distanza dall'oceano era ancora troppo breve. Questa volta tutta l'estensione del Massiccio Centrale, come schermo protettore, non parve eccessiva; nell'872 o 873 i nostri monaci fuggirono sino a Saint-Pourain-sur-Sioule. Anche qui non rimasero a lungo. Ancor pi lontano, verso est, il borgo fortificato di Tournus, sulla Sane, fu l'asilo in cui, dopo l'875, il santo corpo, sballottato su tante strade, trov infine il "luogo di pace" di cui parla un diploma regio(21).
Queste spedizioni a lungo raggio esigevano naturalmente una organizzazione ben diversa da quella adottata nelle brusche razzie di un tempo. Anzitutto, forze molto pi numerose. Le piccole bande, ciascuna raggruppata attorno a un "re del mare", si fusero a poco a poco e vennero costituite vere e proprie armate; una di queste fu il "Grand Ost" (magnus exercitus) che, formato sul Tamigi e poi, dopo il suo trasferimento sulle coste della Fiandra, accresciuto dall'apporto di parecchie bande isolate, devast la Gallia in modo abominevole dall'879 all'892, per ritornare infine a sciogliersi sulla costa del Kent. Soprattutto diventava impossibile raggiungere ogni anno il Nord. I Vikinghi presero l'abitudine di svernare, fra due campagne, nello stesso paese scelto come terreno di caccia. Cos fecero, all'incirca dall'835, in Irlanda; nella Gallia, per la prima volta a Noirmoutier nell'843; nell'851 alle bocche del Tamigi, nell'isola di Thanet. Dapprima avevano fissato i loro quartieri sulla costa; ma ben presto non ebbero timore di spingerli molto pi all'interno. Spesso si trinceravano nell'isola di un fiume; o anche si accontentavano di insediarsi a portata di un corso d'acqua. Per questi soggiorni prolungati, alcuni conducevano con s donne e bambini: i Parigini, nell'888, poterono udire dai loro bastioni voci femminili nel campo avversario intonare il vocro dei guerrieri morti. Nonostante il terrore che cingeva questi nidi di briganti, da cui costantemente movevano nuove aggressioni, alcuni abitanti dei dintorni si avventuravano presso gli svernanti, per vendere i loro prodotti. Il nascondiglio, per un attimo, si mutava in mercato. In tal modo, sempre filibustieri, ma ormai filibustieri semi-sedentari, i Normanni si preparavano a diventare conquistatori del suolo.
A dire il vero, tutto predisponeva i semplici banditi di poco prima a simile trasformazione. Quei Vikinghi, attirati dai campi di saccheggio dell'Occidente, appartenevano a un popolo di contadini, fabbri, scultori su legno e mercanti non meno che di guerrieri. Trascinati, per amore di lucro o di avventure, fuori dai loro luoghi natali, costretti a volte a quest'esilio da vendette familiari o da rivalit tra i capi, sentivano nondimeno dietro a s le tradizioni di una societ che possedeva i suoi quadri fissi. Cos gli Scandinavi si erano stabiliti come coloni, sin dal secolo VII, negli arcipelaghi dell'Ovest, dalle Fr er sino alle Ebridi; ancora come coloni, veri dissodatori di terra vergine, procedettero, a partire dall'870, alla grande "conquista del suolo", alla Landnma dell'Islanda. Avvezzi ad associare il commercio alla pirateria, avevano creato attorno al Baltico tutta una corona di mercati fortificati; e la caratteristica comune dei primi principati - fondati durante il secolo IX, alle due estremit dell'Europa da qualche loro capo di guerra: in Irlanda, intorno a Dublino, Cork e Limerick; in Russia, intorno a Kiev, lungo la grande strada fluviale - fu di presentarsi come stati essenzialmente urbani, che, da una citt presa come centro, dominavano la pianura circostante.
Dobbiamo per forza tralasciare, sebbene interessante, la storia delle colonie fondate nelle isole occidentali: Shetland e Orcadi, che, congiunte al regno di Norvegia dopo il secolo X, dovevano passare alla Scozia solo al termine del Medioevo (1468); Ebridi e Man, costituite, sin dalla met del secolo XIII, in principato scandinavo autonomo; reami della costa irlandese che, dopo aver visto la loro espansione spezzata all'inizio del secolo XI, scomparvero definitivamente solo dopo circa un secolo, dinanzi alla conquista inglese. La civilt scandinava, in queste terre poste alla estremit d'Europa, cozzava contro i gruppi celtici. Il nostro compito  solo di ricostruire, un po' minutamente, lo stanziamento dei Normanni nei due grandi paesi "feudali": antico stato franco e Britannia anglo-sssone. Per maggiore chiarezza sar necessario esaminare separatamente i due terreni di conquiste, sebbene gli scambi di uomini dall'uno all'altro - come con le isole vicine - siano stati frequenti sino all'ultimo, le bande armate abbiano sempre agevolmente attraversato la Manica o il mare d'Irlanda, e i capi, se qualche smacco li aveva lasciati a mani vuote su una delle rive, abbiano avuto per abitudine costante di andarsene a cercare fortuna sul litorale opposto.


3. Gli stanziamenti scandinavi: l'Inghilterra.

I tentativi scandinavi di installarsi sul suolo britannico si delinearono, come abbiamo visto, sin dal loro primo svernamento, nell'851. Da allora le bande, pi o meno avvicendandosi, non abbandonarono pi la loro preda. Alcuni stati anglo-sssoni, uccisi i loro re, scomparvero: il Deira sulla costa occidentale, tra il Humber e il Tees; l'East Anglia, tra il Tamigi e il Wash. Altri, come la Bernicia all'estremo Nord e la Mercia nel Centro, si ressero ancora per un po' di tempo, ma ridotti d'estensione e sotto una specie di protettorato. Solo il Wessex, che allora si estendeva su tutto il Sud, riusc a salvare la propria indipendenza, non senza dure guerre rese celebri, dall'871, dall'eroismo accorto e paziente del re Alfredo il Grande. Prodotto perfetto di questa civilt anglo-sssone che, meglio d'ogni altra, aveva saputo fondere in sintesi originale, nei regni barbarici, gli apporti di opposte tradizioni culturali, Alfredo, re saggio, fu anche un re soldato. Riusc a sottomettere, verso l'880, quanto ancora rimaneva della Mercia, sottraendola cos all'influenza danese. Dovette invece abbandonare, nello stesso momento, con un vero trattato, tutta la parte orientale dell'isola all'invasore. Non dobbiamo credere che questo immenso territorio, approssimativamente limitato verso ovest dalla via romana congiungente Londra a Chester, abbia allora costituito un solo stato nelle mani dei conquistatori. Re o jarl scandinavi, e qua e l senza dubbio alcuni piccoli capi anglo-sssoni - come i successori dei principi di Bernicia -, si dividevano il paese, a volte uniti da patti di alleanza o da legami di subordinazione di ogni tipo, a volte, in lotta l'uno contro l'altro. Altrove si erano costituite piccole repubbliche aristocratiche, di tipo analogo a quella islandese. Erano sorti borghi fortificati, che servivano di punto d'appoggio e di mercato al tempo stesso alle diverse "armate" divenute sedentarie. E, essendo giocoforza nutrire le truppe giunte dal di l dei mari, vennero distribuite terre ai guerrieri. Frattanto, lungo le coste, altre bande di Vikinghi continuavano i loro saccheggi. Non ci si pu quindi meravigliare se Alfredo, al termine del suo regno, con la mente ancora tutta piena di scene d'orrore, traducendo dal De Consolatione di Boezio il quadro dell'et dell'oro, non si sia potuto trattenere dall'aggiungere all'originale questa sua riflessione: "Allora non si sentiva dunque parlare di vascelli armati in guerra?"(22).
Lo stato di anarchia in cui viveva cos la parte "danese" dell'isola spiega come, a partire dall'899, i re del Wessex, che, soli nell'intera Britannia, disponevano di un esteso potere territoriale e di mezzi relativamente considerevoli, abbiano potuto, appoggiandosi ad una rete di fortificazioni costruite un po' per volta, tentare e condurre a termine la riconquista. Dopo un'aspra lotta, la loro suprema autorit fu riconosciuta, nel 954, su tutto il paese in precedenza occupato dal nemico. Le tracce dello stanziamento scandinavo non furono tuttavia cancellate. Alcuni jarl infatti, col loro seguito, avevano pi o meno volentieri ripreso il mare. Ma la maggior parte degli invasori d'un tempo rimase sul luogo: i capi conservavano, sotto l'egemonia regia, i loro diritti di comando; gli abitanti del comune, le loro terre.
Frattanto, nella stessa Scandinavia, erano avvenute profonde trasformazioni politiche. Al di sopra del caos dei piccoli gruppi tribali, si consolidavano o si costituivano veri e propri stati: ancora molto instabili, dilaniati da innumeri lotte dinastiche e intenti a combattersi gli uni contro gli altri senza posa, capaci nondimeno, per lo meno a tratti, di formidabili concentramenti di forze. Accanto alla Danimarca, dove il potere sovrano si afferm in modo considerevole alla fine del secolo X, accanto al regno degli Svedesi, che aveva assorbito quello dei Gtar, sorse allora l'ultima nata delle monarchie settentrionali, fondata verso il 900, da una famiglia di capi locali, dapprima insediati nelle terre, relativamente aperte e fertili, intorno al fiordo d'Oslo e al lago Mjosen. Fu il regno della "strada del Nord" o, come noi diciamo, Norvegia: il nome stesso, di semplice orientamento e senz'alcuna risonanza etnica, richiama il costituirsi di una autorit impostasi tardi al particolarismo di trib poco prima ben distinte. Ora, ai principi signori di queste pi potenti unit politiche, la via del Vikingo era cosa familiare; da giovani, prima della loro assunzione al trono, avevano corso i mari, pi tardi, se qualche insuccesso li forzava momentaneamente a fuggire davanti a rivali pi fortunati, partivano ancora una volta per la grande avventura. Capaci ormai di organizzare, su un territorio pi vasto, importanti leve di uomini e di navigli, come non avrebbero nuovamente vlto lo sguardo verso la riva per cercare, al di l dell'orizzonte, l'occasione di nuove conquiste?
Allorch, dopo il 980, le incursioni in Britannia ripresero a intensificarsi,  molto singolare trovare ben presto a capo delle bande principali due pretendenti ai regni nordici: l'uno alla corona di Norvegia, l'altro a quella di Danimarca. Entrambi divennero, col tempo, re. Il norvegese Olaf Tryggvessn non torn pi nell'isola. Invece, il danese Svend "dalla barba forcuta" non dimentic affatto la strada. Sembra infatti che vi sia stato subito ricondotto da una di quelle vendette cui un eroe scandinavo non poteva rinunciare senza disonore. Dato che, nel frattempo, le spedizioni di saccheggio avevano proseguito sotto altri capi, il re d'Inghilterra, Etelredo, credette che il modo migliore per difendersi dai briganti fosse di assumerne qualcuno al suo servizio. Opporre in tal modo i Vikinghi ai Vikinghi era un giuoco classico, pi volte messo in pratica dai principi del continente e, quasi sempre, con mediocre successo. Sperimentando a sua volta l'infedelt dei mercenari "danesi", Etelredo se ne vendic ordinando, il 13 novembre 1002, giorno di santa Brigida, il massacro di quelli che fu possibile raggiungere. Una tradizione posteriore, che non  possibile controllare, racconta che nel numero delle vittime figurava proprio la sorella di Svend. Sin dal 1003, il re di Danimarca incendiava citt inglesi. Da allora una guerra quasi incessante divor il paese. Era destinata a finire solo alla morte di Svend e di Etelredo. Nei primi giorni dell'anno 1017, poich gli ultimi rappresentanti della casa del Wessex si erano rifugiati in Gallia o erano stati mandati nel lontano paese degli Slavi dai Danesi vincitori, i "savi" del paese - vale a dire l'assemblea dei grandi baroni e dei vescovi - riconobbero re di tutti gli Inglesi il figlio di Svend, Canuto.
Non si trattava di un semplice cambiamento di dinastia. Se Canuto, al momento della sua assunzione al trono inglese, non era ancora re di Danimarca, ove regnava uno dei suoi fratelli, tale divenne due anni pi tardi. Conquist poi la Norvegia. Tent, se non altro, di stanziarsi presso gli Slavi e i Finnici al di l del Baltico, sino all'Estonia. Alle imprese di saccheggio che avevano trovato nel mare la loro via, succedeva, affatto spontaneamente, un tentativo di impero marittimo. L'inghilterra vi figurava solo come la provincia pi occidentale. Canuto, in realt, scelse il suolo inglese per passarvi il resto della sua esistenza. Al clero inglese faceva volentieri appello per organizzare le chiese missionarie dei suoi stati scandinavi. Infatti, figlio di un re pagano, forse tardi convertitosi, Canuto fu personalmente un pio adepto della Chiesa romana, fondatore di monasteri, legislatore pietista e moraleggiante alla maniera di Carlo Magno. Si avvicin cos ai suoi sudditi della Britannia. Quando, nel 1027, fedele all'esempio di parecchi suoi predecessori anglo-sssoni, comp il suo pellegrinaggio a Roma "per la redenzione della propria anima e la salvezza dei suoi popoli", assist all'incoronazione del pi grande sovrano d'Occidente, l'imperatore Corrado II il Salico, re di Germania e d'Italia, incontr inoltre il re di Borgogna e, da bravo figlio di un popolo ch'era sempre stato commerciante oltre che guerriero, seppe ottenere per i mercanti d'Inghilterra, da quei custodi delle Alpi, vantaggiose esenzioni da pedaggi. Egli traeva tuttavia dai paesi scandinavi la maggior parte di quelle forze con cui dominava l'intera grande isola. "Aale si  fatto innalzare questa pietra. Egli ha levato il tributo per il re Canuto in Inghilterra. Dio abbia la sua anima". Tale l'iscrizione in caratteri runici, che ancora oggi si legge su una stele funeraria, vicino a un villaggio della provincia svedese di Uppland(23). Tale stato, legalmente cristiano, pur presentando nelle sue diverse terre numerosi elementi pagani o cristianizzati ancora molto superficialmente; aperto, per via del cristianesimo, ai ricordi delle antiche letterature; assodante infine con l'eredit della civilt anglo-sssone, a un tempo germanica e latina, le tradizioni proprie ai popoli scandinavi; accentrato intorno al mare del Nord, vedeva singolarmente intrecciarsi ogni specie di correnti di civilt. Forse intorno a quest'epoca o probabilmente un poco prima, nella Northumbria popolata da antichi Vikinghi, un poeta anglo-sssone, mettendo in versi vecchie leggende dei paesi dei Gtar e delle isole danesi, compose il poema Beowulf, ricco degli echi di una vena epica ancora affatto pagana: lo strano e oscuro lamento dai mostri favolosi, che, per una nuova testimonianza di questo giuoco di influenze contrastanti,  preceduto nel manoscritto a noi giunto da una lettera di Alessandro ad Aristotele e seguito da un frammento tradotto dal Libro di Giuditta(24).
Ma questo singolare Stato fu internamente sempre poco solido e compatto. Le comunicazioni attraverso cos grandi distanze e per mari tanto aspri implicavano molte alee. C'era qualche cosa di preoccupante nel proclama che Canuto rivolse nel 1027 agli Angli, facendo rotta da Roma alla Danimarca: "Io mi propongo di venire verso di voi, una volta pacificato il mio regno dell'Est... appena questa estate mi sar potuto procurare una flotta". I settori dell'impero, privi della presenza del sovrano, dovevano essere affidati a vicer, non sempre fedeli. Morto Canuto, l'unione, che egli aveva creata e mantenuta con la forza, si infranse. L'Inghilterra fu dapprima, come regno a parte, attribuita ad uno dei suoi figli, poi, per un breve periodo ancora, riunita alla Danimarca (essendosi la Norvegia definitivamente scissa). Nel 1042, infine, vi fu di nuovo riconosciuto re un principe della casa del Wessex, Edoardo, pi tardi chiamato "il Confessore". Non erano tuttavia completamente cessate le incursioni scandinave sulle coste, n si erano estinte le ambizioni dei capi del Nord. Dissanguato da tante guerre e saccheggi, disorganizzato nella sua impalcatura politica ed ecclesiastica, sconvolto per la rivalit degli eredi dei baroni, lo stato inglese non era evidentemente pi capace che di una debole resistenza.
Questa preda bella e pronta era adocchiata da due parti: da oltre Manica, dai duchi francesi di Normandia, in cui sudditi, durante tutto il primo periodo del regno di Edoardo, allevato lui stesso alla corte ducale, avevano popolato il seguito del principe e l'alto clero; al di l del mare del Nord, dai re scandinavi. Quando, alla morte di Edoardo, uno dei principi magnati del regno, Aroldo, anch'esso scandinavo di nome, semiscandinavo di origine, venne consacrato re, due eserciti, a poche settimane di intervallo, sbarcarono sulla costa inglese. Uno, sul Humber, era quello del re di Norvegia, un altro Aroldo, l'Aroldo "dal duro consiglio" delle saghe: vero vikingo, giunto alla corona solo dopo lunghe avventure di vagabondaggio, antico capitano delle guardie scandinave alla corte di Costantinopoli, comandante delle armate bizantine lanciate contro gli Arabi di Sicilia, genero di un principe di Novgorod, infine ardito esploratore dei mari artici. L'altro, sul litorale del Sussex, era comandato dal duca di Normandia, Guglielmo il Bastardo(25). Aroldo il Norvegese fu battuto e ucciso sul ponte di Stamford. Guglielmo vinse sulle colline di Hastings. Certo, i successori di Canuto non rinunciarono subito al loro sogno ereditario: due volte, sotto il regno di Guglielmo, lo Yorkshire vide riapparire i Danesi. Ma queste imprese guerriere degeneravano ormai in semplici brigantaggi: le ultime spedizioni scandinave rinnovavano i caratteri delle prime. Sottratta all'orbita nordica, cui era parsa per un momento destinata ad appartenere definitivamente, l'Inghilterra venne inglobata, per quasi un secolo e mezzo, in uno stato estendentesi sulle due rive della Manica, ricollegata per sempre agli interessi politici e alle correnti di civilt del vicino Occidente.


4. Gli stanziamenti scandinavi: la Francia.

Ma questo stesso duca di Normandia, conquistatore dell'Inghilterra, sebbene francese per lingua e per genere di vita, si considerava anch'esso un autentico discendente dei Vikinghi. Infatti, sia sul continente che sull'isola, pi di un "re del mare" era finito col diventare signore o principe della terra.
L'evoluzione era cominciata assai presto. Sin dall'850 circa, il delta del Reno aveva visto il primo tentativo di costituzione di un principato scandinavo, inserito nell'edificio politico dello stato franco. Verso quell'epoca, due membri della casa reale di Danimarca, esiliati dai loro paesi, ricevettero in "beneficio" dall'imperatore Ludovico il Pio il paese che si stendeva intorno a Durstede, allora primo porto dell'Impero sul mare del Nord. Ingrandito pi tardi con varie altre parti della Frisia, il territorio cos concesso doveva rimanere nelle mani dei componenti di questa famiglia, in forma quasi stabile, sino al giorno in cui l'ultimo d'essi fu ucciso a tradimento, nell'885, su ordine di Carlo il Grosso, suo signore. Per quel poco che ci  possibile intravvedere della loro storia, notiamo che - con gli sguardi vlti ora verso la Danimarca e le sue lotte dinastiche, ora verso le province franche, ove non temevano, sebbene fossero diventati cristiani, di intraprendere incursioni pur sempre proficue -, essi non erano che vassalli senza fede e cattivi custodi della terra. Ma questa Normandia neerlandese, che non fu vitale, possiede agli occhi dello storico tutto il valore di un sintomo precorritore. Un po' pi tardi, sembra che un gruppo di Normanni sia vissuto assai a lungo a Nantes o intorno alla citt in buon accordo col conte bretone. A pi riprese i re franchi avevano assunto al loro servizio dei capi-banda. Non  dubbio, per esempio, che, se quel Volundr, da cui Carlo il Calvo aveva, nell'862, ricevuto l'omaggio, non fosse stato ucciso poco dopo in un duello giudiziario, sarebbe stato ben presto necessario provvederlo di feudi, e tale inevitabile conseguenza era gi stata anticipatamente accettata. Evidentemente, all'inizio del secolo X, era gi nell'aria l'idea di simili insediamenti.
Ma come, alla fine, e in quale forma prese corpo uno di tali progetti? Siamo assai male informati. Il problema tecnico  qui troppo grave perch lo storico possa, senza disonest, astenersi dal confidarlo al lettore. Socchiudiamo quindi, per un attimo, la porta del laboratorio.
In quel tempo, nelle varie chiese della cristianit, c'erano chierici che si dedicavano a registrare, anno per anno, gli avvenimenti. Era una vecchia abitudine nata dall'uso degli strumenti del computo cronologico per segnarvi i fatti salienti dell'anno precedente o in corso. Cos, alla soglia del Medioevo, quando ancora si datava per consoli, si era proceduto per i fasti consolari; e allo stesso modo, pi tardi, per le tavole di Pasqua, destinate a indicare, nel loro succedersi, le date cos variabili di questa festa da cui dipende quasi per intero l'ordine delle liturgie. Poi, all'inizio del periodo carolingio, il memento storico si era staccato dal calendario, pur conservando rigorosamente la sua cornice annuale. Naturalmente, la prospettiva di quei memorialisti differiva molto dalla nostra. Si interessavano alle grandinate, alle carestie di vino o di grano, ai prodigi, quasi quanto alle guerre, alle morti dei principi, alle rivoluzioni dello Stato o della Chiesa. Erano inoltre non solo di diversa intelligenza, ma informati in maniera assai diseguale. La curiosit, l'arte di interrogare, lo zelo, variavano a seconda degli individui. Soprattutto il numero e il valore delle informazioni raccolte dipendevano dall'ampiezza della casa religiosa, dalla sua importanza, dai suoi legami pi o meno stretti con la corte o i grandi. Alla fine del secolo IX e nel corso del X, i migliori annalisti della Gallia furono, senza dubbio, un monaco anonimo della grande abbazia di Saint-Vaast d'Arras e un prete di Reims, Flodoardo, che, al vantaggio di un ingegno particolarmente acuto, univa quello di vivere in un incomparabile focolaio di intrighi e di notizie. Per sfortuna gli annali di Saint-Vaast si interrompono bruscamente a met del 900; quanto agli annali di Flodoardo, a quelli almeno che ci son giunti - giacch, ben inteso, bisogna fare i conti anche con le ingiurie del tempo -, il loro punto di partenza viene fissato nel 919. Ora, per il pi malaugurato dei casi, la lacuna corrisponde precisamente con l'insediamento dei Normanni nella Francia occidentale.
A dir il vero, tali "agende" non sono le sole opere storiche lasciate da un'epoca molto preoccupata del passato. Meno d'un secolo dopo la fondazione del principato normanno della bassa Senna, il duca Riccardo I, nipote del fondatore, decise di far ricostruire le imprese dei suoi avi e le proprie. Ne incaric un canonico di Saint-Quentin, Dudone. L'opera, compiuta prima del 1026,  ricca di insegnamenti. Possiamo cogliervi al lavoro uno scrittore del secolo XI, attento a registrare le informazioni traendole da annali anteriori, che non cita mai, da notizie orali di cui fa gran conto, e ad abbellirle con ricordi libreschi o, pi semplicemente, con la sua immaginazione. Vi cogliamo al vivo gli ornamenti che un monaco colto considerava atti a rialzare la vivacit del racconto, e un adulatore accorto atti a solleticare l'orgoglio dei suoi signori. Con l'aiuto di alcuni documenti storici con cui  possibile controllarla, vi si sonda la profondit d'oblio e la deformazione di cui era suscettibile, in capo a qualche generazione, la memoria storica degli uomini di quel tempo. In una parola, essa costituisce una testimonianza infinitamente preziosa della mentalit di un ambiente e di un'epoca; una testimonianza quasi nulla dei fatti stessi che riferisce, almeno per quanto concerne la primitiva storia del ducato di Normandia.
Di quegli avvenimenti cos oscuri, ecco dunque quanto si giunge a scorgere con l'aiuto di qualche mediocre annale e di un numero molto esiguo di documenti d'archivio.
Senza trascurare in modo assoluto le bocche del Reno e della Schelda, a partire dall'850 o press'a poco, lo sforzo dei Vikinghi si era sempre pi diretto verso le valli della Loira e della Senna. Una delle loro bande aveva fissato, nell'896, la propria sede specialmente intorno alla bassa Senna. Di l essa si irradiava dovunque, alla ricerca di bottino. Ma queste lontane spedizioni non erano sempre fortunate. I razziatori furono battuti, pi volte, in Borgogna, e sotto le mura di Chartres, nel 911. Erano invece padroni del Roumois e della regione vicina e senza dubbio, per nutrirsi nel periodo di sosta invernale, avevano gi dovuto coltivare o far coltivare la terra: tanto che, formando questo insediamento un focolare di attrazione, i pochi arrivati per primi erano stati raggiunti da altre ondate di avventurieri. Se l'esperienza insegnava che non era impossibile frenarne le rapine, sloggiarli dai loro covi sembrava invece un compito superiore alle forze del solo potere interessato: quello del sovrano. Di pi vicini poteri, infatti, non era, ormai il caso di parlare: in quel paese cos orrendamente saccheggiato e al cui centro non c'era pi che una citt in rovina, i quadri dei governi locali erano completamente scomparsi. Inoltre, il nuovo re della Francia Occidentale, Carlo il Semplice, consacrato nell'893 e ovunque riconosciuto alla morte del suo rivale Oddone, sembrava che fin dal suo avvento avesse formulato il disegno di un accordo con l'invasore. Lo attu nell'897, chiamando presso di s il capo che allora comandava i Normanni della bassa Senna e facendogli da padrino. Questo primo tentativo rimase senza risultati. Non dobbiamo stupirci che, dopo quattordici anni, egli abbia ripreso l'idea, rivolgendosi questa volta a Rollone, il quale, a capo della medesima "armata", era succeduto al figlioccio di prima. Rollone, da parte sua, aveva appena subito una sconfitta davanti a Chartres; questa disfatta era servita ad aprirgli gli occhi sulle difficolt che si opponevano al proseguimento delle scorrerie. Giudic saggio accettare l'offerta del re. Ci significava, da ambo le parti, riconoscere il fatto compiuto. Da parte di Carlo v'era in pi il vantaggio di legarsi, con i vincoli dell'omaggio vassallico e, di conseguenza, coll'obbligo dell'aiuto militare, un principato in realt gi interamente costituito e che da allora in poi avrebbe avuto le migliori ragioni del mondo per vigilare la costa contro gli assalti di nuovi pirati. In un diploma del 14 marzo 918, il re ricorda le concessioni fatte "ai Normanni della Senna, vale a dire a Rollone e ai suoi compagni... per la difesa del regno".
L'accordo fu stipulato a una data che nulla ci permette di fissare con esattezza: certo, dopo la battaglia di Chartres (20 luglio 911); probabilmente poco dopo. Rollone e alcuni dei suoi ricevettero il battesimo. Per quanto concerne i territori ceduti, sui quali Rollone doveva d'ora innanzi esercitare, grosso modo, il potere praticamente ereditario del pi alto funzionario della gerarchia franca, il conte, la sola fonte degna di fede - Flodoardo nella sua Histoire de l'glise de Reims - ci dice che comprendevano "qualche contea intorno a Rouen", ossia, a quanto pare, la parte della diocesi di Rouen che si estende dall'Epte al mare e una frazione di quella di vreux. Ma i Normanni non erano uomini che si accontentassero a lungo di uno spazio cos ristretto. Inoltre, nuovi afflussi di immigrati li spingevano imperiosamente a ingrandirsi. La ripresa di guerre dinastiche nel regno non tard ad offrir loro l'occasione di barattare gli interventi. Sin dal 924, il re Rodolfo consegnava a Rollone il Bessin(26); nel 933, al figlio, e successore di Rollone, le diocesi di Avranches e di Coutances. Cos, progressivamente, la "Normandia" neustriana aveva trovato i suoi confini ormai quasi immutabili.
Rimaneva peraltro la Loira inferiore, con i suoi Vikinghi: il medesimo problema dell'altro estuario, la medesima soluzione. Nel 921 il duca e marchese Roberto, che, fratello del vecchio re Oddone, aveva nell'Ovest il possesso di un grande dipartimento e praticamente si comportava come sovrano autonomo, cede ai pirati del fiume, solo alcuni dei quali erano stati battezzati, la contea di Nantes. Sembra che la banda scandinava fosse meno forte e che l'attrazione esercitata dagli stanziamenti di Rollone, regolarizzati una decina d'anni prima, le impedisse di accrescersi. Inoltre, la regione di Nantes non era, come le contee intorno a Rouen, un bene vacante, n che fosse isolato. Senza dubbio, le lotte tra i pretendenti, le stesse incursioni scandinave, avevano prodotto un'estrema anarchia nel regno o ducato dei Bretoni armoricani, in cui era stata incorporata poco dopo l'840. Nondimeno, i duchi o i pretendenti al titolo ducale, soprattutto i conti del vicino Vannetais, si consideravano come i signori legittimi di questa marca di lingua romanza; per riconquistarla, si appoggiavano a truppe che potevano raccogliere fra i fedeli di Britannia. Uno di essi, Alano II, tornato nel 936 dall'Inghilterra, dove s'era rifugiato, cacci gli invasori. La Normandia della Loira, al contrario di quella della Senna, aveva goduto di un'effimera esistenza(27).
L'insediamento sulla Manica dei compagni di Rollone non pose un netto termine alle devastazioni. Capi isolati, tanto pi aspri nel saccheggio quanto pi si irritavano di non aver ricevuto anch'essi terre, corsero qua e l, ancora per un poco, la campagna(28). La Borgogna fu di nuovo saccheggiata nel 924. A questi briganti si univano a volte Normanni di Rouen. Gli stessi duchi non avevano fatto un taglio netto con le antiche abitudini. Il monaco di Reims, Richerio, che scriveva negli ultimi anni del secolo X, raramente si astiene dal chiamarli "duchi di pirati". Le loro imprese guerresche, infatti, non differivano molto dalle antiche scorrerie. Essi impiegavano frequentemente schiere di Vikinghi, giunte fresche dal Nord: a queste appartenevano, nel 1013, cio pi di un secolo dopo l'omaggio di Rollone, gli avventurieri "anelanti di desiderio verso il bottino"(29), condotti da Olaf, pretendente alla corona di Norvegia, allora pagano, ma destinato, dopo il suo battesimo, a diventare il santo nazionale della patria. Altre bande operavano per proprio conto sul litorale. Una d'esse, dal 966 al 970, si spinse sin sulle coste spagnuole e prese San Giacomo di Compostella. Ancora nel 1018 ne fu vista comparire un'altra sulle coste del Poitou. A poco a poco, per, le barche scandinave disimpararono la via delle acque lontane. Al di l delle frontiere francesi anche il delta del Reno era stato pressoch liberato. Verso il 930, il vescovo di Utrecht pot raggiungere la sua citt, in cui il suo predecessore era stato incapace di risiedere in modo duraturo, e la fece riedificare. Le coste del mare del Nord rimanevano certamente aperte a molti colpi di mano. Nel 1006 fu predato il porto di Tiel, sul Waal, e minacciata Utrecht; gli stessi abitanti diedero fuoco alle installazioni delle banchine e del borgo mercantile, non protetto da alcuna cinta. Una legge frisona prevede, un poco pi tardi, come un avvenimento quasi normale il caso in cui un uomo del paese, rapito dai Normanni, sia stato arruolato a viva forza in una delle loro bande. I marinai scandinavi continuarono cos a conservare a lungo, nell'Occidente, tale stato di insufficiente sicurezza, cos caratteristico di un certo tipo di civilt. Ma l'epoca delle scorrerie a lungo raggio, con la pausa invernale, e, dopo la disfatta del Ponte di Stamford, quella delle conquiste al di l dei mari, era ormai chiusa.


5. La cristianizzazione del Nord.

Intanto anche il Nord si andava, a poco a poco, cristianizzando. Una civilt che, lentamente, passa ad un'altra fede: lo storico non conosce fenomeno che si presti a pi appassionanti osservazioni, soprattutto quando, come in questo caso, le fonti, nonostante irrimediabili lacune, permettono di seguirne assai da vicino le vicissitudini, s da trarne una esperienza naturale, capace di illuminare altri movimenti del medesimo genere. Ma uno studio minuzioso uscirebbe dai limiti di questo volume. Potranno bastare alcuni accenni.
Sarebbe inesatto dire che il paganesimo nordico non abbia opposto seria resistenza, giacch occorsero tre secoli per distruggerlo pienamente. Pure, s'intravvedono alcune delle ragioni interne che ne facilitarono la disfatta finale. Al clero dei popoli cristiani, saldamente organizzato, la Scandinavia non opponeva nulla di analogo. I capi di gruppi consanguinei o di popoli erano i soli sacerdoti. Certo, i re specialmente potevan temere, qualora avessero perduto i loro diritti ai sacrifici, la perdita di un elemento essenziale alla loro grandezza. Ma il cristianesimo, come avremo occasione di vedere, non li costringeva ad abbandonare completamente la loro sacralit. Per quanto concerne i capi di famiglie o di trib, si pu credere che i profondi cambiamenti della struttura sociale, correlativi a un tempo alle migrazioni e alla formazione degli stati, abbiano inferto un durissimo colpo al loro prestigio sacerdotale. L'antica religione non mancava solamente dell'armatura di una chiesa; sembra anzi che al tempo della conversione abbia presentato, in se stessa, i sintomi di una specie di decomposizione spontanea. I testi scandinavi ci parlano molto spesso dell'esistenza di veri e propri increduli. Questo rozzo scetticismo doveva alla lunga condurre all'accettazione di una fede nuova piuttosto che all'assenza, quasi inconcepibile, di ogni fede. Lo stesso politeismo apriva infine un facile cammino al cambiamento di religione. Animi ai quali  ignota qualsiasi critica delle testimonianze non propendono punto a negare il soprannaturale, da qualsiasi parte venga. I cristiani ricusavano di pregare gli di delle diverse religioni pagane, pur tuttavia non consideravano una colpa ammetterne l'esistenza; li giudicavano demoni malvagi, certo pericolosi, pi deboli comunque dell'unico Creatore. Similmente - e ce lo confermano numerosi testi - quando i Normanni impararono a conoscere il Cristo ed i suoi santi, si abituarono rapidamente a trattarli come deit straniere, che si potevano bens combattere e schernire con l'aiuto dei propri di, ma la cui oscura potenza era troppo temibile perch, in altre circostanze, la saggezza non cercasse di renderseli propizi e di rispettare la misteriosa magia del loro culto. Nell'860, un Vikingo malato non fece forse un voto a san Riquier? Poco dopo, un capo islandese, sinceramente convertito al cristianesimo, continuava ciononostante ad invocare, in alcuni casi difficili, Thor(30). Il passaggio dal riconoscere il Dio dei cristiani come una forza temibile all'accettarlo come il solo Dio era superabile per gradi quasi insensibili.
Anche le spedizioni di saccheggio, interrotte da tregue e da trattative, esercitavano la loro azione. Pi di un marinaio del Nord, al ritorno dalle sue scorrerie guerresche, recava al suo focolare la nuova religione, come parte del suo bottino. I due grandi re che convertirono la Norvegia, Olaf, figlio di Tryggve, e Olaf, figlio di Aroldo III, avevano ricevuto entrambi il battesimo - il primo su suolo inglese nel 994, il secondo su quello di Francia nel 1014 - al tempo in cui, ancora senza regni, comandavano bande di Vikinghi. Questi passaggi o scivolamenti alla legge del Cristo si moltiplicavano via via che gli avventurieri, giunti d'oltre mare, incontravano lungo la loro strada un numero sempre crescente di compatrioti ormai fissati con stabile dimora su terre anticamente cristiane, e per la maggior parte conquistati alle credenze delle popolazioni soggette o limitrofe. Le relazioni commerciali, anteriori alle grandi imprese guerresche, che, d'altronde, non erano mai state interrotte, favorivano, dal canto loro, le conversioni. In Svezia, i primi cristiani furono per lo pi mercanti che avevano frequentato il porto di Durstede, allora il principale nodo di comunicazioni tra l'impero franco e i mari settentrionali. Una vecchia cronaca gotlandese scrive, degli abitanti dell'isola: "Viaggiavano con le loro mercanzie verso tutte le contrade; presso i cristiani, videro i costumi dei cristiani; alcuni furono battezzati e condussero con s sacerdoti". Infatti, le pi antiche comunit di cui troviamo traccia si eran formate nei borghi di traffico: Birka, sul lago Mlar, Ripen e Schleswig alle due estremit della via che, di mare in mare, attraversava l'istmo del Jutland. In Norvegia, all'inizio del secolo XI, secondo l'acuta osservazione dello storico islandese Snorri Sturluson, "la maggioranza degli uomini che abitavano lungo le coste aveva ricevuto il battesimo, quando nelle alte valli e sui monti il popolo era ancora tutto pagano"(31). Per parecchio tempo, questi contatti di uomini con uomini, secondo la ventura delle migrazioni temporanee, divennero, per la fede straniera, fattori di propagazione molto pi efficaci delle missioni inviate dalla Chiesa.
Queste ultime, nondimeno, erano cominciate ben presto. Lavorare all'abolizione del paganesimo appariva ai Carolingi a un tempo come un dovere inerente alla loro missione di principi cristiani e come la via pi sicura per estendere sul mondo, unito ormai in una medesima fede, la loro egemonia. Lo stesso dicasi per i grandi imperatori tedeschi, eredi delle loro tradizioni.
Una volta convertita la Germania propriamente detta, per quale ragione non si sarebbe dovuto pensare ai Germani del Nord? Su iniziativa di Ludovico il Pio, alcuni missionari si recarono ad annunziare il Cristo ai Danesi e agli Svedesi. Come un tempo Gregorio Magno aveva sognato di fare per gli Angli, alcuni giovani Scandinavi furono comperati sui mercati di schiavi per essere indirizzati al sacerdozio e all'apostolato. L'opera di cristianizzazione ottenne infine un punto di appoggio permanente con la costituzione, ad Amburgo, di un arcivescovado, il cui primo titolare fu il monaco piccardo Anschaire, al suo ritorno dalla Svezia: metropoli sprovvista al momento di suffraganei, ma dinanzi alla quale si apriva, al di l delle vicine frontiere scandinave e slave, un'immensa regione da conquistare. Le antiche credenze avevano tuttavia radici ancor troppo salde; i sacerdoti franchi, che venivano considerati servitori di principi stranieri, suscitavano troppo forti sospetti, le stesse compagnie di predicatori, a dispetto di qualche anima focosa come Anschaire, eran troppo difficilmente reclutabili, perch questi grandi sogni si potessero attuare rapidamente. Amburgo venne saccheggiata dai Vikinghi nell'845, e la chiesa-madre delle missioni sopravvisse solo perch ci si decise a unirle, staccandolo dalla provincia di Colonia, il pi antico e meno povero seggio episcopale di Brema.
Era, se non altro, una posizione di ripiego e di attesa. Da Brema-Amburgo mosse infatti, nel secolo X, un nuovo sforzo, pi fortunato. Nel medesimo tempo, i sacerdoti inglesi, giunti da un altro settore dell'orizzonte cristiano, disputavano ai loro fratelli tedeschi l'onore di battezzare i pagani della Scandinavia. Da lungo tempo avvezzi al mestiere di pescatori d'anime, serviti da costanti comunicazioni che legavano i porti della loro isola alle coste della sponda opposta, soprattutto meno sospetti, sembra che la loro messe sia stata ben pi abbondante.  significativo che in Svezia, per esempio, il vocabolario del cristianesimo sia composto piuttosto di vocaboli d'origine anglo-sssone che di origine tedesca. Similmente, che numerose parrocchie abbiano scelto come patroni santi della Britannia. Per quanto le diocesi pi o meno effimere fondate nei paesi scandinavi avessero dovuto dipendere, secondo le regole gerarchiche, dalla provincia di Brema-Amburgo, i re, quando erano cristiani, facevano volentieri consacrare i loro vescovi in Britannia. A maggior ragione, l'influsso inglese si irradi largamente sulla Danimarca e anche sulla Norvegia ai tempi di Canuto e dei suoi primi successori.
L'elemento decisivo stava, infatti, nell'atteggiamento dei re e dei principi. Ben lo sapeva la Chiesa, che aveva sempre cercato soprattutto di conquistarli. Via via specialmente che i nuclei cristiani si moltiplicavano, e per il loro stesso successo, trovavano innanzi a s alcuni gruppi pagani pi coscienti del pericolo e quindi meglio decisi alla lotta, i due partiti ponevano le loro pi sicure speranze nel potere di costrizione esercitato dai sovrani, spesso con estrema durezza. Come gettare sul paese, senza il loro appoggio, quella rete di vescovati e di abbazie, senza cui il cristianesimo sarebbe stato incapace di mantenere il suo ordine spirituale e di attingere gli strati profondi della popolazione? Reciprocamente, nelle guerre tra pretendenti che dilaniavano senza posa gli stati scandinavi, non si mancava di sfruttare le discordie religiose: pi di una rivoluzione dinastica mand in rovina, per un certo tempo, un'organizzazione ecclesiastica in via di insediamento. Il trionfo pot essere considerato come sicuro solo il giorno in cui, in ciascuno dei tre regni, si succedettero senza interruzione re cristiani: dapprima in Danimarca, dopo Canuto; poi, in Norvegia, dopo Magnus il Buono (1035); assai pi tardi in Svezia, dopo il re Inge, che, sul finire del secolo XI, distrusse l'antico santuario di Uppsala, ove i suoi predecessori avevano cos spesso offerto in sacrificio la carne degli animali e financo quella degli uomini.
Al pari che in Ungheria, la conversione di quei paesi del Nord, gelosi della loro indipendenza, doveva di necessit trarre con s la costituzione in ciascuno di una gerarchia propria, direttamente sottoposta a Roma. Sul seggio arcivescovile di Brema-Amburgo, sed un giorno un politico abbastanza fine per piegare dinanzi all'inevitabile e per cercare almeno di salvare qualcosa della supremazia tradizionalmente rivendicata dalla sua chiesa. Dopo il 1043, l'arcivescovo Adalberto concep l'idea di un vasto patriarcato nordico, entro il quale, sotto la tutela dei successori di sant'Anschaire, si sarebbero create le metropoli nazionali. Ma la Curia romana, poco favorevole ai poteri intermedi, si guard bene dall'appoggiare tale disegno, che del resto le contese dei baroni, nella stessa Germania, non permisero al suo autore di condurre innanzi con molta pertinacia. Nel 1013 fu fondato a Lund, nella Scania danese, un arcivescovado con giurisdizione su tutte le terre scandinave. Anche la Norvegia ottenne poi, nel 1152, il proprio, che essa stabil a Nidaros (Trondheim), accanto alla tomba, vero palladio della nazione, in cui riposava il re-martire Olaf. Infine, la Svezia, nel 1164, fiss la sua metropoli cristiana vicino al luogo ove, ai tempi pagani, era stato elevato il tempio regale di Uppsala. La chiesa scandinava sfuggiva cos alla chiesa germanica. Parallelamente, nel campo politico, i sovrani della Francia orientale, nonostante i loro innumeri interventi nelle guerre dinastiche della Danimarca, non giunsero a imporre mai in modo duraturo ai sovrani di quel paese il versamento di un tributo, indice di soggezione, e neppure a far avanzare seriamente la frontiera. La separazione tra i due grandi rami dei popoli germanici si era andata fissando con forza crescente. L'Alemagna non era, n mai doveva essere, tutta la Germania.


6. Alla ricerca delle cause.

Fu la conversione alla nuova fede a convincere gli Scandinavi a rinunziare alle loro abitudini di saccheggio e di lontane migrazioni? Concepire le scorrerie dei Vikinghi sotto i colori di una guerra di religione, scatenata dall'ardore di un implacabile fanatismo pagano - spiegazione che fu per lo meno abbozzata qualche volta - urta non poco con quanto sappiamo intorno a quelle anime inclini al rispetto di ogni magia. Non possiamo credere, invece, agli effetti di un profondo mutamento di mentalit, determinato dal mutamento di fede? Certo, la storia delle navigazioni e invasioni normanne sarebbe inintelligibile senza quell'amore appassionato della guerra e della avventura che, nella vita morale del Nord, coesisteva con la pratica delle pi pacifiche arti. Gli stessi uomini i quali, come abili commercianti, frequentavano i mercati d'Europa, da, Costantinopoli sino ai porti del delta renano, o che dissodarono le solitudini dell'Islanda sotto le nebbie gelide, non conoscevano pi grande piacere e pi alta forma di rinomanza che "il tintinnio delle spade" e "il cozzo degli scudi": lo testimoniano tanti poemi e racconti, messi per iscritto solo nel secolo XII, ma in cui ancora risona la fedele eco dell'et dei Vikinghi; lo testimoniano anche le stele, pietre funebri o semplici cenotafi, che, sulle alture del paese scandinavo, lungo le strade e accanto ai luoghi delle assemblee, drizzano ancor oggi i loro caratteri runici, incisi, in rosso vivo, sulla grigia roccia. In genere esse non commemorano, come molte tombe greche o romane, morti tranquillamente addormentati nella terra natia; richiamano quasi esclusivamente il ricordo di eroi caduti nel corso di qualche sanguinosa spedizione.  evidente che la forma espressiva di questo sentimento possa sembrare incompatibile con la legge del Cristo, concepita come un insegnamento di dolcezza e di misericordia. Ma avremo in sguito l'occasione di constatare pi volte, presso i popoli occidentali, durante l'et feudale, che la pi ardente fede, nei misteri del cristianesimo si associ, senza apparenti difficolt, al gusto della violenza e del bottino e alla pi cosciente esaltazione della guerra.
Certo, gli Scandinavi comunicarono da allora in poi con gli altri membri del mondo cattolico in un medesimo credo, si nutrirono delle stesse pie leggende, seguirono le medesime strade di pellegrinaggio, lessero o si fecero leggere gli stessi libri in cui si rifletteva, pi o meno deformata, la tradizione romano-ellenica. Ciononostante, l'unit profonda della civilt occidentale ha mai impedito le guerre intestine? Si ammetter tutt'al pi che l'idea di un Dio unico e onnipotente, congiunta a concezioni assolutamente nuove sull'altro mondo, abbia inferto, alla lunga, un grave colpo a quella mistica del destino e della gloria, cos significativa dell'antica poesia nordica e da cui pi di un Vikingo aveva tratto, senza dubbio, la giustificazione delle sue passioni. Chi giudicher che ci sia bastato a togliere ai capi ogni desiderio di seguire le orme di Rollone e di Svend o a impedir loro di arruolare i guerrieri necessari alle loro ambizioni?
A dir il vero, il problema, come l'abbiamo formulato poc'anzi, pecca di un enunciato incompleto. Come cercare la causa della fine di un fenomeno, senza dapprima chiedersi il motivo per cui  avvenuto? Forse, nella fattispecie,  solo un modo di rinviare la difficolt: infatti, l'inizio delle migrazioni scandinave non  pressoch meno oscuro, nelle sue cause, del suo arresto. Non che si veda, d'altronde, l'opportunit di attardarsi a lungamente scrutare le ragioni della attrazione esercitata sulle societ del Nord dalle terre, in generale pi fertili e pi anticamente civili, che si stendevano al loro sud. La storia delle invasioni germaniche e dei movimenti di popoli che le precedettero non era gi stata quella di un lungo migrare verso il sole? Antica era anche la tradizione dei saccheggi per mare. Gregorio di Tours e il poema di Beowulf, con un accordo notevole, ci hanno conservato entrambi il ricordo della spedizione che, verso il 520, un re dei Gtar intraprese sulle coste della Frisia; altri tentativi consimili ci sfuggono senza dubbio per la mancanza di documenti. Non  meno certo che, piuttosto bruscamente, verso la fine del secolo VII, queste lontane scorrerie assunsero un'ampiezza sino allora ignota.
Bisogna dunque credere che l'Occidente, mal difeso, fosse allora pi facile preda che in passato? Tuttavia, oltre al fatto che questa spiegazione non potrebbe valere per avvenimenti esattamente paralleli nel tempo, come il popolamento dell'Islanda e la fondazione di stati vareghi sui fiumi della Russia, sarebbe un insopportabile paradosso pretendere che lo stato merovingio, nel suo periodo di sgretolamento, dovesse sembrare pi temibile della monarchia di Ludovico il Pio o dei suoi figli.  chiaro che dobbiamo chiedere allo studio degli stessi paesi nordici la chiave del loro destino.
Il confronto delle navi del secolo IX con qualche altro fortunato ritrovamento che si riferisce a date pi remote ci attesta che, durante il periodo immediatamente anteriore all'et dei Vikinghi, i marinai scandinavi avevano di molto perfezionato la costruzione delle loro imbarcazioni.  indubbio che le corse lontane attraverso gli oceani sarebbero state impossibili senza tali progressi tecnici. Ma fu veramente per il piacere di utilizzare battelli meglio congegnati che tanti Normanni decisero di andare a tentare l'avventura lontano dal loro paese?  pi naturale pensare che si siano preoccupati di migliorare la loro attrezzatura navale al fine, precisamente, di lanciarsi pi lontano sul mare.
Un'altra spiegazione infine venne proposta, sin dal secolo XI, dallo stesso storico dei Normanni di Francia, Dudone di Saint-Quentin. Egli scorgeva la causa delle migrazioni nell'eccessivo popolamento dei paesi scandinavi; e l'origine di quest'ultimo nella pratica della poligamia. Tralasciamo quest'ultima osservazione: oltre al fatto che solo i capi mantenevano veri harem, gli studi demografici non hanno mai stabilito - tutt'altro! - che la poligamia sia particolarmente favorevole all'aumento della popolazione. L'ipotesi stessa della sovrappopolazione pu sembrare, a primo aspetto, sospetta. I popoli vittime di invasioni l'hanno quasi sempre messa innanzi, nell'assai ingenua speranza di giustificare le loro disfatte con l'afflusso di un prodigioso numero di nemici: cos i Mediterranei, un tempo, davanti ai Celti, i Romani davanti ai Germani. Essa merita per, in questo caso, maggior considerazione: perch Dudone probabilmente la derivava non dalla tradizione dei vinti, ma da quella dei vincitori; e soprattutto a causa di una certa verosimiglianza intrinseca. Dal secolo II al IV, i movimenti dei popoli che dovevano alla fine produrre la rovina dell'Impero romano, avevan certamente avuto per effetto di lasciare nella penisola scandinava, nelle isole del Baltico, e nel Jutland, grandi distese vuote di uomini. I gruppi rimasti poterono, nel corso di parecchi secoli, distendersi liberamente. Venne poi un momento, verso l'VIII secolo, in cui lo spazio cominci certamente a mancare: se non altro, per lo stato della loro agricoltura.
Invero, le prime imprese dei Vikinghi in Occidente ebbero come scopo assai meno la conquista di stanziamenti permanenti che la caccia di un bottino da portare nelle proprie terre. Essa costituiva comunque ancora un mezzo per far fronte alla mancanza di terra. Grazie alle spogliazioni delle civilt meridionali, il capo, preoccupato della diminuzione dei suoi campi e dei suoi pascoli, poteva mantenere il suo tenore di vita e continuare a dare ai suoi compagni i benefic necessari al suo prestigio. Nelle classi pi umili l'emigrazione risparmiava ai pi giovani le privazioni proprie a una famiglia troppo numerosa. Pi di una famiglia contadina deve allora probabilmente aver somigliato a quella fattaci conoscere da una pietra funebre svedese dell'inizio del secolo XI: su cinque figli sono rimasti al paese il maggiore e il pi giovane, gli altri tre sono morti lontano: uno a Bornholm, il secondo in Scozia, il terzo a Costantinopoli(32). Quando infine una di quelle contese o vendette, che la struttura sociale e i costumi contribuivano a moltiplicare, costringeva un uomo ad abbandonare il gaard ancestrale, la rarefazione degli spazi vuoti gli rendeva pi difficile che in passato la ricerca, nel paese stesso, di una nuova dimora; perseguitato, non trovava spesso altro asilo che il mare o le lontane contrade di cui il mare gli apriva l'accesso. A maggior ragione, se il nemico che fuggiva era uno di quei re ai quali l'abitato meno rado permetteva di far valere, su pi vasti territori, un pi efficace dominio. Ben presto, l'abitudine e il successo aiutando, il gusto si un al bisogno e l'avventura, dimostratasi generalmente fruttifera, divenne a un tempo un mestiere e uno sport.
La fine delle invasioni normanne, come il loro inizio, non si pu spiegare con le condizioni politiche nei paesi invasi. Senza dubbio, la monarchia degli Ottoni era capace, meglio di quella degli ultimi Carolingi, di proteggere il suo litorale; Guglielmo il Bastardo e i suoi successori sarebbero stati, in Inghilterra, temibili avversari. Ciononostante, n gli uni n gli altri ebbero, o quasi, qualcosa da difendere. Ed  ben difficile credere che la Francia dopo la met del secolo X e l'Inghilterra sotto Edoardo il Confessore siano apparse prede troppo ardue. Con ogni verosimiglianza, lo stesso consolidamento delle sovranit scandinave, dopo avere, in origine, temporaneamente ampliato le migrazioni, gettando sulle rive molti sbanditi e pretendenti delusi, fin col prosciugarne la fonte. Ormai le leve di uomini e di navigli erano monopolizzate dagli stati, che avevano, tra l'altro, organizzato con cura minuziosa la requisizione dei vascelli. I sovrani, d'altra parte, favorivano ben difficilmente le imprese isolate, che tenevano vivo lo spirito di turbolenza e fornivano troppo facili rifugi ai fuori-legge, e davano ai cospiratori - come Io attesta la saga di sant'Olaf - il mezzo di accumulare le ricchezze necessarie ai loro oscuri progetti. Si raccontava che Svend, divenuto signore della Norvegia, le avesse interdette. I capi si avvezzarono a poco a poco ai quadri di una vita pi regolare, dove le ambizioni cercavano il loro appagamento nella stessa madrepatria, accanto al sovrano o ai suoi rivali. Per procurarsi nuove terre, si diede maggior impulso all'opera di dissodamento interno. Rimanevano le conquiste monarchiche, come quelle compiute da Canuto e tentate da Aroldo III "dal duro consiglio". Ma gli eserciti regi erano pesanti macchine, difficili da mettere in movimento in stati di poco solida armatura. L'ultimo tentativo di un re di Danimarca contro l'Inghilterra, ai tempi di Guglielmo il Bastardo, fall ancor prima che la flotta avesse tolta l'ancora, per una rivoluzione di palazzo.
I sovrani di Norvegia limitarono ben presto i loro disegni a rafforzare o a stabilire il loro dominio sulle isole dell'Ovest, dalla Islanda alle Ebridi; i sovrani di Danimarca e di Svezia, a condurre contro i loro vicini Slavi, Lettoni e Finnici lunghe campagne che, a un tempo, imprese di rappresaglia - infatti, per una giusta rivincita, le piraterie di questi popoli turbavano costantemente il Baltico -, guerre di conquista e crociate, non mancavano talvolta di somigliare anche, e molto da vicino, a quelle incursioni di cui cos a lungo avevan sofferto le rive della Schelda, del Tamigi o della Loira.




Capitolo terzo
Alcune conseguenze e alcuni insegnamenti delle invasioni

1. Il disordine.

L'Occidente usc, dalla tormenta delle ultime invasioni, tutto coperto di piaghe. Le stesse citt non eran state risparmiate, per lo meno dagli Scandinavi; e se molte, dopo il saccheggio e l'abbandono, risorsero bene o male dalle loro rovine, tale breccia nel corso regolare della loro vita le lasci a lungo spossate. Altre furono meno fortunate: i due principali porti dell'Impero carolingio sui mari settentrionali, Durstede sul delta del Reno, Quentovic alla foce della Canche, caddero definitivamente nella posizione il primo di un mediocre piccolo borgo, il secondo di un villaggio di pescatori. Lungo le vie fluviali, gli scambi avevan perduto ogni sicurezza: nell'861, i mercanti parigini, fuggenti sulla loro flottiglia, furono raggiunti dalle barche normanne e fatti prigionieri. Soprattutto le campagne soffrirono spaventosamente, a tal segno da essere talvolta ridotte a veri deserti. Nella regione di Tolone, dopo la cacciata dei banditi del Freinet, il suolo dov essere dissodato a nuovo; e poich gli antichi limiti delle propriet erano irriconoscibili, ognuno, dice una carta, "s'impadroniva della terra secondo le proprie forze"(33). Nella Turenna, tante volte corsa dai Vikinghi, un atto del 14 settembre 900 mette in scena una piccola signoria a Vontes, nella valle dell'Indre, e un intero villaggio a Martigny, sulla Loira. A Vontes, cinque uomini di condizione servile "potevano tenere la terra se c'era la pace". A Martigny, i cnoni censuari vengono diligentemente enumerati. Ma al passato; poich se ancora si distinguono diciassette unit di tenure, o mansi, esse non rendono pi nulla. Solo sedici capi-famiglia vivono su questa gleba immiserita: uno meno che sui mansi, quindi, mentre una parte di questi dovette essere occupata da due o tre famiglie ciascuna. Molti uomini "non hanno n donne n bambini". E si ripete il medesimo tragico ritornello: "Quei servi potevano tenere la terra se c'era la pace"(34) Non tutte le devastazioni erano, d'altronde, opera degli invasori. Per ridurre il nemico a discrezione, era spesso, infatti, giuocoforza affamarlo. Nell'894, poich una banda di Vikinghi era stata costretta a rifugiarsi entro la vecchia cinta romana di Chester, l'esercito inglese - narra la cronaca - "asport tutto il bestiame intorno al sito, bruci le messi e fece mangiare dai suoi cavalli tutto il paese circostante".
Naturalmente i contadini, pi d'ogni altra classe, erano da tutto ci ridotti alla disperazione. Tanto che, a pi riprese, li si vide, tra la Senna e la Loira e vicino alla Mosella, unirsi in giuramento in un grande fremito d'energia, e gettarsi sui saccheggiatori. Le loro turbe, male organizzate, si fecero ogni volta massacrare(35). Ma non erano i soli a duramente patire la desolazione delle campagne. Le citt, anche quando le loro mura resistevano bene, erano affamate. I signori, che traevano le loro rendite dalla terra, ridotti in miseria. Le signorie ecclesiastiche, in particolare, non vivevano che a fatica. Donde, come accadr pi tardi dopo la guerra dei Cento Anni, una profonda decadenza del monachesimo e, di rimbalzo, della vita intellettuale. Fu colpita in special modo l'Inghilterra. Il re Alfredo, nella prefazione alla Regula Pastoralis di Gregorio Magno, da lui tradotta, ricorda dolorosamente "il tempo in cui, prima che tutto fosse devastato o bruciato, le chiese inglesi rigurgitavano di tesori e di libri"(36). Fu, di fatto, la campana a morto di quella cultura ecclesiastica anglo-sssone che aveva in passato irradiato luce sulla Europa. Ma, senza dubbio, l'effetto pi duraturo, in ogni luogo, fu un terribile sperpero di forze. Quando venne ripristinata una relativa sicurezza, gli uomini, anch'essi assottigliati di numero, si trovarono dinanzi a vaste estensioni, poco prima coltivate, ora invece ricoperte da pruni. La conquista del suolo vergine, ancora molto abbondante, venne quindi ritardata di pi di un secolo.
N tali distruzioni materiali eran tutto. Bisognerebbe poter misurare nello stesso modo la ripercussione spirituale. Quest'ultima fu tanto pi profonda in quanto, soprattutto nell'Impero franco, la tempesta seguiva a una calma pi o meno relativa. Certo, la pace carolingia non datava da lungo tempo, e non era mai stata completa. Ma la memoria degli uomini  corta, e la loro capacit di illusioni insondabile. Lo attesta la storia delle fortificazioni di Reims, che si ripet, d'altronde con qualche variante, in pi di un'altra citt(37). Sotto Ludovico il Pio, l'arcivescovo aveva sollecitato dall'imperatore il permesso di prelevare le pietre dell'antica cinta romana per usarle nella ricostruzione della sua cattedrale. Il re, che - scrive Flodoardo - "godeva allora di una profonda pace e, fiero della chiara potenza del suo Impero, non temeva alcuna invasione di barbari", diede il proprio consenso. Eran trascorsi poco pi di cinquant'anni quando, ritornati i "barbari", bisogn in gran fretta costruire nuove mura. Le mura e le palizzate, di cui allora l'Europa cominci a munirsi, furono quasi il simbolo evidente di una grande angoscia. Il saccheggio era ormai diventato un avvenimento familiare che le persone prudenti prevedevano nei loro contratti. Tale quel contratto di affitto rurale dei dintorni di Lucca che, nell'876, fissava la sospensione della pigione "se la nazione pagana devasta le case e il loro contenuto o il mulino"(38); o, diciotto anni dopo, il testamento di un re del Wessex: le elemosine di cui grava i propri beni saran pagate solo se ogni terra in tal modo colpita "rimarr popolata di uomini e di bestiame e non sar mutata in deserto"(39). Diverse d'applicazione, simili nel sentimento, trepide preghiere, conservateci da qualche libro liturgico, si diffondevano da un capo all'altro dell'Occidente. In Provenza: "O Trinit eterna... libera il tuo popolo cristiano dall'oppressione dei pagani" (erano questi, certamente, i Saraceni); nella Francia del nord: "Dalla feroce nazione normanna, che devasta i nostri regni, liberaci, o Dio"; a Modena, ove ci si rivolgeva a san Geminiano: "Contro le frecce degli ngari, sii il nostro protettore"(40). Cerchiamo, un istante, di immaginarci lo stato d'animo dei fedeli che, ogni giorno, si associavano a queste suppliche. Una societ non vive impunemente in una posizione di perpetuo allarme. Le incursioni arabe, ngare o scandinave non portavano certamente l'intera responsabilit dell'ombra che gravava sulle anime. Ma ne portavano una larga parte.
La scossa non era stata per esclusivamente distruttrice. Dallo stesso turbamento trassero origine alcune modificazioni, talvolta profonde, nelle linee di forza, all'interno della civilt occidentale.
In Gallia, si ebbero alcuni spostamenti di popolazione che, se potessimo fare altrimenti che indovinarli, ci sembrerebbero senza dubbio di grande importanza. Sin dall'et di Carlo il Calvo, il governo si preoccup, senza gran successo, di rinviare ai loro luoghi d'origine i contadini fuggiti dinanzi all'invasore. Si pu credere che gli uomini del Limousin meridionale, pi volte segnalatici dai testi, mentre cercavano asilo sulle montagne, siano tutti ritornati, ogni volta, al loro luogo di partenza? Similmente le pianure, specialmente in Borgogna, sembra siano state colpite dallo spopolamento pi delle alture. D'altronde, non tutti gli antichi villaggi, dei quali si nota la scomparsa dappertutto, furono distrutti dal ferro o dal fuoco. Molti vennero semplicemente abbandonati per pi sicuri rifugi: al solito, il pericolo generale spingeva alla concentrazione della popolazione. Meglio delle peregrinazioni laiche, ci sono note quelle dei monaci. Mentre questi, lungo le vie dell'esilio, trasportavano, con le reliquie, le loro pie tradizioni, contribuivano a tutta una leggendaria mescolanza, atta appunto a fortificare, al tempo stesso, il culto dei santi e l'unit del cattolicesimo. Specialmente il grande esodo delle reliquie bretoni diffuse assai lontano una originale agiografia, facilmente accolta da anime attratte dalla stessa singolarit dei miracoli.
Ma dove, a causa di un'occupazione straniera particolarmente estesa e duratura, la carta politica e culturale sub le pi sensibili alterazioni fu in Inghilterra. L'annientamento dei regni, poco prima potenti, della Northumbria, nel Nord-Est, e della Mercia, nel Centro, favori l'ascesa del Wessex, gi iniziatasi durante il periodo precedente e, alla resa dei conti, fece dei re usciti da questa terra meridionale, come dice una delle loro carte, gli "imperatori di tutta la Britannia"(41): eredit che Canuto, e poi Guglielmo il Conquistatore, non fecero che raccogliere. Le citt del Sud, Winchester, poi Londra, attirarono ormai il reddito delle imposte prelevate in tutti i paesi verso i tesori custoditi nei loro castelli. Le abbazie della Northumbria eran state luminosi focolai di cultura. L era vissuto Beda il Venerabile, di l era uscito Alcuino di York. I saccheggi dei Danesi, a cui si aggiunsero le sistematiche rapine di Guglielmo il Conquistatore, al fine di punire e prevenire le rivolte, misero fine a tale egemonia intellettuale. Inoltre una parte della zona settentrionale sfugg per sempre alla stessa Inghilterra. Divise dalle altre popolazioni della stessa lingua dall'insediamento dei Vikinghi nello Yorkshire, le zone di pianura di parlata anglo-sssone, attorno alla cittadella northumbriana di Edimburgo, caddero sotto la dominazione dei capi celtici delle montagne. Cos il regno di Scozia, nel suo dualismo linguistico, fu, per effetto di un colpo di rimbalzo, una creazione dell'invasione scandinava.


2. Il contributo umano: la testimonianza della lingua e dei nomi.

N i banditi saraceni, n, tranne nella pianura danubiana, gli ngari, mescolarono il loro sangue, in proporzione apprezzabile, a quello della vecchia Europa. Gli Scandinavi, al contrario, non si limitarono a saccheggiare; nei loro insediamenti della Normandia neustriana e dell'Inghilterra, introdussero, incontestabilmente, un nuovo elemento umano. Come valutare tale apporto? I dati antropologici, nell'attuale stato della scienza, sono incapaci di fornire alcunch di certo. Analizzandoli, bisogna fare appello a vari ordini di testimonianze, di natura pi indiretta.
Sin dal 940 circa, presso i Normanni della Senna, la lingua nordica aveva cessato, intorno a Rouen, d'essere d'uso generale. In quell'epoca continuava invece ad essere parlata nel Bessin, forse popolato pi tardi da un nuovo afflusso di immigrati; e la sua importanza nel principato doveva essere assai forte perch il duca regnante ritenesse necessario farla apprendere all'erede. Per una stupefacente coincidenza  possibile osservare per l'ultima volta, circa in quell'epoca, l'esistenza di gruppi pagani sufficientemente forti da sostenere una parte nei torbidi che seguirono la morte del duca Guglielmo Lungaspada, assassinato nel 942. Sin nei primi anni del secolo XI, intorno a quegli "jarl di Rouen" a lungo fedeli - dice una saga - "al ricordo della loro affinit" coi capi del Nord(42), debbono esserci ancora stati uomini i quali, certamente bilingui, restavano capaci di usare idiomi scandinavi. Altrimenti non sarebbe possibile spiegare come, intorno all'anno mille, i parenti della viscontessa di Limoges, rapita sulle coste del Poitou da una banda di Vikinghi e condotta, dai suoi rapitori, "al di l dei mari", siano ricorsi, per ottenere la sua liberazione, alla protezione del duca Riccardo II; che questo stesso principe, nel 1013, abbia potuto assumere al suo servizio le orde di Olaf; che, l'anno successivo, alcuni dei suoi sudditi abbiano forse combattuto nell'armata del re danese di Dublino(43). Da questo momento tuttavia, l'assimilazione linguistica doveva essere quasi raggiunta, favorita a un tempo dall'avvicinamento religioso e dal rallentamento degli apporti umani che, nel periodo immediatamente posteriore al primo insediamento, si erano susseguiti a brevi intervalli; Ademaro di Chabannes, scrivendo nel 1028 o poco dopo, la riteneva ultimata(44). Il dialetto romanzo della Normandia, come intermediario, e il francese comune, hanno ricevuto dal linguaggio dei compagni di Rollone solo alcuni termini tecnici, i quali - se lasciano provvisoriamente da parte la vita agraria - si riferiscono quasi tutti sia alla navigazione che alla topografia delle coste; havre (porto) e crique (baia), ad esempio. Le parole di questo tipo rimasero assai vive, nonostante la romanizzazione, perch era stato impossibile trovarne di equivalenti nella lingua di un popolo che aveva le sue tradizioni sulla terra, inabile a costruire navigli come a descrivere la fisionomia di una costa.
In Inghilterra l'evoluzione segu tutt'altre linee. Gli Scandinavi, a dir vero, non vi si ostinarono nell'isolamento linguistico pi che sul continente. Impararono l'anglo-sssone, ma per usarlo in maniera assai singolare. Pur piegandosi, bene o male, alla sua grammatica e accettando gran parte del suo lessico, continuarono a frammischiarvi in gran numero, parole del loro linguaggio di origine. A loro volta i nativi, a diretto contatto con gli immigrati, si abituarono a far largo uso di tale vocabolario straniero. Il nazionalismo della parola e dello stile era allora un sentimento ignoto, anche presso gli scrittori pi ligi alle tradizioni del loro popolo: uno degli esempi pi antichi di derivazioni dalla lingua dei Vikinghi ci  offerto dal canto dalla battaglia di Maldon, che celebra la gloria dei guerrieri dell'Essex caduti, nel 991, in un combattimento contro una banda di quei "lupi assassini". Qui non  pi necessario sfogliare i dizionari tecnici. Nomi perfettamente comuni, come "cielo" (sky) o "compagno" (fellow); aggettivi d'uso corrente come "basso" (low) o "malato" (ill); verbi che ognuno ha sempre sulle labbra, "chiamare", per esempio (to call), o "prendere" (to take), persino alcuni pronomi (quelli della terza persona plurale): altrettanti vocaboli che ci sembrano oggi inglesi fra gli inglesi, e che tuttavia sono, con molti altri, nati in realt nel Nord. Sicch i milioni di uomini, i quali, nel secolo xx, parlano nel mondo il pi diffuso dei linguaggi europei, si esprimerebbero nella vita di ogni giorno in modo affatto diverso se le rive della Northumbria non avessero mai visto le imbarcazioni degli "uomini del mare".
Pure, sarebbe molto imprudente lo storico che, confrontando la miseria del debito contratto dal francese verso gli idiomi scandinavi a questa ricchezza, supponesse tra le cifre delle popolazioni immigrate uno scarto esattamente proporzionale a quello degli acquisti linguistici. L'influsso di una lingua che muore su una concorrente che sopravvive non si pu misurare dal numero degli individui a cui la prima serviva, originariamente, come mezzo di espressione. Le condizioni proprie ai fattori linguistici non esercitano un'azione meno considerevole. Il danese e il norvegese, che eran divisi dai dialetti romanzi della Gallia da un abisso, si avvicinavano invece assai di pi, all'epoca dei Vikinghi, al vecchio inglese, nato come loro dal germanico comune. Alcune parole, dall'una e dall'altra parte, erano simili sia pel valore semantico che per la forma. Altre, che avevano un medesimo significato, offrivano forme vicine tra cui era facile esitare. Anche dove il vocabolo scandinavo ne ha soppiantato uno inglese, di aspetto assolutamente diverso, l'introduzione  stata spesso facilitata dalla presenza, nella lingua indigena, di altre parole che, essendo della medesima radice, si ricollegavano a un medesimo ordine di idee. Ci non esclude, tuttavia, che la formazione di questa specie di gergo rimarrebbe inesplicabile, se un contingente notevole di Scandinavi non avesse vissuto sul suolo inglese, allacciandovi costanti relazioni con gli antichi abitanti.
D'altronde, molti di questi acquisti finirono per infiltrarsi nella lingua comune quasi sempre per il tramite delle lingue proprie all'Inghilterra del nord e del nord-est. Altre rimasero confinate nei dialetti di quelle regioni. L invero - specie nello Yorkshire, nel Cumberland, nel Westmoreland, nel Lancashire settentrionale e nel paese dei "cinque borghi" (Lincoln, Stamford, Leicester, Nottingham e Derby) - quegli jarl, giunti d'oltremare, avevano costituito le loro pi importanti e durevoli signorie. In quei luoghi, era stata effettuata anche e soprattutto la grande conquista del suolo. Nell'876 - raccontano le cronache anglo-sssoni - il capo vikingo che risiedeva a York consegn il paese di Deira ai suoi compagni, "e questi da allora in poi lo lavorarono". E pi tardi, nell'anno 877: "Dopo il raccolto, l'armata danese venne nella Mercia e se ne divise una parte". Su questa occupazione contadina, le indicazioni linguistiche, certo non di minore interesse, confermano in pieno la testimonianza dei narratori. Poich la maggior parte delle parole acquisite indicavano umili oggetti o atti familiari, e solo rurali che aprivano relazioni con rurali possono avere insegnato ai loro vicini nomi nuovi per indicare il pane (bread), l'uovo (egg) o la radice (root).
L'importanza, sul suolo inglese, di questo apporto in profondit non risulta con minore chiarezza dallo studio di nomi di persona. I pi istruttivi non sono certo quelli usati dalle classi pi elevate. Qui, infatti, la scelta obbediva anzitutto al prestigio di una moda gerarchica, seguita con tanto maggiore entusiasmo in quanto nessun altro principio, nei secoli X e XI, ne combatteva efficacemente l'attrattiva: le regole della trasmissione familiare avevano perduto ogni vigore; i padrini non avevano ancora preso l'abitudine di imporre i loro nomi ai loro figliocci, n i padri o le madri, anche fra la gente pi pia, di dare solo dei santi per eponimi ai loro bambini. Infatti, dalla conquista del 1066, i nomi di origine scandinava, fino allora diffusi nell'aristocrazia inglese, non tardarono, dopo poco pi di un secolo, ad essere unanimemente abbandonati da tutti coloro che aspiravano a una certa distinzione sociale. Rimasero invece molto pi in uso nelle masse contadine e anche borghesi, che non perseguivano l'impossibile desiderio di assimilarsi ad una casta vittoriosa: nell'Anglia orientale sino al secolo XIII; nelle contee di Lincoln e di York, sino al secolo seguente; in quella di Lancaster, sino alla fine del Medioevo. Nulla certamente autorizza a pensare che fossero allora esclusivamente portati dai discendenti dei Vikinghi. Come non credere, al contrario, che nelle campagne, nel seno di una stessa classe, l'imitazione e gli scambi di matrimoni avessero esercitato una lenta azione? Ma questi influssi ebbero effetto solo perch numerosi immigrati si erano stabiliti fra gli antichi abitanti, per vivere accanto a loro la medesima umile vita.
Mancando sfortunatamente ricerche erudite abbastanza progredite sulla Normandia neustriana, quel poco che ci  possibile intravvedere conduce a immaginare una evoluzione sensibilmente parallela a quella delle contee pi scandinave dell'Inghilterra. Sebbene l'uso dei nomi di provenienza nordica, come Osbern, si sia conservato nella nobilt almeno sino al secolo XIII, le classi elevate, nel loro insieme, sembra che si siano abbastanza presto legate alle usanze francesi. Ne aveva dato l'esempio lo stesso Rollone, facendo battezzare suo figlio, nato a Rouen, col nome di Guglielmo. Nessun duca ritorn pi, da allora, alle tradizioni ancestrali;  chiaro che non desideravano distinguersi dagli altri grandi baroni del regno. Al pari che in Inghilterra, d'altra parte, gli strati inferiori delle popolazioni si mostrarono molto pi fedeli alla tradizione: lo testimonia l'esistenza, viva ancor oggi, in paese normanno, di un certo numero di patronimici derivanti da antichi prenomi scandinavi. Tutto quanto sappiamo dell'onomastica familiare in genere, ci vieta di pensare che si siano potuti fissare, ereditariamente, prima del secolo XIII o pi presto ancora. Come in Inghilterra, questi fatti richiamano un certo popolamento contadino; meno numerosi che in Inghilterra, suggeriscono un popolamento meno denso.
Che i Vikinghi abbiano, a loro volta, nelle contrade in cui essi stessi avevano scavato tanti vuoti, fondato pi di un nuovo insediamento, pu esserci confermato con una certa sicurezza dalla toponomastica. In Normandia non  sempre facile separare i nomi dei luoghi scandinavi e di un pi antico strato germanico, il quale proverrebbe da una colonizzazione sssone, chiaramente attestata nello stesso periodo delle invasioni barbariche, almeno nel Bessin. Sembra tuttavia che, nella maggior parte dei casi, la controversia vada risolta a favore della pi recente immigrazione. Se, per esempio, stendiamo una lista, come ci  dato fare con una certa esattezza, delle terre possedute, intorno alla Senna inferiore, dai monaci di Saint-Wandrille verso la fine dell'epoca merovingia, ne ricaviamo singolari insegnamenti: i nomi sono tutti gallo-romani o di epoca franca, senza confusione possibile con il posteriore apporto nordico; un grandissimo numero  ancor oggi ribelle a ogni identificazione, certamente perch ai tempi dell'invasione normanna la maggior parte delle localit stesse fu distrutta o sbattezzata(45). Importano qui, d'altronde, i soli fenomeni di massa, meno soggetti al dubbio. I villaggi a consonanza scandinava abbondano, l'uno vicinissimo all'altro, nel Roumois e nel Caux. Al di l, l'ordine ne diventa pi debole, con qua e l piccole costellazioni ancora relativamente dense: cos il gruppo che tra Senna e Risle, ai margini della foresta di Londe - il cui nome stesso  nordico - richiama i dissodamenti di coloni familiarizzati, sin dalla madrepatria, con la vita dei corridori di boschi. A quanto pare, i conquistatori evitavano a un tempo di troppo disperdersi e di troppo allontanarsi dal mare. Non si rileva, sembra, nessun vestigio di una loro occupazione nel Vexin, nella regione di Alenon o nella zona d'Avranches.
Sull'altro versante della Manica, i medesimi contrasti, ma distribuiti su spazi molto pi vasti. Estremamente fitti nella grande contea di York e nelle regioni che, a sud della baia di Solway, limitano il mare d'Irlanda, i nomi caratteristici - interamente scandinavi o talvolta solo scandinavizzati - vanno diradandosi a mano a mano che ci si interna nel Mezzogiorno o nel Centro: cos da ridursi a qualche unit quando, con le contee di Buckingham e di Bedford, si raggiunge la prossimit delle colline che limitano, verso nord-est, la pianura del Tamigi.
Certo, non tutti i luoghi cos battezzati all'usanza dei Vikinghi erano di necessit agglomerati nuovi o la cui popolazione fosse stata, da cima a fondo, rinnovata. Esistono, eccezionalmente, fatti indiscutibili. Come credere che i coloni, i quali, stabilendosi sulle rive della Senna allo sbocco di una piccola valle, immaginarono di chiamare questo insediamento, nella loro lingua, "il freddo ruscello" - oggi Caudebec - non fossero tutti, o quasi, di lingua nordica? Parecchie localit, nello Yorkshire settentrionale, hanno il nome di "villaggio degli Inglesi", Ingleby (la parola by, d'altronde, era incontestabilmente scandinava): appellazione che, evidentemente, sarebbe stata sprovvista di ogni significato se nel paese, a un dato momento, non fosse stata una cosa molto originale, per un luogo abitato, possedere una popolazione inglese. Dove, oltre la localit abitata, le diverse sezioni del territorio assunsero nomi ugualmente importati,  evidente che anche l'umile toponomastica dei campi non pu essere rimaneggiata che dai contadini. Il caso  frequente nell'Inghilterra nord-orientale. In Normandia, una volta di pi, bisogna confessare l'insufficienza delle ricerche. Altre testimonianze offrono, sfortunatamente, una minore certezza. Sia in Inghilterra che intorno alla Senna, un gran numero di villaggi sono designati con un nome composto, il cui primo termine  un nome d'uomo di origine scandinava. Che questo eponimo, in cui  impossibile vedere altro che un capo, fosse un immigrato, non implica necessariamente per i suoi sudditi un'origine simile. Chi, fra i poveri diavoli il cui lavoro nutriva il signor Hastein, di Hattentot nel Caux, o il signore Tofi, di Towthorpe nello Yorkshire, ci potr dire come, prima dell'arrivo di quei padroni, gi avevano, di padre in figlio, vissuto sul suolo che fecondavano con le loro fatiche? Queste riserve s'impongono, a maggior ragione, quando, nel doppio nome, il secondo elemento, che nei precedenti esempi era, come il primo, di provenienza straniera, appartiene invece alla lingua indigena: gli uomini che, parlando della terra del signore Hakon, la chiamavano Hacqueville, avevano senz'altro dimenticato la lingua degli invasori o, pi probabilmente, non se ne eran mai serviti.


3. Il contributo umano: la testimonianza del diritto e della struttura sociale.

Anche nel campo giuridico non tutte le testimonianze sono di egual valore. L'influsso di un pugno di governanti stranieri basta a spiegare alcuni termini. Siccome nell'Inghilterra conquistata gli jarl amministravano la giustizia, essi abituarono i loro sudditi, anche inglesi, a invocare la legge col nome familiare agli uomini di oltremare: lagu, law. Suddivisero la zona occupata in circoscrizioni secondo l'usanza del Nord: wapentakes, ridings. Per l'azione dei capi immigrati, s'introdusse tutto un diritto nuovo. Verso il 962, dopo le vittorie dei re del Wessex, uno di questi, Edgardo, dichiarava: "Voglio che fra i Danesi il diritto secolare rimanga regolato secondo le loro buone usanze"(46). Le contee infatti, che Alfredo aveva poco prima dovuto abbandonare ai Vikinghi, rimasero, per la maggior parte, sino al secolo XII, riunite sotto la comune denominazione di "paese di legge danese" (Danelaw). Ma la regione cos chiamata si estendeva molto al di l dei confini nel cui interno la toponomastica rivela un intenso popolamento scandinavo. Ci perch, in ogni territorio, le consuetudini vigenti eran fissate dalle grandi assemblee giudiziarie locali, in cui i potenti, anche se di origine diversa dalla massa, avevano voce preponderante. In Normandia, se il vassallo continu ad essere indicato ancora per qualche tempo col termine acquisito di dreng, se, d'altro canto, la legislazione di pace conserv, sino all'ultimo, un'impronta scandinava, tali sopravvivenze non permettono, sull'ampiezza dell'immigrazione, alcun risultato sicuro: il vocabolario della consorteria interessava, infatti, solo un centro assai ristretto e l'ordine pubblico, nella sua essenza, apparteneva al principe(47). Nel suo complesso ed eccettuate, come vedremo pi oltre, certe particolarit relative alla gerarchia delle classi militari, il diritto normanno perdette ben presto qualsiasi colore etnico originale. Senza dubbio, la stessa concentrazione dell'autorit nelle mani dei duchi che, assai presto, si compiacquero di adottare le usanze dell'alto baronato francese, era pi favorevole all'assimilazione giuridica che non, nel Danelaw, il frazionamento dei poteri.
Dalle due parti, per misurare in profondit l'azione dell'occupazione scandinava, bisogna considerare di preferenza la struttura dei gruppi inferiori in estensione alla provincia o alla contea: i borghi inglesi, la maggior parte dei quali, come Leicester e Stamford, conservarono una lunga fedelt alle tradizioni giudiziarie dei guerrieri e dei mercanti che vi si erano stabiliti, al momento della invasione; e soprattutto, sia in Normandia che in Inghilterra, le piccole collettivit rurali.
L'insieme delle terre dipendenti dalla casa contadina era chiamato, nella Danimarca medievale, bol. La parola  emigrata in Normandia, ove si  fissata pi tardi in alcuni nomi di luogo, o meglio ha acquistato il senso di recinto comprendente, col giardino o l'orto, le costruzioni annesse. Nella piana di Caen e in gran parte del Danelaw, un medesimo termine indica, nell'insieme dei territori, i fasci di appezzamenti allungati fianco a fianco seguendo un orientamento parallelo: delle, qui; dal e, l. Una cos singolare coincidenza, tra due zone prive di diretti rapporti fra loro, non si pu spiegare altrimenti che con una comune influenza etnica. Il paese di Caux si distingue dalle confinanti regioni francesi per la speciale forma dei suoi campi, rozzamente quadrati e distribuiti quasi a casaccio; questa peculiarit sembra supporre un rimaneggiamento rurale, posteriore al popolamento dei dintorni. Nell'Inghilterra "danese" lo sconvolgimento deve esser stato tale da determinare la scomparsa della primitiva unit agraria, la hide, sostituita con un altro modello pi piccolo, la charrue(48). Alcuni capi, soddisfatti di prendere, sopra villici nati sul suolo stesso, il posto degli antichi signori, avrebbero mai avuto il desiderio o la forza di trasformare in tal modo il modesto lessico dei campi e di occuparsi dei piani dei distretti?
V' di pi.  riconoscibile, nella struttura sociale del Danelaw e in quella della Normandia, un aspetto comune che rivela una profonda parentela delle istituzioni. La subordinazione servile che, nella rimanente Francia del nord, stringeva tra il signore e il suo "uomo" un cos forte e duro vincolo ereditario, rimase sempre ignota alle campagne normanne o se, forse, aveva cominciato a formarsi prima di Rollone, il suo sviluppo allora si arrest di tronco. Allo stesso modo, l'Inghilterra del nord e del nord-est fu a lungo caratterizzata dall'estensione delle franchigie rurali. Molti fra i piccoli coltivatori, pur essendo in genere soggetti alla giurisdizione dei tribunali dei signori, avevano la posizione di uomini pienamente liberi; potevano mutare a piacimento di signoria, alienavano, in ogni caso, a volont le loro terre e, nel complesso, sopportavano oneri meno gravosi e pi precisi di quelli gravanti sia su alcuni dei loro vicini meno favoriti, sia, fuori del paese "danese", sulla maggior parte dei villici.
Ora,  certo che, all'epoca dei Vikinghi, il regime signorile era assolutamente ignoto ai popoli scandinavi. Pure, dei conquistatori, i quali, in numero esiguo, si fossero limitati a vivere del lavoro delle popolazioni vinte, avrebbero forse avuto scrupolo a mantenerle nella antica soggezione? Il fatto che degli invasori abbiano trasportato, nei luoghi di nuovo insediamento, le loro tradizionali abitudini di indipendenza rurale, lascia evidentemente supporre un popolamento molto pi notevole; non era certamente un asservimento ignorato dalla madrepatria, quel che i comuni guerrieri, mutando, dopo la divisione del suolo, la lancia con l'aratro o la zappa, erano venuti a cercare tanto lontano! Senza dubbio, abbastanza rapidamente, i discendenti dei primi arrivati dovettero accettare alcuni dei quadri di comando imposti dalle condizioni ambientali. I capi immigrati si sforzarono di imitare l'esempio fruttifero dei loro pari di altra razza. La Chiesa, che traeva dalle rendite feudali il meglio del proprio mantenimento, una volta ristabilita, ag in senso analogo. N la Normandia, n il Danelaw furono paesi senza feudi. Ma, per parecchi secoli, la soggezione vi fu meno vincolante e meno generale che altrove.
Cos tutto conduce alle medesime conclusioni. Non c' errore pi grave del raffigurarsi, sull'esempio dei compagni "francesi" di Guglielmo il Conquistatore, gli immigrati scandinavi unicamente sotto l'aspetto di capi. Certamente in Normandia, come nell'Inghilterra del nord e del nord-est, sbarcarono dalle navi nordiche molti guerrieri contadini, simili a quelli raffigurati nella stele svedese. Stabiliti ora sui luoghi tolti agli antichi occupanti o abbandonati dai fuggiaschi, ora negli interstizi della popolazione primitiva, questi coloni furono abbastanza numerosi per creare o sbattezzare interi villaggi, per diffondere intorno a s il loro vocabolario e la loro onomastica, per modificare, in alcuni punti vitali, la struttura agraria e persino la stessa struttura delle societ rurali, d'altronde gi profondamente sconvolte dall'invasione.
In Francia, tuttavia, l'influsso scandinavo fu, nell'insieme, meno forte e, salvo nella vita rurale (conservatrice per natura), meno durevole, che sul suolo inglese. Qui la testimonianza dell'archeologia conferma quelle precedentemente citate. Nonostante la deplorevole imperfezione dei nostri inventari,  indubbio che i vestigi dell'arte nordica sono molto pi rari in Normandia che in Inghilterra. Varie ragioni spiegano tali contrasti. La minore estensione della regione francese scandinavizzata rendeva questa pi permeabile alle azioni esterne. L'antitesi, assai pi netta, tra la civilt autoctona e la civilt importata, perci stesso che non favoriva gli scambi dall'una all'altra, conduceva all'assimilazione pura e semplice della meno solida delle due. Il paese, quasi certamente, era sempre stato maggiormente popolato; di conseguenza, salvo che nel Roumois e nel Caux, spaventosamente devastati, i gruppi indigeni, rimasti nel paese dopo l'invasione, conservavano una maggior densit. Giunti infine a ondate e in un periodo piuttosto breve - mentre in Inghilterra l'afflusso per ondate successive si succedette per pi di due secoli - gli invasori furono senza dubbio, anche proporzionalmente al terreno occupato, in numero sensibilmente pi esiguo.


4. Il contributo umano: problemi di provenienza.

Popolamento, pi o meno intensivo, da parte delle genti del Nord, sta bene. Ma di quali regioni del Nord, precisamente? La discriminazione, agli stessi contemporanei, non appariva sempre facile. Tra un dialetto scandinavo e un altro ci si intendeva ancora senza eccessiva fatica; e soprattutto le prime bande, formate da avventurieri riunitisi per rapina, erano verosimilmente assai miste. Tuttavia, i popoli possedevano, ciascuno, le proprie specifiche tradizioni e, sempre vivace in ogni tempo, il sentimento della loro individualit nazionale sembra che si sia fatto pi acuto via via che, nella madrepatria, si andavano costituendo i grandi regni. Sui campi di conquista, dure guerre misero alle prese Danesi e Norvegesi. A volta a volta si videro questi fratelli nemici disputarsi le Ebridi, i piccoli regni della costa irlandese, quello di York e, nei "cinque borghi", le guarnigioni danesi invocare, contro l'esercito rivale, il re inglese del Wessex(49). Tale particolarismo, che riposava su differenze a volte profonde tra i costumi etnici, non fa che rendere pi desiderabile di poter determinare, insediamento per insediamento, la precisa origine degli invasori.
Gi si  visto che, sotto Canuto, alcuni Svedesi figurarono fra i conquistatori dell'Inghilterra. Altri presero parte alle razzie negli stati franchi: cos quel Gudmar di cui il cenotafio, nella provincia di Sdermanland, rievoca la morte, "laggi verso l'Ovest, in Gallia"(50). Tuttavia, i loro compatrioti preferirono, per lo pi, altre vie: le rive orientali e meridionali del Baltico erano troppo vicine, troppo allettanti le prede che offrivano i mercati dei fiumi russi per non essere preferite. Familiari con la via di mare che contornava la Britannia dal nord, i Norvegesi fornirono il maggiore contingente alla colonizzazione degli arcipelaghi seminati lungo questo periplo, nonch a quella dell'Islanda. Di l, pi ancora che dalla penisola scandinava, partirono alla conquista dell'Inghilterra. In tal modo si spiega che siano stati quasi i soli invasori a popolare le contee della costa occidentale, dalla baia di Solway sino a Dee. Pi all'interno se ne osservano ancora tracce, relativamente numerose nello Yorkshire occidentale, molto pi rare nel rimanente di questa contea e intorno ai "cinque borghi". Ma qui, mescolate ovunque agli insediamenti danesi. Questi, in tutta la zona mista, furono nel complesso infinitamente pi densi. La maggioranza degli immigrati, fissatisi sul suolo inglese, apparteneva evidentemente al pi meridionale dei popoli scandinavi.
Sulla Normandia le fonti narrative sono d'una disperante povert. Peggio, si contraddicono: mentre sembra che i duchi si siano essi stessi dichiarati di ceppo danese, una saga nordica fa di Rollone un Norvegese. Rimangono le testimonianze della toponomastica e delle usanze agrarie; le une come le altre sinora insufficientemente studiate. Certa pare la presenza di elementi danesi; del pari quella di uomini della Norvegia meridionale. Ma in quali proporzioni? e secondo quale ripartizione geografica? Per ora,  impossibile dirlo; e se oso affermare che i netti contrasti tra i territori del paese di Caux e quelli della pianura di Caen potrebbero ricondursi, in ultima analisi, a una differenza di popolamento - giacch gli irregolari campi della regione di Caux richiamano quelli della Norvegia, i campi allungati del Bessin quelli della Danimarca -, arrischio tale ipotesi, ancora molto fragile, solo per fedelt a un assunto che mi  caro: la volont di non lasciar mai dimenticare al lettore che la storia ha ancora tutto il fascino di una indagine incompiuta.


5. Gli insegnamenti.

Che un pugno di banditi, appollaiati su una collina provenzale, abbia potuto per circa un secolo diffondere lungo tutto un immenso massiccio montagnoso una notevole mancanza di sicurezza e semisbarrare alcune delle strade vitali della cristianit; che, per un tempo ancora pi lungo, piccole orde di cavalieri della steppa siano state lasciate libere di devastare in ogni senso l'Occidente; che di anno in anno, da Ludovico il Pio sino al primo Capetingio, o, in Inghilterra, sino a Guglielmo il Conquistatore, i navigli normanni abbiano impunemente rovesciato sulle coste germaniche, gallesi o britanniche bande avide di saccheggio; che, per placare quei briganti, chiunque fossero, sia stato necessario pagare grossi tributi e, ai pi temibili, cedere infine estesi territori: tutti questi sono fatti stupefacenti. Come i progressi della malattia rivelano al medico la vita segreta di un corpo, cos, agli occhi dello storico, la marcia vittoriosa di una grande calamit assume, per la societ colpita, tutto il valore di un sintomo.
I Saraceni del Freinet ricevevano i loro rinforzi per via di mare; il mare portava le navi dei Vikinghi sino ai familiari terreni di caccia. Sbarrarlo agli invasori sarebbe stato, indubbiamente, il mezzo pi sicuro per prevenire le loro distruzioni. Lo dimostrano gli Arabi di Spagna, che interdicevano ai pirati scandinavi le acque meridionali; pi tardi, le vittorie della flotta creata a tal fine da re Alfredo; nel secolo XI, il ripulimento del Mediterraneo compiuto dalle citt marinare italiane. Ora, almeno all'inizio, le forze cristiane manifestarono a questo riguardo una quasi unanime inettitudine. Si videro infatti i signori di quella costa provenzale, dove oggi si annidano tanti villaggi di pescatori, implorare il soccorso della lontana marina greca. N giova dire che i principi mancavano di vascelli da guerra. Nella condizione in cui si trovava l'arte navale, sarebbe stato sufficiente requisire delle barche da pesca e mercantili o chiedere, all'occorrenza, per averne di pi perfezionate, i servigi di qualche calafato: qualsiasi paese di marinai avrebbe fornito gli equipaggi. Sembra invece che l'Occidente fosse allora, nella sua quasi totalit, disusato alle cose di mare e tale strana deficienza non  la rivelazione meno singolare ofiertaci dalla storia delle invasioni. Sulla costa della Provenza, i borghi, che al tempo dei Romani erano situati lungo il margine delle insenature, si erano ritirati nell'interno(51). Alcuino, nella lettera che scrisse al re e ai grandi della Northumbria dopo il primo saccheggio normanno di Lindisfarne, si esprime con una parola che d da pensare: "Mai si sarebbe creduto alla possibilit di una simile navigazione"(52). Pure, non si trattava che di attraversare il mare del Nord! Allorch, dopo l'intervallo di circa un secolo, Alfredo si decise a combattere i Normanni sul loro elemento, fu costretto a reclutare parte dei suoi marinari nella Frisia, i cui abitanti erano da lungo tempo specializzati nel mestiere, quasi abbandonato dai loro vicini, del cabotaggio lungo le coste settentrionali. Il servizio marittimo locale fu organizzato veramente solo dal pronipote di lui, Edgardo (959-975)(53). La Gallia si dimostr ancor pi lenta nella capacit di guardare al di l delle sue scogliere e delle sue dune.  significativo che il vocabolario marittimo francese sia, nella sua parte pi considerevole, di tarda formazione, almeno sul fronte occidentale, e formato con elementi derivati ora dallo scandinavo, ora dall'inglese. Sulla terraferma, le bande saracene o normanne, come le orde ungariche, erano singolarmente difficili da arrestare. Solo dove gli uomini vivono vicini gli uni agli altri  facile organizzare un servizio di sicurezza. Ora, in quell'epoca, anche nelle regioni pi favorite, la popolazione era, al confronto delle nostre misure attuali, pochissimo densa. Spazi vuoti, lande, foreste offrivano ovunque facili vie propizie alle sorprese. Le fitte boscaglie paludose, che protessero un giorno la fuga del re Alfredo, potevano nascondere altrettanto bene la marcia degli invasori. L'ostacolo, insomma, era quello stesso contro cui oggi urtano i nostri ufficiali, quando si sforzano di mantenere la sicurezza sui confini marocchini o in Mauritania: decuplicato, va da s, dalla assenza di ogni autorit superiore capace di controllare efficacemente vasti territori.
I Saraceni e i Normanni non erano armati meglio dei loro avversari. Le spade pi belle, nelle tombe dei Vikinghi, portano i segni di una fabbricazione franca. Sono i "gladi di Fiandra" di cui tanto spesso parlano le leggende scandinave. Gli stessi testi copron volentieri il capo dei loro eroi di "elmi welsch". Gli ngari, cavalcatori e cacciatori della steppa, erano probabilmente cavalieri e arcieri migliori degli Occidentali; nondimeno furono vinti, pi volte, in battaglie campali. La superiorit militare degli invasori era non tanto di natura tecnica quanto di origine sociale. Come pi tardi i Mongoli, gli ngari erano educati alla guerra dal loro stesso genere di vita. "Allorch due partiti sono eguali per numero e per forza, quello pi assuefatto alla vita nomade ottiene la vittoria". L'osservazione  dello storico arabo Ibn Khaldun(54). Essa ebbe nel mondo antico un valore quasi universale: per lo meno, sino al giorno in cui i sedentari poterono chiamare in loro aiuto i messi di una perfezionata organizzazione politica e di un armamento veramente scientifico. Il nomade , insomma, un "soldato nato", sempre pronto a porsi in moto coi suoi mezzi ordinari, il cavallo, l'equipaggiamento, le provviste di viveri; dotato per giunta di un senso strategico dello spazio in genere assolutamente ignoto ai sedentari. Quanto ai Saraceni e, soprattutto, ai Vikinghi, le loro bande erano costituite, sin dalla partenza, espressamente per la lotta. Che mai potevan fare, di fronte a queste truppe scelte, le leve improvvisate, riunite in gran fretta dai quattro cantoni di un paese gi invaso? Confrontate, nelle narrazioni delle cronache inglesi, l'agilit dell'esercito danese (Here) con la goffaggine del fyrd anglo-sssone, pesante milizia da cui si otteneva un'azione un po' prolungata solo permettendo, con un sistema di avvicendamenti, il periodico ritorno di ogni uomo alla propria terra. In realt, tali contrasti si notarono soprattutto all'inizio. Via via che i Normanni si trasformavano in coloni e gli ngari della pianura danubiana in contadini, nuove preoccupazioni ostacolarono i loro movimenti. L'Occidente, col sistema del vassallaggio o del feudo, non si dot d'altra parte anch'esso molto presto di una classe di combattenti di mestiere? L'incapacit in cui questo meccanismo, allestito per la guerra, si trov, tutto sommato, di fornire sino all'ultimo i mezzi di una resistenza veramente efficace, molto ci rivela sulle sue interne deficienze.
Ma questi soldati di mestiere consentivano realmente a battersi? "Tutti quanti se la dnno a gambe", scriveva, sin dall'862 o gi di l, il monaco Ermentaire(55). Infatti, persino presso gli uomini in apparenza; meglio guidati, sembra che i primi invasori abbiano prodotto un'impressione di panico, i cui effetti paralizzanti richiamano irresistibilmente i racconti degli etnologi sulla fuga smarrita di alcune trib primitive, pur molto bellicose, dinanzi a ogni straniero(56): coraggiose di fronte al pericolo familiare, le anime sgomente sono di solito incapaci di sopportare la sorpresa e il mistero. Si rilevi con che accento turbato il monaco di Saint-Germain-des-Prs il quale, ben poco tempo dopo l'avvenimento, descrisse il risalire della Senna nell'845 delle barche normanne, osserva "che non si era mai udito parlar di una cosa simile n letto mai nulla di analogo nei libri"(57). Questa sensibilit emotiva era alimentata dall'atmosfera di leggenda e di apocalisse che impediva una chiara visione delle cose. Tra gli ngari - riferisce Remigio d'Auxerre - "innumeri persone" credevano di riconoscere i popoli di Gog e Magog, annunziatori dell'Anticristo(58). La stessa idea, universalmente diffusa, che quelle calamit fossero una punizione divina induceva a piegare il capo. Le lettere che Alcuino invi in Inghilterra dopo il disastro di Lindisfarne non sono che una esortazione alla virt e al pentimento, senza una parola sull'organizzazione della resistenza. Tuttavia,  dall'epoca pi antica che datano, in Inghilterra, gli esempi di codardia realmente avvenuti. Pi tardi, si acquist un po' pi di coraggio.
La verit profonda  che i capi erano molto meno incapaci di combattere, quand'erano in giuoco la loro vita o i loro beni, che di organizzare metodicamente la difesa e - salvo qualche eccezione - di capire i legami tra l'interesse personale e l'interesse generale. Non aveva torto Ermentaire quando, fra le cause delle vittorie scandinave, poneva, accanto alla codardia e al "torpore" dei cristiani, i loro "dissensi". Che gli spaventosi banditi del Freinet abbiano veduto un re d'Italia patteggiare con loro; che un altro re d'Italia, Berengario I, abbia assunto al suo servizio degli ngari, e un re d'Aquitania, Pipino II, dei normanni; che i Parigini abbiano, nell'885, spinto i Vikinghi contro la Borgogna; che la citt di Gaeta, a lungo alleata ai Saraceni, abbia acconsentito a dare il suo appoggio alla lega organizzata per scacciare i briganti solo in cambio di terre e di oro: questi episodi, scelti tra molti altri, gettano una luce singolarmente cruda sulla comune mentalit. Se i sovrani, nonostante tutto, si sforzavano di lottare, l'impresa terminava troppo spesso come nell'881 quella di Luigi III: il quale, avendo costruito sulla Schelda un castello per sbarrare la strada ai Normanni, "non pot trovare nessuno per difenderlo". Non c' quasi esercito regio di cui non si possa ripetere, per lo meno, quello che un monaco parigino diceva della leva dell'845, probabilmente non senza una punta di ottimismo: fra i guerrieri chiamati, molti vennero, ma non tutti(59). Ma il caso senza dubbio pi significativo fu quello di Ottone il Grande, che, pur essendo il pi potente tra i monarchi del tempo, non riusc mai a raccogliere il piccolo esercito che avrebbe messo termine allo scandalo del Freinet. Se in Inghilterra i re del Wessex, sino alla catastrofe finale, condussero validamente ed efficacemente una vigorosa lotta contro i Danesi, se Ottone in Germania ag in maniera analoga contro gli ngari, nell'insieme del continente l'unica resistenza veramente efficace venne piuttosto dai poteri regionali, che, pi forti della sovranit perch pi vicini al soggetto "uomo" e meno assillati da soverchie ambizioni, si andavano lentamente costituendo al di sopra della vanit delle piccole signorie.
Per quanto ricco d'insegnamenti sia lo studio delle ultime invasioni, non bisogna tuttavia permettere che le sue lezioni ci mascherino un fatto ancor pi considerevole: l'arresto delle invasioni stesse. Sino allora, le distruzioni da parte di orde venute dal di fuori e le grandi convulsioni di popoli avevano veramente formato la trama della storia dell'Occidente, come del resto del mondo. D'ora innanzi l'Occidente ne sar esente: a differenza, o quasi, del resto del mondo. N i Mongoli n i Turchi pi tardi fecero qualcosa di pi che sfiorarne le frontiere. Esso ebbe certamente le sue discordie, ma in un vaso chiuso. Donde la possibilit di una molto pi regolare evoluzione culturale e sociale, senza la frattura di attacchi esterni n di estranei afflussi umani. Si osservi invece il destino dell'Indocina dove, nel secolo XIV, lo splendore dei Ciam e degli Khmer rovin sotto i colpi degli invasori annamiti e siamesi. E, pi vicino a noi, si osservi soprattutto l'Europa orientale, corsa, sino ai tempi moderni, dai popoli della steppa e dai Turchi. Chiediamoci un attimo quale sarebbe stata la sorte della Russia senza i Polovtsi e i Mongoli. Non  vietato pensare che questa straordinaria immunit, il cui privilegio  stato da noi condiviso quasi col solo Giappone, sia stata uno dei fattori fondamentali della civilt europea, nel significato profondo, nel senso esatto del termine.




Libro secondo Le condizioni di vita e l'atmosfera mentale


Capitolo primo

Le condizioni materiali e la tonalit economica

1. Le due et feudali..

L'armatura di istituzioni che regge una societ si pu spiegare, in ultima istanza, solo con la conoscenza dell'intero ambiente umano. La finzione di lavoro che, nell'essere di carne e di sangue, ci costringe a ritagliare questi fantasmi: homo oeconomicus, philosophicus, juridicus,  certo necessaria; ma sopportabile solo se ci si ricusa di esserne vittima. Per questo, sebbene ci siano, in questa collezione(60), altri volumi dedicati ai diversi aspetti della civilt medievale, non c' sembrato che le descrizioni intraprese da angoli visuali diversi dal nostro ci possan dispensare dal ricordare qui i fondamentali caratteri del clima storico che fu quello della feudalit europea. C' bisogno di aggiungerlo? Scrivendo questa premessa quasi in testa al libro, non pensiamo per nulla di postulare, a favore degli ordini di fatti che saranno brevemente delineati, non so qual illusorio primato. Quando si tratta di confrontare due fenomeni particolari, appartenenti a serie distinte - una certa ripartizione della popolazione, per esempio, con certe forme di gruppi giuridici -, sorge certamente il delicato problema della causa e dell'effetto. Se si mettessero di fronte, invece, nel corso di una evoluzione plurisecolare, due catene di fenomeni, per natura dissimili, per poi dire: "Ecco da un lato tutte le cause; dall'altro ecco tutti gli effetti"; nulla sarebbe pi vuoto di senso di simile dicotomia. Una societ, come uno spirito, non  fatta di continue interazioni? Ogni inchiesta, tuttavia, ha il proprio asse. Punti d'arrivo, rispetto ad altre ricerche diversamente centrate, l'analisi dell'economia o della mentalit sono, per lo storico della struttura sociale, un punto di partenza.
In questo quadro preliminare, dall'assunto volutamente limitato, sar giuocoforza ritenere solo l'essenziale e il meno soggetto a dubbio. Una lacuna volontaria merita, tra tutte, una parola di spiegazione. La mirabile fioritura artistica dell'era feudale, almeno dopo il secolo XI, non appare solamente, agli occhi dei posteri, come la gloria pi duratura di quell'epoca dell'umanit. Serv allora a esprimere le pi alte forme della sensibilit religiosa del pari che a quella cos caratteristica compenetrazione del sacro e del profano, che lasci le sue pi ingenue testimonianze in certi fregi o capitelli di chiese. Fu anche, molto spesso, quasi l'asilo dei valori che altrove non giungevano a manifestarsi. La sobriet, di cui l'epopea era cos incapace, dobbiamo cercarla nella architettura romanica. Quella precisione di giudizio che i notai, nelle loro carte, non sapevano raggiungere, presiedeva ai lavori dei costruttori di volte. Ma i rapporti che uniscono agli altri aspetti di una civilt l'espressione plastica sono ancora mal conosciuti, ci appaiono troppo complessi, troppo suscettibili di ritardi e di divergenze, per non doverci qui risolvere a lasciar da parte i problemi posti da cos delicate connessioni e da contraddizioni, in apparenza, tanto singolari.
Sarebbe grave errore, d'altra parte, trattare la "civilt feudale" come costituente, nel tempo, un blocco di un solo getto. Una serie di trasformazioni molto profonde e molto generali si osservano verso la met del secolo XI, provocate senza dubbio, o rese possibili, dall'arresto delle ultime invasioni; ma, in quanto erano il risultato di questo grande fatto, in ritardo su di esso di qualche generazione. Non rottura, certamente, ma cambiamento di rotta che, nonostante inevitabili lacune, secondo i paesi o i fenomeni esaminati, invest a volta a volta quasi tutti i campi dell'attivit sociale. Vi furono, in una parola, due successive et "feudali", di tonalit assai diverse. Ci sforzeremo, in quanto segue, di render giustizia tanto agli aspetti comuni quanto ai contrasti di queste due fasi.


2. La prima et feudale: il popolamento.

Ci  e ci sar sempre impossibile computare, fosse anche approssimativamente, la popolazione delle nostre contrade durante la prima et feudale. Esistevano certamente forti variazioni regionali, costantemente accentuate dalle scosse improvvise dei torbidi sociali. Di fronte al vero deserto che, sugli altipiani iberici, conferiva ai confini della cristianit e dell'Islm tutta la desolazione di una vasta "terra di nessuno"; in confronto anche all'antica Germania, ove lentamente si stavano riparando le brecce scavate dalle migrazioni dell'et precedente, le campagne della Fiandra o della Lombardia apparivano come zone relativamente favorite. Ma, qualunque fosse l'importanza di tali contrasti, come delle loro ripercussioni su tutti i gradi della civilt, l'universale e profondo declino della curva demografica rimane l'elemento fondamentale. Gli uomini, senza confronto meno numerosi sull'intera faccia d'Europa di quanto non fossero non solo dopo il secolo XVIII ma dopo il XII, erano anche, a quanto sembra, nelle province sino a poco tempo prima sottoposte alla dominazione romana, pi rari che ai bei tempi dell'Impero. Persino nelle citt - le pi notevoli non oltrepassavano qualche migliaio d'anime terreni vuoti, giardini, persino campi e pascoli si insinuavano da ogni parte tra le case.
Questa assenza di densit era aggravata da una distribuzione profondamente disuguale. Le condizioni fisiche, le abitudini sociali contribuivano certo a mantenere nelle campagne variazioni profonde nei sistemi di abitazione. Talora famiglie, o almeno alcune tra esse, si erano stabilite piuttosto lontane le une dalle altre, ciascuna al centro della propria tenuta: come nel Limousin. Talaltra, invece, come nell'Ile-de-France, si ammassavano quasi tutte in villaggi. Nell'insieme, tuttavia, la pressione dei capi, soprattutto la preoccupazione della propria sicurezza, erano di ostacolo a una eccessiva dispersione. I disordini dell'alto Medioevo avevano prodotto frequenti assembramenti. In tali agglomerazioni, gli uomini vivevano gomito a gomito. Ma esistevano, nondimeno, molti vuoti. La stessa terra arabile, da cui il villaggio traeva il proprio nutrimento, deve esser stata, proporzionalmente al numero degli abitanti, molto pi vasta che oggi. L'agricoltura, infatti, era allora una grande divoratrice di spazio. Sui terreni arati, non completamente dissodati e privi quasi sempre di concime sufficiente, le spighe non crescevano n molto pesanti n molto fitte. Mai soprattutto l'intero distretto si copriva a un tempo di messi. I pi perfezionati sistemi di rotazione agraria esigevano che, ogni anno, una met o un terzo del suolo coltivato rimanesse in riposo. Spesso persino maggesi e colture si avvicendavano senza stabilit, accordando sempre alla vegetazione spontanea un tempo pi lungo che al periodo di coltura; in questo caso, i campi non eran quasi che provvisorie e brevi conquiste sui terreni incolti. Cos, nel seno stesso dei terreni coltivati, la natura tendeva senza posa a riprendere la prevalenza. Al di l di essi, avviluppandoli, compenetrandoli, si stendevano foreste, macchie e lande, immense zone selvagge, da cui era ben raro che l'uomo fosse totalmente assente, ma che egli - carbonaio, pastore, eremita o fuorilegge - praticava solo a prezzo di una lunga lontananza dai suoi simili.


3. La prima et feudale: la vita di relazioni.

Le comunicazioni tra i gruppi umani cos sparpagliati urtavano contro molte difficolt. Il crollo dell'Impero carolingio determin la rovina dell'ultimo potere abbastanza intelligente per preoccuparsi dei lavori pubblici, abbastanza potente per eseguirne almeno qualcuno. Persino le antiche strade romane, costruite meno solidamente di quanto non si sia talvolta immaginato, rovinavano per mancanza di manutenzione. Mancavano specialmente, a un gran numero di passaggi, i ponti, che non venivano pi riparati. Si aggiunga la insicurezza, aggravata dallo spopolamento che essa aveva in parte provocato. Quale sorpresa, nell'841, alla corte di Carlo il Calvo, quando questo principe vide giungere a Troyes i messaggeri che gli recavano dall'Aquitania gli ornamenti regali: un numero cos esiguo d'uomini, carichi di bagagli tanto preziosi, che attraversava senza ostacoli estensioni tanto vaste, infestate da ogni parte da rapine(61)! La cronaca anglo-sssone mostra minor stupore quando narra come, nel 1061, il conte Tostig, uno dei pi grandi baroni d'Inghilterra, venne catturato e messo a taglia da un pugno di banditi, alle porte di Roma.
Confrontata con quanto ci offre il mondo contemporaneo, la rapidit degli spostamenti umani, in quel tempo, ci appare infima. Tuttavia, non era sensibilmente pi debole di come doveva restare sino alla fine del Medioevo, o sino all'inizio del secolo XVIII. A differenza di quel che ci  oggi dato osservare, era di gran lunga pi forte sul mare; Da cento a centocinquanta chilometri al giorno non costituivano, per un naviglio, un record eccezionale: per poco, naturalmente, che i venti non fossero troppo sfavorevoli. Per via di terra, il normale percorso giornaliero pare raggiungesse una media di trenta o quaranta chilometri, certo per un viaggiatore senza fretta: carovane di mercanti, gran signori in viaggio di castello in castello o di abbazia in abbazia, esercito con le sue salmerie. Un corriere, un pugno di uomini risoluti, potevano, mettendoci il massimo impegno, fare il doppio o di pi. Una lettera scritta a Roma da Gregorio VII, l'8 dicembre 1075, giunse a Goslar, ai piedi del Harz, il 1 gennaio successivo; il suo latore aveva coperto in linea d'aria circa quarantasette chilometri al giorno, evidentemente assai di pi in realt. Per viaggiare, senza eccessiva fatica n lentezza, bisognava essere a cavallo o in carrozza: un cavallo, un mulo, non solo vanno pi veloci di un uomo: ma si sanno adattare meglio ai terreni pantanosi. Di conseguenza, interruzione stagionale di mote relazioni, non tanto a causa del tempo cattivo che della mancanza di foraggi: gi i missi carolingi non iniziavano i loro giri che dopo la prima fienagione(62). Ciononostante, come oggi in Africa, un pedone allenato poteva coprire, in pochi giorni, distanze singolarmente lunghe e, senza dubbio, superava pi velocemente di un cavaliere certi ostacoli. Carlo il Calvo, organizzando la sua seconda spedizione in Italia, pens ad assicurare attraverso le Alpi le sue comunicazioni con la Gallia, appunto in parte con l'aiuto di strenui e veloci camminatori(63).
Cattive e malsicure, queste strade e queste piste non erano tuttavia deserte: tutt'altro! Dove i trasporti sono difficili, l'uomo assume pi facilmente l'iniziativa di quanto non la subisca. Nessuna istituzione, soprattutto nessuna tecnica, poteva supplire al contatto personale tra gli esseri umani. Sarebbe stato impossibile governare lo stato dal fondo di un palazzo: per reggere un paese, non esisteva altro mezzo che cavalcarlo senza tregua, in tutti i sensi il re della prima et feudale si sono letteralmente ammazzati in viaggi. Nel corso di un anno che nulla ebbe di eccezionale, come il 1033, l'imperatore Corrado II pass successivamente dalla Borgogna alla frontiera polacca e, di l, nella Champagne, per ritornare infine nella Lusazia. Il barone, col suo sguito, si trasferiva senza posa dall'una all'altra delle sue terre: non solo per sorvegliarle meglio, ma anche perch doveva consumare i prodotti sul posto, giacch il loro inoltro in un centro comune sarebbe stato altrettanto incomodo che dispendioso. Privo di corrispondenti sui quali potesse sgravarsi della preoccupazione di acquistare e di vendere, quasi sicuro d'altronde di non trovare mai riunita in un medesimo luogo una clientela sufficiente per assicurare i propri guadagni, ogni mercante era un venditore ambulante, un "vagabondo", che inseguiva la fortuna per monti e per valli. Assetato di scienza e di ascetica, il chierico doveva percorrere l'Europa alla ricerca del maestro desiderato: Gerberto d'Aurillac studi le scienze matematiche in Spagna e la filosofia a Reims; l'inglese Stephen Harding impar il perfetto monachesimo nell'abbazia borgognona di Molesmes. Prima di lui, sant'Oddone, il futuro abate di Cluny, aveva percorso la Francia nella speranza di scoprirvi un monastero in cui si vivesse secondo la Regola.
Nonostante la vecchia ostilit della regola benedettina contro i "girovaghi", i cattivi monaci che senza posa "vagabondano in giro", tutto, anche nella vita clericale, favoriva questo nomadismo: il carattere internazionale della Chiesa; tra sacerdoti o monaci istruiti, l'uso del latino come lingua comune; le associazioni tra monasteri; la dispersione dei loro patrimoni territoriali; le "riforme" infine, che, periodicamente scuotendo quel gran corpo ecclesiastico, facevano, dei luoghi toccati per primi dalla nuova idea, focolai di richiamo ove da ogni luogo si veniva a cercare la buona regola, e in pari tempo centri di dispersione, da dove gli zelanti si lanciavano alla conquista della cattolicit. Quanti stranieri furono accolti in tal modo a Cluny! Quanti i Cluniacensi che sciamarono verso paesi stranieri! Sotto Guglielmo il Conquistatore, quasi tutte le diocesi, quasi tutte le grandi abbazie della Normandia, che cominciavano a esser raggiunte dalle prime ondate della rinascita "gregoriana", avevano alla loro testa Italiani o Lorenesi; l'arcivescovo di Rouen, Maurilio, era della regione di Reims, e, prima di occupare il suo seggio neustriano, aveva studiato a Liegi, insegnato in Sassonia e praticato la vita eremitica in Toscana.
Ma sulle strade dell'Occidente non erano rari neanche gli umili: fuggiaschi, cacciati dalla guerra o dalla carestia; avventurieri, mezzo soldati, mezzo banditi; contadini, che, avidi di una esistenza migliore, speravano di trovare, lontano dalla loro prima patria, qualche campo da dissodare; infine, pellegrini. La stessa mentalit religiosa spingeva infatti agli spostamenti; e pi di un buon cristiano, ricco o povero, chierico o laico, pensava di non poter acquistare la salute del corpo o dell'anima fuorch a prezzo di un viaggio lontano.
Si  spesso osservato che la prerogativa delle buone strade  di fare il vuoto intorno a s, a loro vantaggio. All'epoca feudale, quando tutte erano cattive, poche eran capaci di accaparrarsi cos il traffico. Certamente, le necessit del rilievo, la tradizione, la presenza qui di un mercato, l di un santuario giovavano a taluni tracciati, ma con una fissit assai inferiore a quanto non abbiano talvolta creduto gli storici delle influenze letterarie o estetiche. Un avvenimento fortuito - accidente materiale, esazioni di un signore privo di mezzi - era sufficiente a sviare il corso, a volte in modo duraturo. La costruzione, sull'antica via romana, di un castello, da parte di una schiatta di cavalieri predoni - i signori di Mrville -, l'insediamento, nelle vicinanze, del priorato dionisiano di Toury, ove trovavano invece buona accoglienza mercanti e pellegrini, tutto questo bast a deviare definitivamente verso occidente il ramo beauceriano della strada che da Parigi porta a Orlans, infedele ormai alle antiche pietre. Soprattutto, dalla partenza all'arrivo, il viaggiatore aveva la scelta tra parecchi itinerari, nessuno dei quali si imponeva in modo assoluto. La circolazione, in una parola, non si incanalava seguendo qualche grande arteria; si distribuiva capricciosamente in una moltitudine di piccoli canali. Non v'era castello, borgo o monastero, per quanto discosti, che non potesse sperare di ricevere la visita di erranti, legami viventi con il vasto mondo. Rari erano, per converso i luoghi ove questi passaggi avvenissero con regolarit.
Gli ostacoli e i pericoli della strada non impedivano per nulla gli spostamenti. Ma ognuno costituiva un'impresa, quasi un'avventura. Se dunque gli uomini, sotto l'assillo della necessit, non temevano di intraprendere viaggi molto lunghi - forse lo temevano meno che non in secoli a noi pi vicini -, esitavano dinanzi a quel ripetuto andirivieni a corto raggio, che in altre civilt costituisce quasi la trama della vita quotidiana: soprattutto, quando si trattava di gente umile, sedentaria di professione. Da ci una struttura per noi strabiliante del sistema dei collegamenti. Si pu dire che non esistesse angolo di terra che non avesse qualche contatto, a intervalli, merc tale specie di movimento browniano, a un tempo incostante e perpetuo, che attraversava l'intera societ. Le relazioni tra due vicine agglomerazioni erano invece assai pi rare, il distacco umano, oseremmo dire, infinitamente pi considerevole che ai nostri giorni. Se, a seconda dell'angolo visuale da cui la si guarda,. la civilt dell'Europa feudale appare ora meravigliosamente universalistica, ora particolaristica all'estremo, tale antinomia aveva, anzitutto, la sua fonte in un sistema di comunicazioni tanto favorevole alla lontana propagazione di generosissime correnti di influenza, quanto ribelle, nei particolari, alla azione uniformatrice dei rapporti di vicinato.
Il solo servizio postale che possiam dire abbia funzionato durante tutta l'et feudale univa Venezia a Costantinopoli. Era praticamente estraneo all'Occidente. Gli ultimi tentativi per mantenere al servizio del principe un sistema di cavalli di ricambio, sul modello lasciato dall'Impero romano, erano scomparsi insieme con l'Impero carolingio. Che gli stessi sovrani tedeschi, autentici eredi di questo impero e delle sue ambizioni, non abbiano avuto n l'autorit n l'intelligenza necessarie per far rivivere una istituzione pur cos indispensabile al governo di vasti territori,  un sintomo significativo della generale disorganizzazione, Sovrani, baroni, prelati dovevano affidare le loro missive a speciali corrieri. Oppure - soprattutto nel ceto meno elevato - ci si affidava alla cortesia dei passanti: per esempio ai pellegrini che andavano verso San Giacomo di Galizia(64). La relativa lentezza dei messaggeri, le disavventure che a ogni passo minacciavano di arrestarli dimostravano che solo l'autorit locale era efficace. Costretto ad assumere costantemente le pi grandi iniziative - la storia dei legati pontifici , per questo riguardo, ricca di insegnamenti - ogni rappresentante locale di un grande capo tendeva, per una troppo naturale inclinazione, a prenderle a proprio vantaggio e a trasformarsi, alla fine, in dinastia indipendente.
Per sapere, poi, quel che accadeva lontano, era necessario che ognuno, qualunque fosse la sua posizione sociale, si affidasse al caso degli incontri. L'immagine del mondo contemporaneo che avevano gli uomini meglio informati presentava non poche lacune; ce ne possiamo rendere un'idea attraverso le omissioni a cui non sfuggono neppure i migliori annali monastici, i quali rappresentano quasi i processi verbali dei pescatori di notizie. E il fatto non  mai esattamente inquadrato nel tempo. Stupisce, ad esempio, che un personaggio cos ben situato per informarsi come il vescovo Fulberto di Chartres, si meravigli allorch riceve dei regali da Canuto il Grande per la sua chiesa: egli infatti confessa che riteneva ancora pagano quel principe, battezzato invece sin dall'infanzia(65). Il monaco Lamberto di Hersefeld, abbastanza ben informato degli affari tedeschi, quando passa al racconto dei gravi avvenimenti che accaddero ai suoi tempi in Fiandra, che pur era limitrofa dell'Impero e, in parte, anche feudo imperiale, non tarda ad accumulare i pi stravaganti granchi. Rappresentazioni cos rudimentali non potevano costituire che una base ben mediocre per qualsiasi politica di vasto respiro.


4. La prima et feudale: gli scambi.

L'Europa della prima et feudale non viveva assolutamente ripiegata su se stessa. Tra essa e le confinanti civilt esisteva pi d'una corrente di scambi. La pi attiva era probabilmente quella che la univa alla Spagna musulmana: com' attestato dalle numerose monete d'oro arabe che, per tale via, penetravano al di qua dei Pirenei, e vi furono assai ricercate per diventare l'oggetto di frequenti imitazioni.
Il Mediterraneo occidentale, al contrario, non conosceva pi navigazioni di lungo corso. Le principali linee di comunicazione con l'Oriente erano altrove. Una, marittima, passava attraverso l'Adriatico; e ai limiti settentrionali di questo mare Venezia figurava come un frammento bizantino, incastrato in un mondo straniero. La via del Danubio, terrestre, a lungo interrotta dagli ngari, era quasi deserta. Pi a nord, tuttavia, sulle piste congiungenti la Baviera al grosso mercato di Praga, e che di l, attraverso le terrazze sul fianco settentrionale dei Carpazi, continuavano sino al Dniepr, circolavano carovane, cariche, al ritorno, di alcuni prodotti di Costantinopoli o dell'Asia. A Kjev incontravano la grande trasversale che, attraverso le pianure e di corso d'acqua in corso d'acqua, metteva a contatto i paesi litoranei del Baltico col Mar Nero, il Caspio o le oasi del Turkestan. La funzione di mediatore tra il nord o il nord-est del continente e il Mediterraneo orientale sfuggiva infatti all'Occidente; e, senza dubbio, quest'ultimo non aveva da offrire, sul proprio suolo, nulla di analogo al grandioso andirivieni di mercanzie che fece la prosperit della regione russa di Kiev.
Cos concentrato in un ristretto numero di rami, tale commercio era, inoltre, assai anemico. Peggio ancora: sembra fosse nettamente deficitario, almeno con l'Oriente. Dai paesi del Levante, l'Occidente riceveva quasi esclusivamente alcune merci di lusso, il cui valore, molto elevato in rapporto al loro peso, permetteva di passare oltre le spese e i rischi del trasporto. In cambio, non aveva quasi altro da offrire che schiavi. Sembra tuttavia che la maggior parte del bestiame umano rastrellato nelle terre slave e lettoni al di l dell'Elba o acquistato dai trafficanti dell'Inghilterra prendesse la via della Spagna islamica: il Mediterraneo orientale era, per suo conto, troppo abbondantemente provvisto di tale merce per aver bisogno d'importarne considerevoli quantitativi. I profitti della tratta, nel complesso abbastanza modesti, non erano sufficienti per compensare, sui mercati del mondo bizantino, dell'Egitto o della vicina Asia, gli acquisti d'oggetti preziosi e di spezie. Donde un lento salasso d'argento e soprattutto d'oro. Se alcuni mercanti dovevano, senza dubbio, la loro fortuna a tale lontano commercio, la societ, nel suo insieme, ne traeva soltanto una ragione di pi per mancare di numerario.
Certamente, nell'Occidente "feudale", la moneta non fu mai completamente assente dalle transazioni, anche tra i ceti agricoli. Soprattutto non cess mai di adempiervi la funzione di misura degli scambi. Spesso il debitore pagava in derrate; ma in derrate, solitamente, "apprezzate" a una a una, in modo che il totale di tali valutazioni coincidesse con un prezzo stipulato in lire, soldi e danari. Evitiamo dunque il termine, troppo sommario e troppo vago, di "economia naturale". Meglio parlare semplicemente di carestia monetaria. La penuria di monete era aggravata inoltre dall'anarchia dei con, derivante a sua volta dal frazionamento politico e dalla difficolt delle comunicazioni: era infatti necessario che ogni mercato importante avesse, pena la carestia, la propria zecca locale. Se si eccettui l'imitazione di monetazioni esotiche e tolte alcune monete d'infimo valore, non si fabbricavano pi che "danari", costituiti da pezzi d'argento, di corso abbastanza debole. L'oro circolava sotto forma di monete arabe o bizantine o di loro copie. La lira e il soldo altro non erano se non multipli aritmetici del "danaro", senza una garanzia materiale loro propria. Ma i diversi danari avevano, sotto uno stesso nome, a seconda della loro provenienza, un differente valore metallico. Peggio ancora, nel medesimo luogo, ogni emissione o quasi implicava variazioni nel peso o nella lega. La moneta - a un tempo rara, nel complesso, e, a causa dei suoi capricci, incomoda - circolava inoltre con troppa lentezza e irregolarit perch si potesse mai aver la sicurezza di procurarsene, in caso di bisogno. Ci per mancanza di scambi abbastanza frequenti.
Guardiamoci inoltre da una formula troppo sbrigativa: quella di "economia chiusa". Non si pu applicare esattamente neppure alle piccole aziende coloniche. Sappiamo dell'esistenza di mercati, ove certamente i villici vendevano alcuni prodotti dei loro campi o dei loro pollai alla gente delle citt, ai chierici, agli uomini d'arme. In tal modo si procuravano i denari per pagare i cnoni. E ben povero era colui che non comperasse mai qualche oncia di sale o di ferro. Quanto all'"autarca" delle grandi signorie, per esser effettivamente tale, i loro signori avrebbero dovuto fare a meno di armi o di gioielli, non bere mai vino, se per caso le loro terre non ne producevano, e accontentarsi di stoffe grossolane tessute dalle donne dei loro censuari. Persino le insufficienze della tecnica agricola, i torbidi sociali, le intemperie contribuivano a mantenere un certo commercio interno. Infatti, allorch mancava il raccolto, molti morivano bens letteralmente di fame, ma l'intera popolazione non era ridotta a tale estremo; e sappiamo che si stabiliva un traffico di grano tra i paesi pi favoriti e quelli colpiti dalla carestia, che dava adito a molte speculazioni. Gli scambi, pertanto, non mancavano; solo erano estremamente irregolari. La societ di quel tempo non ignorava certamente n la compera n la vendita. Ma non viveva come la nostra di compera e di vendita.
Il commercio, anche nella forma di baratto, non era il solo, n forse il pi importante dei canali attraverso i quali avveniva allora, attraverso gli strati sociali, la circolazione dei beni. Un gran numero di prodotti passava di mano in mano sotto forma di cnoni, rimessi a un capo come compenso della sua protezione o semplicemente come riconoscimento dei suo potere. Allo stesso mdo per quell'altra merce che  il lavoro umano: la corve forniva pi braccia dell'assoldamento di mano d'opera. In breve, lo scambio, in senso stretto, occupava senza dubbio nella vita economica meno posto che la prestazione: e poich era raro, e nondimeno solo gli indigenti potevano rassegnarsi a vivere della loro sola produzione, la ricchezza e il benessere sembrava fossero inseparabili dal potere.
Ciononostante, una economia cos costituita non metteva, in fin dei conti, a disposizione dei potenti che mezzi d'acquisto singolarmente limitati. Chi dice moneta dice possibilit di riserve, capacit di attesa, "anticipazione dei valori futuri": tutte cose che, inversamente, la penuria di moneta rendeva singolarmente difficili. Senza dubbio ci si sforzava di tesaurizzare sotto altre forme. I baroni e i re accumulavano nei loro cofani vasellame d'oro e d'argento e gioielli; le chiese ammassavano orerie liturgiche. Si presentava la necessit di un pagamento imprevisto? Si vendevano o si impegnavano la corona, il calice o il crocefisso; oppure, li si mandava a fondere alla zecca pi vicina. Ma simile liquidazione, precisamente a causa della diminuzione degli scambi, non era n facile n di sicuro profitto; e gli stessi tesori non raggiungevano nell'insieme una somma molto considerevole. Grandi e miseri vivevano alla giornata, obbligati ad affidarsi alle risorse del momento e quasi costretti a consumarle subito.
L'atonia degli scambi e della circolazione monetaria aveva un'altra conseguenza, e assai grave. Riduceva al minimo la funzione sociale del salario. Quest'ultimo infatti presuppone, da parte del datore di lavoro, un capitale monetario sufficientemente abbondante e la cui fonte non rischi di inaridirsi a ogni istante; da parte del salariato, la certezza di poter usare il denaro cos ricevuto per procurarsi i viveri necessari all'esistenza: condizioni che mancavano alla prima et feudale. In ogni grado della gerarchia, si trattasse pel re di assicurarsi i servigi di un alto ufficiale, pel gentiluomo di accaparrarsi quelli di un uomo d'armi o di un contadino, era necessario ricorrere a una forma di rimunerazione che non fosse fondata sul periodico versamento di una somma di denaro. Due eran le alternative: prendere l'uomo a casa propria, nutrirlo e vestirlo, fornirgli, come s diceva, la "provenda"; oppure cedergli, in compenso del suo lavoro, una terra che, per gestione diretta o sotto forma di cnoni prelevati sui coltivatori del suolo, gli permettesse di provvedere da s al proprio mantenimento.
Ora, l'uno e l'altro dei due metodi cospiravano, sebbene in senso opposto, a dar vita a vincoli umani assai differenti da quelli del salariato. Il legame tra il prebendato e il signore all'ombra del quale egli viveva era di necessit molto pi intimo di quello che passa tra un padrone e un salariato, libero, al termine del suo lavoro, di andarsene coi suoi denari in tasca. Lo si vedeva, invece, quasi necessariamente farsi pi lento, appena il subordinato s'insediava in un fondo che, a poco a poco, per un sentimento naturale, tendeva a considerare come proprio, mentre si sforzava di diminuire il peso dei servigi. Si aggiunga che, in un'epoca in cui la scomodit delle comunicazioni e l'anemia degli scambi rendevano malagevole mantenere in una relativa abbondanza grandi famiglie, la "provenda" era, nell'insieme, suscettibile di una estensione ben minore del sistema di rimunerazioni fondiarie. Se la societ feudale oscill perpetuamente tra questi due poli - la stretta relazione tra uomo e uomo e il vincolo lento della concessione terriera - la responsabilit ne ricadde in gran parte sul regime economico che, per lo meno all'origine, le interdisse il salariato.


5. La rivoluzione economica della seconda et feudale.

Nel secondo volume, ci sforzeremo di descrivere l'intenso processo di popolamento che, dal 1050 al 1250 circa, trasform il volto dell'Europa: sui confini del mondo occidentale, colonizzazione degli altipiani iberici e della vasta pianura oltre l'Elba; nel cuore stesso del vecchio paese, le foreste e i terreni incolti incessantemente ridotti dall'aratro; nelle radure aperte fra gli alberi o le macchie, villaggi interamente nuovi aggrappantisi al suolo vergine: altrove, intorno a centri abitati da secoli, lo sviluppo dell'appoderamento, sotto l'irresistibile pressione dei dissodatori. Bisogna quindi distinguere le fasi successive, caratterizzare le variet regionali. Pel momento ci interessano soltanto, oltre al fenomeno in se stesso, i suoi principali effetti.
Quello pi immediatamente sensibile fu senza dubbio di ravvicinare reciprocamnte i gruppi umani. Fra i diversi stanziamenti, salvo in alcune contrade particolarmente diseredate, non pi ormai vasti spazi vuoti. D'altronde, le distanze ancora esistenti son diventate assai pi facili da superare. Poich, favoriti appunto nella loro ascesa dallo sviluppo demografico, sono sorti o si sono consolidati poteri ai quali l'ampliato orizzonte impone nuovi compiti: borghesie cittadine che nulla sarebbero senza il commercio; regni e principati, anch'essi interessati alla prosperit di un commercio da cui traggono, con le imposte e i pedaggi, grosse somme di denaro, e inoltre assai pi consapevoli che in passato dell'importanza vitale che ha per loro la libera circolazione degli ordini e degli eserciti. L'attivit dei Capetingi, in quella svolta decisiva che si ebbe col regno di Luigi VI, il loro sforzo guerriero, la loro politica demaniale, l'azione da essi svolta nell'organizzazione del ripopolamento, risposero, in larga parte, a preoccupazioni di questa natura: conservare la padronanza delle comunicazioni tra le due capitali, Parigi e Orlans; assicurare, di l dalla Loira e dalla Senna, la congiunzione sia col Berry sia con le vallate dell'Oise e dell'Aisne. Non sembra, a dire il vero, che le strade, per quanto meglio vigilate, fossero notevolmente migliorate. Progred di molto, invece, la costruzione di opere d'arte. Molti furono i ponti gettati, nel corso del secolo XII, su tutti i fiumi d'Europa. Infine, un felice perfezionamento nella pratica dell'attacco degli animali da tiro aument, in proporzioni assai notevoli, quasi nel medesimo momento, il rendimento dei trasporti per mezzo di carri.
Nei rapporti con le civilt confinanti, la stessa trasformazione. Il Tirreno solcato da vascelli sempre pi numerosi; i suoi porti, dallo scoglio di Amalfi alla Catalogna, ascesi alla dignit di grandi centri commerciali; l'intensit del traffico veneziano accresciuta senza posa; la strada delle pianure danubiane percorsa anch'essa dai pesanti carri dei carovanieri: questi sono gi fatti notevoli. Ma le relazioni con l'Oriente non erano diventate solamente pi facili e pi intense. Avevano mutato natura. Ieri quasi unicamente importatore, l'Occidente  diventato un grande fornitore di prodotti lavorati. Le merci che invia in grande quantit verso il mondo bizantino, verso il Levante islamico o latino, nonch, per quanto in minor misura, verso il Maghreb, son di diverso genere. Una domina tuttavia di gran lunga tutte le altre. Nell'espansione dell'economia europea nel Medioevo, i tessuti di lana occupano il medesimo posto direttivo che la metallurgia e il cotone in quella inglese del secolo XIX. Nella Fiandra, nella Piccardia, a Bourges, nella Linguadoca, nella Lombardia e in altre zone - poich i centri produttori di stoffe son diffusi quasi ovunque - si sentono rumoreggiare le macchine e batter i mulini a gualchiera al servizio dei mercati esotici tanto, o quasi, quanto del consumo interno. Senza dubbio, per spiegare questa rivoluzione che vide i nostri paesi iniziare dall'Oriente la conquista economica del mondo, bisognerebbe far appello a molteplici cause; guardare - se possibile - all'Est altrettanto che all'Ovest. Nondimeno,  vero che i fenomeni demografici ricordati pi sopra l'avevano resa possibile. Come si sarebbe potuto, infatti, raccogliere nelle citt tanti tessitori, tintori o cimatori di panni e nutrirli, se la popolazione non fosse stata pi abbondante di prima e pi estesa la superficie del suolo coltivato, se i campi, meglio messi in valore da braccia pi numerose, sottoposti soprattutto a pi frequenti arature, non avessero dato pi ricche e pi frequenti messi?
Il Nord  conquistato, al pari dell'Oriente. Sin dalla fine del secolo XI, a Novgorod si vendevano stoffe di Fiandra. A poco a poco, la via delle pianure russe pericola e si chiude. La Scandinavia e i paesi baltici si volgono ormai all'Ovest. Il cambiamento che si inizia in tal modo potr dirsi compiuto quando, nel corso del secolo XII, il commercio tedesco si annetter il Baltico. Da quel momento i porti dei Paesi Bassi, Bruges soprattutto, diventeranno i centri di scambio dei prodotti nordici non solo con quelli dell'Occidente ma anche con le merci che vi arrivavano dall'Oriente. Una forte corrente di relazioni mondiali congiunge, attraverso la Germania e soprattutto attraverso le fiere della Champagne, i due fronti dell'Europa feudale.
Un commercio esterno cos favorevolmente equilibrato non poteva mancare di convogliare verso l'Europa monete e metalli preziosi, di accrescervi di conseguenza, in proporzioni considerevoli, il volume dei mezzi di pagamento. A questa abbondanza monetaria, sia pure relativa, si aggiungeva, a moltiplicarne gli effetti, il ritmo accelerato della circolazione. Nell'interno stesso del paese, infatti, il progresso demografico, la maggior facilit dei rapporti, la fine delle invasioni, che avevano fatto pesare sul mondo occidentale una tale atmosfera di turbamento e di panico, altri elementi ancora, che sarebbe troppo lungo considerare qui, avevano ravvivato gli scambi.
Guardiamoci tuttavia dall'esagerare. Il quadro andrebbe accuratamente sfumato, per regioni e per classi. Vivere del proprio doveva restare, ancora per lunghi secoli, l'ideale - d'altronde raramente raggiunto - di molti contadini e della maggior parte dei villaggi. D'altra parte, le profonde trasformazioni dell'economia obbedirono a un ritmo abbastanza lento. Fatto significativo: dei due sintomi essenziali nell'ordine monetario, l'uno, il conio di grosse monete d'argento, assai pi pesanti del "danaro", fece la sua comparsa solo all'inizio del secolo XIII, e a questa data ancora solo in Italia; l'altro, la ripresa del conio dell'oro di tipo indigeno, si fece attendere sino alla seconda met dello stesso secolo. Sotto molti aspetti, la seconda et feudale vide pi l'attenuarsi delle condizioni precedenti che la loro scomparsa. L'osservazione vale sia per la funzione della distanza che per il regime degli scambi. Tuttavia, che allora i re, gli alti baroni, i signori abbiano potuto riprendere ad ammassare, con le imposte, ingenti tesori, che il salariato, talvolta sotto forme giuridiche goffamente ispirate ad usanze antiche, abbia ripreso un posto a poco a poco preponderante fra le forme di rimunerazione dei servizi: questi indizi di un'economia in corso di rinnovamento agirono a loro volta, sin dal secolo XII, su tutto il contesto delle relazioni umane.
Non era tutto. L'evoluzione dell'economia portava con s una vera e propria revisione dei valori sociali. C'eran sempre stati artigiani e mercanti; individualmente, questi ultimi almeno avevano potuto anzi avere qua e l un'importante funzione. Ma come gruppi, n gli uni n gli altri contavano. A partire dalla fine del secolo XI, ceto artigiano e ceto mercantile, divenuti assai pi numerosi e pi indispensabili alla vita di tutti, si affermarono sempre pi vigorosamente nell'ambiente urbano. Soprattutto la classe mercantile. L'economia medievale, infatti, dopo il grande rinnovamento di quegli anni decisivi, fu sempre dominata, non dal produttore, ma dal commerciante. Non per gente del loro tipo s'era costituita l'armatura giuridica dell'et precedente, fondata su un regime economico in cui essa non teneva che un posto mediocre. Le loro esigenze pratiche e la loro mentalit dovevano naturalmente introdurvi un fermento nuovo. La feudalit europea, nata in una societ dal tessuto molto rado, in cui gli scambi erano insignificanti e scarso il denaro, si alter profondamente, appena le maglie della rete umana si fecero pi fitte e la circolazione dei beni e del denaro divent pi intensa.




Capitolo secondo
Maniere di sentire e di pensare

1. L'uomo di fronte alla natura e al tempo.

L'uomo delle due et feudali era, assai pi di noi, vicino a una natura, dal canto suo, assai meno addomesticata e addolcita. Il paesaggio rurale, dove le terre incolte occupavano larghe estensioni, risentiva meno sensibilmente l'impronta umana. Le bestie feroci, che popolano ormai solo i nostri racconti di balie, gli orsi e soprattutto i lupi, vagavano in tutte le solitudini, persino nelle stesse campagne coltivate. Oltre che uno sport, la caccia era un mezzo di difesa indispensabile e forniva all'alimentazione un complemento quasi egualmente necessario. Il raccolto dei frutti selvaggi e quello del miele continuavano ad essere praticati come ai primi tempi dell'umanit. Negli attrezzi, il legno occupava un posto preponderante. Le notti, mal rischiarate, erano pi scure, i freddi pi rigidi, sin nelle sale dei castelli. C'era, insomma, dietro tutta la vita sociale, un fondo di primitivit, di sottomissione a potenze indisciplinabili, contrasti fisici senza attenuazioni. Non esiste alcuno strumento che permetta di pesare l'influsso che simile contorno poteva esercitare sulle anime. Come non supporre tuttavia che contribuisse alla loro rudezza?
Una storia pi degna del nome dei timidi tentativi a cui oggi ci riducono i nostri mezzi, darebbe il loro posto alle avventure del corpo.  molto ingenuo pretendere di capire degli uomini ignorando quali fossero le loro condizioni fisiche. Ma lo stato dei testi, pi ancora l'insufficiente acutezza dei nostri metodi di ricerca, limitano le nostre ambizioni. La mortalit infantile, incontestabilmente molto forte nell'Europa feudale, contribuiva a indurire non poco i sentimenti nei confronti di lutti quasi normali. La vita degli adulti, anche indipendentemente dagli imprevisti di guerra, era in media relativamente corta: a quanto almeno si pu giudicare dai personaggi principali, a cui si riferiscono i soli dati, del resto poco precisi, di cui disponiamo. Roberto il Pio mor verso la sessantina; Enrico I, a cinquantadue anni; Filippo I e Luigi VI, a cinquantasei. In Germania, i primi quattro imperatori della dinastia sssone raggiunsero rispettivamente i sessanta circa, ventotto, ventidue e cinquantadue anni. La vecchiaia pare incominciasse assai presto, nell'et da noi considerata matura. Questo mondo che, come vedremo, si riteneva assai vecchio, era in effetti diretto da uomini giovani.
Fra tante morti premature, molte eran dovute a grandi epidemie, che frequentemente si abbattevano su una umanit mal premunita a combatterle; fra gli umili, inoltre, a carestie. Insieme alle violenze giornaliere, queste catastrofi davano all'esistenza come il senso di una precariet perpetua. Da qui probabilmente una delle maggiori ragioni dell'instabilit dei sentimenti, cos caratteristica della mentalit dell'era feudale, soprattutto al suo inizio. Anche un'igiene certamente mediocre contribuiva a creare questo nervosismo. Ci si  affannati, ai giorni nostri, a dimostrare che la societ feudale non ignorava i bagni. C' qualcosa di puerile nel dimenticare, in favore di questa osservazione, tante incresciose condizioni di vita: in primo luogo, la sotto-alimentazione dei poveri e gli eccessi della tavola dei ricchi. Come trascurare, infine, gli effetti di una eccezionale sensibilit alle pretese manifestazioni soprannaturali? Essa suscitava negli animi una costante e quasi morbosa attenzione a qualsiasi specie di segni, di sogni, di allucinazioni. Questa forma era, a dire il vero, notevole soprattutto nell'ambiente monastico, ove a una riflessione professionalmente concentrata sui problemi dell'invisibile aggiungevano la loro influenza le macerazioni e la repressione degl'impulsi. Nessun psicanalista ha mai scrutato i propri sogni con pi ardore dei monaci del decimo e decimoprimo secolo! Nondimeno, anche i laici partecipavano all'emotivit di una civilt in cui il codice morale o mondano non imponeva ancora alle persone bene educate di reprimere le loro lacrime e i loro "deliqui". Le disperazioni, i furori, i colpi di testa, i bruschi mutamenti presentano grandi difficolt agli storici, proclivi per istinto a ricostruire il passato seguendo le linee dell'intelligenza; considerevoli elementi di qualsiasi storia, essi esercitarono sullo sviluppo degli avvenimenti politici, nell'Europa feudale, un'azione che non pu essere passata sotto silenzio se non per una specie di vano pudore.
Quegli uomini, sottoposti intorno a loro e in se stessi a tante forze spontanee, vivevano in un mondo il cui svolgimento sfuggiva tanto pi dalle loro mani in quanto erano incapaci di misurarlo. Gli orologi ad acqua, costosi e ingombranti, non esistevano che in pochissimi esemplari. Quelli a sabbia pare fossero d'uso mediocremente corrente. Evidente era l'imperfezione delle meridiane, in special modo sotto cieli facilmente obnubilati. Donde il ricorso a singolari artifici. Il re Alfredo, preoccupato di regolare il corso di una vita molto nomade, escogit di trasportare ovunque con s dei ceri di lunghezza eguale, che faceva accendere l'uno dopo l'altro(66). Questa preoccupazione di uniformit, nella divisione della giornata, era allora eccezionale. Contando solitamente, sull'esempio dell'antichit, dodici ore di giorno e dodici di notte, qualunque fosse la stagione, le persone pi istruite si accontentavano di vedere ciascuna di queste frazioni, presa singolarmente, crescere e decrescere senza tregua, secondo il giro annuale del sole. Si procede in tal modo sino al giorno in cui, sul finire del secolo XIV, gli orologi a contrappesi portarono con s, con la meccanizzazione dello strumento, quella del tempo.
Un aneddoto, riferito da una cronaca del Hainaut, mette mirabilmente in luce questa specie di perpetuo fluttuare del tempo. A Mons si doveva tenere un duello giudiziario. All'alba, si presenta un solo campione; all'ora nona, segnante il termine d'attesa prescritto dall'uso, chiede che sia constatata la mancanza del suo avversario. Sotto il rispetto giuridico, nessun dubbio. Ma  proprio l'ora prescritta? I giudici della contea deliberano, guardano il sole, interrogano i chierici che la pratica liturgica ha piegato ad una pi sicura conoscenza del ritmo orario e che affidano alle campane il compito di scandirlo, pi o meno approssimativamente, a profitto della comunit umana. Decisamente, sentenzia la corte, l'ora nona  passata(67). Quanto lontana appare dalla nostra civilt e da noi stessi, abituati a vivere solo con gli occhi costantemente fissi all'orologio, quella societ ove un tribunale doveva discutere e informarsi, per sapere quale ora fosse.
Ora, l'imperfezione della misura oraria era soltanto uno dei molti sintomi di una vasta indifferenza nei confronti del tempo. Nulla sarebbe stato pi comodo e utile dell'annotare con precisione date cos importanti, nel diritto, quali quelle delle nascite principesche; nel 1284, tuttavia, ci volle tutta una inchiesta per determinare, alla meno peggio, l'et di una delle pi grandi eredi del regno capetingio, la giovane contessa di Champagne(68). Nei secoli X e XI, innumerevoli carte o notizie, la cui sola ragione d'essere era nondimeno di preservare un ricordo, non recano alcuna menzione cronologica. Ve ne sono altre, per eccezione, meglio provviste? Il notaio, che usava simultaneamente pi sistemi di riferimento, spesso non  riuscito a far concordare i suoi diversi vocaboli. Per di pi, queste nebbie gravavano non solo sulla nozione della durata, ma sulla stessa sfera del numero, considerata nella sua interezza. Le insensate cifre dei cronisti non sono semplice amplificazione letteraria; attestano la mancanza di ogni sensibilit alla verosimiglianza statistica. Mentre Guglielmo il Conquistatore non istitu certamente in Inghilterra pi di cinquemila feudi di cavalieri, gli storici dei secoli successivi, e persino alcuni amministratori, cui non sarebbe stato difficile informarsi, gli attribuivano con facilit la creazione da trentadue a sessantamila di quei feudi militari. L'Europa ebbe, soprattutto a partire dalla fine del secolo XI, i suoi matematici, che brancolavano valentemente sulle orme dei Greci e degli Arabi; gli architetti e gli scultori sapevano mettere in pratica una geometria abbastanza semplice. Tuttavia, sino alla fine del Medioevo, tra i computi pervenutici, non ne esiste quasi nessuno senza errori sbalorditivi. Le scomodit della numerazione romana, d'altronde ingegnosamente corretta dall'impiego dell'abbaco, non bastano a spiegare quegli errori. La verit  che il senso dell'esattezza, col suo pi sicuro sostegno, il rispetto del numero, rimaneva profondamente estraneo alle menti, anche dei capi.


2. L'espressione.

Da un lato, la lingua dotta, che era, quasi uniformemente, il latino; dall'altro, nella loro variet, gl'idiomi d'uso quotidiano: tale il singolare dualismo sotto il cui segno visse quasi tutta l'ra feudale. Era una peculiarit della civilt occidentale propriamente detta, e contribuiva a opporla vigorosamente alle vicine: mondi celtico e scandinavo, forniti di ricche letterature, poetiche e didattiche, nelle lingue nazionali; Oriente greco; Islm, almeno nelle zone realmente arabizzate.
Nell'Occidente, a dire il vero, fece a lungo eccezione una societ: quella della Britannia anglo-sssone. Non che non vi si scrivesse, e molto bene, il latino; ma si era ben lontani dallo scrivere esclusivamente in latino. L'antico inglese s'era ben presto elevato alla dignit di lingua letteraria e giuridica. Il re Alfredo voleva che i fanciulli lo imparassero a scuola, prima che i meglio dotati passassero al latino(69). I poeti lo usavano in canti che, non contenti di recitare, facevano trascrivere. Parimenti, i re, nelle loro leggi; le cancellerie, negli atti stilati per i re o i grandi; e persino i monaci, nelle loro cronache: caso veramente unico, in quel tempo, di una civilt che seppe mantenere il contatto coi mezzi d'espressione della moltitudine. La conquista normanna tronc netto questo sviluppo. Dalla lettera diretta da Guglielmo agli abitanti di Londra, subito dopo la battaglia di Hastings, sino a qualche raro decreto verso la fine del secolo XII, non vi  pi un atto regio che non sia in latino. Tranne uno, i cronisti anglo-sssoni tacciono dalla met del secolo XI in poi. Quanto alle opere che, con un po' di buona volont, si possono chiamare letterarie, esse dovevano riapparire solo poco prima del 1200, e all'inizio solamente sotto la veste di qualche opuscolo di edificazione.
Sul continente, il magnifico sforzo culturale della rinascita carolingia non aveva completamente trascurato le lingue nazionali. In verit, a nessuno veniva l'idea di considerare degni di scrittura gli idiomi romanzi, che facevano l'effetto semplicemente di un latino orribilmente corrotto. I dialetti della Germania attrassero invece l'attenzione di uomini, molti dei quali, a corte o nell'alto clero, li consideravano come lingua materna. Furono cos ricopiati vecchi poemi, sin allora puramente orali; ne vennero composti di nuovi, soprattutto su temi religiosi; manoscritti in antico tedesco figuravano nelle biblioteche dei magnati. Ma anche qui gli avvenimenti politici - questa volta il crollo dell'impero carolingio, coi disordini che ne seguirono - produssero una frattura. Dalla fine del secolo IX al termine del secolo XI, qualche poesia religiosa. e alcune traduzioni: questo tutto il magro bottino che devono limitarsi a registrare gli storici della letteratura tedesca. Nulla, sia per numero sia per valore intrinseco, in confronto agli scritti latini, composti sul medesimo suolo e durante lo stesso periodo.
Guardiamoci, d'altra parte, dall'immaginare questo latino dell'ra feudale come una lingua morta, con quel che l'epiteto suggerisce a un tempo di stereotipato e di uniforme. Nonostante il gusto della correttezza e del purismo restaurato dalla rinascita carolingia, tutto - la necessit di esprimere realt ignote agli antichi o pensieri che, soprattutto nel campo religioso, erano restati loro estranei; la contaminazione del meccanismo logico, assai differente da quello della tradizionale grammatica, cui la pratica di linguaggi popolari abituava le menti; l'ignoranza, infine, o una scienza mediocre - cospirava a imporre, in proporzioni assai variabili secondo gli ambienti o gli individui, vocaboli o maniere di dire nuove. Se il libro favorisce l'immobilit, la parola non  sempre fattore di movimento? Non ci si limitava dunque a scrivere il latino. Lo si cantava: testimone la poesia, almeno nelle sue forme pi ricche di reale sentimento, che abbandonava la classica prosodia delle lunghe e delle brevi per riallacciarsi al ritmo accentuato, sola musica ormai percettibile agli orecchi. E lo si parlava anche. Per un solecismo commesso nella conversazione, un letterato italiano, chiamato alla corte di Ottone I, si fece crudelmente beffeggiare da un fraticello di San Gallo(70). Quando il vescovo Notkero di Liegi predicava, usava il vallone se si rivolgeva ai laici; il latino, invece, se aveva dinanzi a s i suoi monaci. Certo, molti ecclesiastici, soprattutto fra i curati delle parrocchie, sarebbero stati incapaci di imitarlo, anzi di comprenderlo. Ma, per i preti e i monaci istruiti, la vecchia koin della Chiesa conservava la sua funzione di strumento orale. Nella Curia, nei grandi concili o nel corso dei loro vagabondaggi di abbazia in abbazia, come sarebbero riusciti a comunicare tra loro, quegli uomini di paesi differenti, senza l'aiuto del latino?
Certamente, quasi in ogni societ, le forme d'espressione variano, talvolta in modo sensibile, secondo l'uso che uno desidera farne o secondo le classi. Ma il contrasto si limita di solito a sfumature nell'esattezza grammaticale o nella qualit del lessico. Qui era incomparabilmente pi profondo. In ogni parte d'Europa, i linguaggi usuali, che si riallacciavano al gruppo germanico, appartenevano a tutt'altra famiglia che la lingua colta. Gli stessi parlari romanzi si erano talmente allontanati dal loro ceppo comune che il passaggio da essi al latino esigeva un lungo tirocinio scolastico. Tanto che lo scisma linguistico si riconduceva, in ultima analisi, all'opposizione di due gruppi umani. Da una parte, l'immensa maggioranza degli illetterati, ciascuno murato nel suo dialetto regionale, ridotti, come unico bagaglio letterario, a qualche poema profano, tramandato quasi esclusivamente a viva voce, e a quelle pie cantilene che chierici bene intenzionati componevano nelle lingue volgari, per gli umili, e di cui affidavano qualche volta il ricordo alla pergamena. Dall'altra, il piccolo manipolo di uomini colti, che, oscillando senza posa dal parlare ordinario e locale alla lingua dotta e universale, erano propriamente bilingui. A loro, le opere di teologia e di storia, uniformemente scritte in latino, l'interpretazione della liturgia e persino quella dei documenti di importanza. Il latino non costituiva solo la lingua-veicolo dell'insegnamento; era la sola che si insegnasse. Saper leggere, in breve, voleva dire saperlo leggere. Ci si lasciava andare ad usare, in via eccezionale, la lingua nazionale in una pagina giuridica? In questa anomalia, ovunque avvenga, non esitiamo a riconoscere un sintomo di ignoranza. Se, sin dal secolo X, alcune carte dell'Aquitania meridionale appaiono, in mezzo ad un latino pi o meno corretto, tutte infarcite di termini provinciali, ci  dovuto al fatto che i monasteri di Rouergue o di Quercy, rimasti fuori dei grandi focolai della rinascita carolingia, avevano solo pochi religiosi educati nelle belle lettere. Poich la Sardegna era un paese povero, le cui popolazioni, fuggendo le coste infestate dai pirati, vivevano in un isolamento quasi assoluto, i primi documenti scritti in sardo superano di molto per anzianit i pi antichi testi italiani della penisola.
La pi chiara e immediata conseguenza di questa gerarchizzazione delle lingue fu, senza dubbio, di avere disgraziatamente reso confusa l'immagine che la prima et feudale ha lasciato di s. Atti di vendita o di donazione, di asservimento o di libert, ordinanze giudiziarie, privilegi regi, processi verbali d'omaggio, documenti di procedura sono la pi preziosa fonte a cui possa attingere la storia della societ. Pur non essendo sempre sinceri, almeno, a differenza di testi narrativi destinati alla posterit, hanno il merito di aver voluto ingannare, alla peggio, solo i contemporanei, la cui credulit aveva ben altri limiti della nostra. Ora, salvo poche eccezioni gi da noi spiegate, essi, sino al secolo XIII, furono stesi sempre in latino. Ma non cos si erano espresse, inizialmente, le realt di cui si sforzavano di conservare il ricordo. Quando due signori discutevano il prezzo di una terra o le clausole di una relazione di vassallaggio, non conversavano certamente nella lingua di Cicerone. Toccava al notaio scoprire poi, bene o male, una veste classica appropriata. Ogni codice o notizia latina, o quasi,  dunque il risultato di un lavoro di trasposizione che, oggi, lo storico, se voglia cogliere la verit che vi si nasconde, deve rifare, ma a rovescio.
E pazienza se l'elaborazione avesse sempre obbedito alle stesse regole! Ma, dal tema dello scolaro, goffamente ricalcato su uno schema mentale in lingua volgare, sino al discorso in latino, forbito con cura da un chierico istruito, s'incontrano tutti i gradi. Talvolta - ed  senz'altro il caso pi favorevole - la parola corrente  semplicemente travestita alla meno peggio, con l'aggiunta di una desinenza latina posticcia: cos, ad esempio, hommage appena mascherato in homagium. In altri casi, ci si sforzava, al contrario, di usare solo i termini pi classici: sino a scrivere - assimilando, con ingegnosa concettosit quasi blasfema, al sacerdote di Giove quello del Dio vivente - archiflamen per arcivescovo. II. peggio era che, nella ricerca dei parallelismi, i puristi non temevano di prendere volentieri per guida non tanto l'analogia dei significati quanto quella dei suoni; poich "conte" aveva in francese, come nominativo, cuens, lo si rendeva con consul; o "feudo", per avventura, con fiscus. Senza dubbio, a poco a poco si stabilirono sistemi generali di trascrizione, alcuni dei quali partecipavano del carattere universalistico della lingua dotta: "feudo", in tedesco Lebn, aveva nei codici latini della Germania, come equivalenti regolari, parole foggiate sul francese. Ma, persino nei suoi usi meno maldestri, il latino notarile non traduceva mai senza qualche deformazione.
Cos, anche la stessa lingua tecnica del diritto non disponeva che di un vocabolario a un tempo troppo arcaico e troppo fluttuante per permettergli di stringere da vicino la realt. Quanto al lessico degli idiomi usuali, esso aveva tutta l'imprecisione e l'instabilit di una nomenclatura puramente orale e popolare. Ora, nel campo delle istituzioni sociali, il disordine delle parole trae quasi necessariamente con s quello delle cose. Se non altro a causa dell'imperfezione della terminologia, una grande incertezza pesava dunque sulla classificazione dei rapporti umani. Ma l'osservazione va allargata ancora. A qualsiasi uso venisse applicato, il latino aveva il vantaggio di offrire, agli intellettuali dell'epoca, un mezzo di comunicazione internazionale. Presentava, al contratto, il temibile inconveniente di essere, presso la maggior parte degli uomini che se ne servivano, radicalmente separato dalla espressione interiore, di costringerli quindi, nell'enunciazione dei loro pensieri, a perpetue approssimazioni. Fra le molteplici cause che, senza dubbio, cospirano a spiegare quella assenza di esattezza mentale che fu, come abbiamo visto, una delle caratteristiche di quest'epoca, non si pu non porre questo incessante andirivieni tra i due piani del linguaggio.


3. Cultura e classi sociali.

Lingua dotta, in quale misura il latino medievale era la lingua di un'aristocrazia? Sino a qual punto, in altre parole, il gruppo dei litterati si confondeva con quello dei capi? Per la Chiesa, nessun dubbio. Poco importa che il cattivo sistema delle nomine abbia, qua e l, spinto ai primi posti degli ignoranti. Le corti episcopali, i grandi monasteri, le cappelle dei sovrani, in breve tutti gli stati maggiori dell'esercito ecclesiastico non difettarono mai di chierici istruiti, che, spesso d'altra parte d'origine baronale o cavalleresca, si erano formati nelle scuole monastiche e soprattutto in quelle cattedrali. Quando si passa al mondo laico, il problema diventa pi delicato.
Non dobbiamo credere esistesse, neppure nelle ore pi fosche, una societ ostile per partito preso a qualsiasi nutrimento intellettuale. Del fatto che comunemente si stimasse utile per un condottiero di uomini l'accesso a quel tesoro di riflessioni e di ricordi di cui solo lo scritto, cio il latino, offriva la chiave, si ha la pi sicura conferma nell'importanza attribuita da molti sovrani alla istruzione dei loro eredi. Roberto il Pio, "re sapiente in Dio", fu, a Reims, allievo dell'illustre Gerberto d'Aurillac; Guglielmo il Conquistatore diede al figlio Roberto come precettore un chierico. Fra i grandi della terra, s'incontravano veri amici dei libri: Ottone III - educato, per vero, dalla madre Teofano, che, principessa bizantina, aveva recato dalla sua patria le abitudini di una civilt molto pi raffinata - parlava correntemente il greco e il latino; Guglielmo III d'Aquitania aveva raccolto una bella biblioteca, in cui talvolta restava a leggere sino a tarda notte(71). Si aggiunga il caso, per nulla eccezionale, di quei principi che, destinati dapprima alla Chiesa, avevano conservato dal loro primo noviziato alcune conoscenze e inclinazioni proprie dell'ambiente clericale: tale, per esempio, Baldovino di Boulogne, rude guerriero tuttavia, che cinse la corona di Gerusalemme. Ma a queste educazioni abbastanza raffinate occorreva l'atmosfera di nobili stirpi, gi solidamente assise nella loro potenza ereditaria. Nulla di pi significativo del quasi regolare contrasto, in Germania, tra i fondatori di dinastie e i loro successori: a Ottone II, il terzo re sssone, a Enrico III, il secondo dei Sal, entrambi accuratamente istruiti, si oppongono i rispettivi padri: Ottone il Grande, che impar a leggere a trent'anni, e Corrado II, il cui cappellano confessa che "era analfabeta". Come spesso accadeva, l'uno e l'altro erano stati gettati troppo giovani in una vita d'avventure e di pericolo per avere avuto il tempo di formarsi, altrimenti che con la pratica o la tradizione orale, al loro mestiere di capi. A maggior ragione il caso si ripeteva, quasi sempre, appena si scendeva nella scala sociale. La cultura relativamente brillante di qualche grande famiglia reale o baronale non deve creare illusioni. N tanto meno l'eccezionale fedelt che le classi cavalleresche d'Italia e di Spagna conservarono per tradizioni pedagogiche, anch'esse, del resto, assai rudimentali: il Cid e Ximena, sebbene la loro istruzione non andasse forse molto pi lontano, sapevano per lo meno scrivere il proprio nome(72).  ben difficile dubitare che, a nord delle Alpi e dei Pirenei almeno, la maggioranza dei piccoli e medi signori, che detenevano in quel tempo i principali poteri umani, non fosse composta di veri e propri illetterati, nel senso completo del termine: tanto che nei monasteri, ove alcuni di essi si ritiravano al termine della loro vita, si consideravano sinonimi i vocaboli di conversus, cio di giunto tardi alla vocazione religiosa, e di idiota, che indicava il monaco incapace di leggere i libri sacri.
Con tale deficienza d'istruzione, tra i laici, si spiega la funzione dei chierici, a un tempo come interpreti del pensiero dei grandi e come depositari delle tradizioni politiche. I principi eran costretti a chiedere a questa categoria di servitori quel che il resto del loro seguito sarebbe stato incapace di fornire. Verso la met del secolo VIII, scomparvero gli ultimi "referendari" laici dei re merovingi; nell'aprile 1298, Filippo il Bello affid, i sigilli al cavaliere Pierre Flotte: tra queste due date, trascorsero pi di cinque secoli, durante i quali le cancellerie dei sovrani che regnarono in Francia ebbero alla loro testa solo uomini di Chiesa. La stessa cosa accadde, grosso modo, altrove.  impossibile considerare con indifferenza il fatto che le decisioni dei potenti di questo mondo siano state talvolta suggerite e sempre espresse da uomini che, quali fossero i loro preconcetti di classe o di nazione, appartenevano in non minor misura, per effetto di tutta la loro educazione, a una societ di natura universalistica e fondata sullo spirituale. Nessun dubbio che non abbiano contribuito a mantenere, "al disopra della mischia" dei piccoli conflitti locali, la mira di pi larghi orizzonti. D'altra parte, incaricati di dare forma scritta agli atti della politica, furono necessariamente condotti a giustificarli ufficialmente con motivi tratti dal loro proprio codice morale e a diffondere in tal modo, sui documenti di quasi tutta l'et feudale, quella vernice di "considerando" pi che a met fallaci, attestata in particolare dai preamboli di tante affrancazioni in denari contanti, travisate in pure liberalit, o di tanti privilegi regi, che si tenta di far apparire dettati, uniformemente, dalla pi comune piet. E poich anche la storiografia, coi suoi giudizi di valore, rest per lungo tempo nelle mani dei chierici, cos le convenzioni del pensiero, e quelle letterarie, cospirarono a tessere dinanzi alla cinica realt dei motivi umani una specie di velo che doveva esser definitivamente lacerato, alla soglia dei tempi nuovi, solo dalla dura mano di un Commynes e di un Machiavelli.
I laici rimasero, nondimeno, per molte considerazioni, l'elemento operante della societ temporale. Senza dubbio, i pi illetterati non erano per questo degli ignoranti. Oltre al fatto che non mancavano, all'occasione, di farsi tradurre quel che non leggevano direttamente, vedremo tra poco come i racconti in lingua volgare potevano trasmetter loro ricordi e idee. Ci si raffiguri tuttavia il caso della maggior parte dei signori e di molti alti baroni: amministratori incapaci di consultare personalmente un rapporto o un conto; giudici, le cui sentenze erano formulate - quando lo erano - in una lingua ignota al tribunale. E non ci si meravigli, quindi, se quei capi, solitamente ridotti a ricostruire con la memoria le loro decisioni passate, erano spesso completamente privi di quella capacit di previsione che a torto gli storici si affannano oggi talvolta a prestar loro!
Estranei o quasi allo scritto, giungevano ad esservi indifferenti. Quando Ottone il Grande ricevette, nel 962, la corona imperiale, permise che fosse stipulato, a suo nome, un privilegio che, ispirandosi ai "patti" degli imperatori carolingi e forse alla storiografia, riconosceva ai papi, "sino alla fine dei secoli", il possesso di un immenso territorio; spogliandosi in tal modo, l'imperatore e re avrebbe abbandonato al Patrimonio di San Pietro la maggior parte d'Italia e, per di pi, il controllo di alcune delle pi importanti vie alpine. Neppure per un attimo Ottone aveva certo pensato che queste disposizioni, pur tuttavia molto precise, potessero avere un seguito effettivo. Ci si stupirebbe meno se si trattasse di uno di quei trattati mendaci che, in ogni tempo, sotto la pressione delle circostanze, vennero firmati col fermo proposito di non applicarli. Ma assolutamente nulla, tranne una tradizione storica pi o meno mal compresa, obbligava il principe a simile finzione. Da un lato la pergamena e l'inchiostro, dall'altro, senza legami con essi, l'azione: tale l'ultimo e, sotto questa forma particolarmente cruda, eccezionale risultato di una scissione molto pi generale. La sola lingua che sembrasse degna di fissare, con le conoscenze pi utili all'uomo e alla sua salvezza, i risultati di una pratica sociale, era assolutamente ignorata da un gran numero di personaggi che si trovavano a capo delle faccende umane.


4. La mentalit religiosa.

Popolo di credenti, si dice volentieri, per caratterizzare l'atteggiamento religioso dell'Europa feudale. Se si intende dire cos che qualsiasi concezione del mondo da cui fosse escluso il soprannaturale restava profondamente estranea agli spiriti di quell'epoca; che, pi precisamente, la loro visione dei destini dell'uomo e dell'universo si inscriveva quasi unanimemente nel disegno tracciato dalla teologia e dall'escatologia cristiane, nelle loro forme occidentali, nulla di pi esatto. Poco importano, qua e l, taluni dubbi sulle "favole" delle Scritture; privo di qualsiasi base razionale, questo rudimentale scetticismo, che non era di solito peculiare degli uomini colti, si dissolveva, al momento del pericolo, come nebbia al sole. Si pu dire che nessuna fede merit mai pi puramente il suo nome. Interrotto, infatti, dall'estinzione della antica filosofia cristiana, solo temporaneamente ravvivato durante la rinascita carolingia, lo sforzo dei dotti per dare ai misteri il puntello di una speculazione logica doveva riprendere solo verso la fine del secolo XI. Sarebbe grave errore, invece, attribuire a quei credenti un credo rigidamente uniforme.
Non solo, infatti, il cattolicesimo era ancora assai lontano dall'avere pienamente definito la sua dogmatica, sicch la pi rigorosa ortodossia disponeva allora di un giuoco molto pi libero che non pi tardi, dopo la teologia scolastica dapprima, e dopo la Controriforma poi. Non solo, sul confine impreciso in cui l'eresia cristiana degradava in religione opposta al cristianesimo, il vecchio manicheismo conservava, qua e l, pi di un discepolo, di cui non si sa con esattezza se avesse ereditata la fede di nuclei rimasti ostinatamente fedeli, sin dai primi secoli del Medioevo, a tale setta perseguitata o se, al contrario, l'avesse ricevuta, dopo una lunga interruzione, dall'Europa orientale. Il fatto pi grave era che il cattolicesimo era imperfettamente penetrato nelle masse. Il clero parrocchiale, reclutato senza sufficiente controllo e imperfettamente istruito - quasi sempre attraverso lezioni occasionali impartite da qualche curato, forse mediocremente colto, al ragazzetto che, servendo la messa, si preparava agli ordini sacri -, era, nel suo complesso, intellettualmente e moralmente inferiore al suo compito. La predicazione, che sola poteva schiudere efficacemente al popolo l'accesso ai misteri racchiusi nei Libri santi, non era praticata che in modo irregolare. Nel 1031, il Concilio di Limoges non fu forse costretto a prender posizione contro l'errore che pretendeva di riservarla ai vescovi, che pur non avrebbero potuto evangelizzare da soli l'intera diocesi?
La messa cattolica veniva detta pi o meno correttamente - talvolta molto scorrettamente - in tutte le parrocchie. "Lettere di quelli che non sapevano leggere", gli affreschi e i bassorilievi, sui muri o sui capitelli delle principali chiese, prodigavano commoventi, ma imprecise lezioni. Certamente, i fedeli avevano quasi tutti una conoscenza sommaria degli aspetti pi atti a colpire l'immaginazione nelle rappresentazioni cristiane sul passato, il presente e l'avvenire del mondo. Ma la loro vita religiosa si nutriva inoltre di una infinit di credenze e di pratiche, che - ora ereditate da magie millenarie, ora nate in un'epoca relativamente recente, in seno a una civilt ancora animata da una grande fecondit mitopoietica - esercitavano sulla dottrina ufficiale una costante pressione. Non avevano cessato di veder passare nei cieli tempestosi fantastici eserciti: quelli dei morti, diceva la folla, dei demoni mendaci, dicevano i dotti, assai meno propensi a negare queste visioni che a darne una interpretazione quasi ortodossa(73). Innumeri riti naturistici - la poesia ci ha reso particolarmente familiari le feste dell'albero di maggio - venivan celebrati nelle campagne. In una parola, mai la teologia si confuse meno con la religione collettiva, qual era realmente sentita e vissuta.
Nonostante infinite sfumature relative agli ambienti e alle tradizioni regionali, possiamo qui rilevare alcune caratteristiche comuni alla mentalit religiosa cos compresa. Sia pur col pericolo di lasciarci sfuggire pi di un elemento profondo o commovente, pi di una interrogazione appassionata, densa d'un sempiterno valore umano, ci si dovr limitare qui a ritenere quegli orientamenti di pensiero e di sentimento che, a quanto sembra, esercitarono un'azione particolarmente efficace sulla condotta sociale.
Agli occhi di tutte le persone capaci di riflessione, il mondo sensibile non appariva pi che come una specie di maschera, dietro la quale avvenivano tutte le cose veramente importanti, oppure come un linguaggio destinato a esprimere per mezzo di segni una realt pi profonda. E poich un tessuto di mera apparenza non offre per s che scarso interesse, questo preconcetto conduceva generalmente a trascurare l'osservazione a profitto dell'interpretazione. In un piccolo trattato, De Universo, che, scritto nel secolo IX, god di una lunga fortuna, Rabano Mauro spiega nei termini seguenti il suo disegno: "M' venuto in mente di comporre un opuscolo... il quale trattasse non solo della natura delle cose e della propriet delle parole..., ma anche del loro significato mistico"(74). Si spiega cos, in gran parte, la mediocre azione della scienza su di una natura che, in fondo, non sembrava meritasse molto che ci si occupasse di essa. La tecnica, pur nei suoi progressi, talvolta considerevoli, non era che empirismo.
Per giunta, in qual modo questa natura screditata sarebbe potuta sembrare atta a trarre da s la propria interpretazione? Non era concepita, nelle infinite particolarit del suo illusorio svolgimento, anzitutto come l'opera di volont occulte? Di volont al plurale, almeno secondo l'avviso dei semplici, e anche di molti dotti. Al di sotto, infatti, del Dio unico, e subordinati alla sua onnipotenza - senza che, del resto, ci si rappresentasse chiaramente l'esatta portata di questa dipendenza - la maggior parte degli uomini immaginava, in stato di perpetuo contrasto reciproco, le volont opposte di una folla di esseri buoni o malvagi: santi, angeli, diavoli soprattutto. "Chi non sa, - scriveva il prete Helmold, - che le guerre, gli uragani, le pesti, tutti i mali in verit che si abbattono sul genere umano accadono per opera dei demni?"(75). Le guerre, lo si sar notato, sono citate alla rinfusa con le tempeste; le disgrazie sociali, dunque, sullo stesso piano di quelle cui daremmo oggi il nome di "naturali". Di qui, una forma mentis gi messa in luce dalla storia delle invasioni: non rinuncia nel senso preciso del termine; evasione, piuttosto, verso mezzi d'azione considerati pi efficaci dello sforzo umano. Certo, mai vennero meno le istintive reazioni di un vigoroso realismo. Nondimeno, un Roberto il Pio, un Ottone III, potevano attribuire a un pellegrinaggio altrettanta importanza che a una battaglia e a una legge; e gli storici, che talora si scandalizzano, talaltra si ostinano a scoprire dietro quei pii viaggi reconditi fini politici, attestano semplicemente la loro personale incapacit di spogliarsi della mentalit di uomini del secolo xix o xx. Quei pellegrini regali non erano solo ispirati dall'egoismo della propria salvezza. Dai santi protettori che si recavano a invocare, essi si ripromettevano per i loro sudditi e per s, insieme con le promesse eterne, i beni della terra. Nel santuario, al pari che in un combattimento o in un tribunale, pensavano di fare il loro mestiere di condottieri di popoli.
Questo mondo di apparenze era altres un mondo transitorio. Inseparabile in s da qualsiasi rappresentazione cristiana dell'universo, ben di rado l'immagine della catastrofe finale ader in modo cos profondo alle coscienze. Si meditava su di essa: se ne calcolavano i sintomi precursori. La cronaca del vescovo Ottone di Frisinga, universale fra tutte le storie universali, s'inizia con la Creazione del mondo e termina col quadro del Giudizio finale: salvo, ben s'intende, un'inevitabile lacuna: il periodo dal 1146 - data in cui l'autore cess di scrivere - al giorno del grande sconvolgimento. Ottone di Frisinga lo riteneva certamente prossimo: "Noi che siamo stati posti alla fine dei tempi", dice pi volte. Cos si pensava normalmente, intorno a lui e prima di lui. Guardiamoci dal chiamarle "idee da preti": dimenticheremmo la profonda interpenetrazione dei due gruppi, chiericale e laico. Fra gli stessi che pur non si spingevano, come san Norberto, sino a predire la minaccia come molto prossima, tanto che la presente generazione non si doveva spegnere senza vederla attuarsi, nessuno ne poteva ignorare l'imminenza. In ogni principe malvagio, le anime pie credevano di scorgere gli artigli dell'Anticristo, il cui atroce impero preceder l'avvento del Regno di Dio.
Ma quest'ora tanto prossima, quando sarebbe suonata? L'Apocalisse sembrava desse una risposta: "Quando mille anni saranno consumati..." Bisognava forse intendere: dalla morte di Cristo? Alcuni lo pensavano, fissando cos, secondo il calcolo ordinario, al 1033 la grande scadenza. Oppure: dalla sua nascita? Quest'ultima interpretazione sembra che sia stata la pi diffusa. Certo , in ogni caso, che alla vigilia dell'anno Mille, un predicatore, nelle chiese di Parigi, annunciava per quella data la fine dei tempi. Se, nondimeno, non si diffuse allora tra le masse l'universale terrore che i nostri maestri del Romanticismo ebbero il torto di dipingere, la ragione ne sta, anzitutto, nel fatto che, attenti allo svolgimento delle stagioni e al ritmo annuale della liturgia, gli uomini di quell'epoca non pensavano comunemente seguendo un numero d'anni n, meno ancora, con cifre chiaramente calcolate in base a un criterio uniforme. Abbiamo veduto quante carte fossero allora prive di qualsiasi menzione cronologica. E anche nelle altre, quale variet nei criteri di riferimento, per la maggior parte senza alcun rapporto con la vita del Salvatore: anni di regno e di pontificato, segni astronomici d'ogni genere, ciclo trilustre dell'indizione, derivato dalle procedure del fisco romano. Un intero paese, la Spagna, pur facendo uso, pi generalmente che altrove, di un'era precisa, le dava, non si sa bene il perch, un inizio assolutamente estraneo al Vangelo: e cio, il 38 a. C. Se in via eccezionale ci si atteneva negli atti, e pi frequente nelle cronache, al computo dell'Incarnazione, bisognava far entrare in giuoco le varianti dell'inizio dell'anno, giacch la Chiesa colpiva infatti di ostracismo il primo gennaio, festa pagana. Secondo le province o le cancellerie, l'anno chiamato Mille cominci cos l'una o l'altra delle sei o sette date differenti, scaglionantisi, secondo il nostro calendario, dal 25 marzo 999 al 31 marzo 1000. Il peggio  che, fissati in questo o quel momento liturgico del periodo pasquale, alcuni di questi punti di partenza erano, per essenza, mobili, e quindi imprevedibili per mancanza di tavole, riservati ai soli sapienti, e molto atte anche a sconvolgere definitivamente i cervelli, poich condannavano le annate successive a durate assai ineguali. Nello stesso anno si assisteva assai spesso al ritorno, per due volte, di un medesimo giorno del mese, o di una festa dello stesso santo. In realt, per la maggioranza degli Occidentali, la espressione "anno Mille", che ci si vorrebbe far credere tutta greve d'angosce, non era in grado di suscitare l'idea di una data esattamente situata nella sequenza dei giorni.
Era, nondimeno, cos falsa l'idea dell'ombra gettata allora sulle anime dall'annuncio del Dies irae? L'intera Europa non fremette verso la fine del primo millennio, per calmarsi bruscamente appena passata questa pretesa data fatidica. Ma, peggio ancora forse, ondate di timore si scatenavano quasi senza posa, ora qui, ora l, e si placavano in un punto solo per rinascere subito dopo un po' pi lontano. Talvolta una visione dava l'avvo, oppure una grande tragedia storica, come, nel 1009, la distruzione del Santo Sepolcro, o, ancor pi semplicemente, una violenta tempesta. Un altro giorno, era un computo di liturgisti che, dalle classi pi istruite, scendeva sino alla folla. "La voce si era diffusa per quasi tutto il mondo che la Fine sarebbe giunta quando l'Annunciazione avrebbe coinciso col Venerd Santo", scriveva, poco prima dell'anno Mille, Abbon de Fleury(76). In verit, ricordando che san Paolo aveva detto: "Il Signore coglier gli uomini di sorpresa come un ladro notturno", molti teologi biasimavano tali indiscreti tentativi di penetrare il mistero in cui la divinit si compiace di avvolgere le sue folgori. Ma l'attesa  forse meno ansiosa, se s'ignori quando scoccher il colpo? Nei disordini che li circondavano, e che noi qualificheremmo volentieri come fremiti d'adolescenza, i contemporanei, unanimemente, vedevano solo la decrepitezza di una umanit "invecchiata". La vita irresistibile fermentava, nonostante tutto, negli uomini. Ma, non appena essi meditavano, nessun sentimento era loro pi estraneo di quello di un avvenire immenso aperto innanzi a forze giovani.
Se l'umanit tutta intera sembrava correre rapidamente verso la fine, a maggior ragione questa impressione di "in cammino" valeva per ciascuna vita, presa isolatamente. Giusta la parola cara a tanti scritti religiosi, il fedele non era forse, sulla terra, come un "pellegrino" a cui la mta interessa naturalmente molto pi dei pericoli del viaggio? Certo, la maggioranza degli uomini non pensava di continuo alla propria salvezza. Ma, quando ci pensavano, ci pensavano intensamente e, soprattutto, con l'aiuto di immagini assai concrete. Quelle vive rappresentazioni li prendevano, volentieri, a colpi improvvisi; infatti le loro anime radicalmente instabili eran soggette a bruschi cambiamenti. La sollecitudine delle ricompense eterne, unitamente al sapore di cenere di un mondo volgente verso il suo declino, interruppe, con la fuga nel chiostro, pi di un destino di capo, anzi arrest netta la propagazione di pi di una stirpe signorile; cos fecero i sei figli del sire di Fontaine-ls-Dijon, ritirandosi in un monastero sull'esempio del pi noto tra loro, Bernardo di Chiaravalle. In tal modo la mentalit religiosa favoriva, alla sua guisa, la mescolanza degli strati sociali.
Parecchi cristiani, tuttavia, non si sentivano abbastanza coraggiosi per piegarsi a queste dure pratiche. Si giudicavano, d'altra parte, e forse non senza ragione, incapaci di guadagnarsi il cielo coi loro meriti. Mettevano perci la loro speranza nelle anime pie, nei meriti accumulati, a profitto di tutti i fedeli, da alcuni gruppi di asceti, nell'intercessione dei santi, materializzati nelle reliquie e rappresentati dai monaci, loro servitori. In questa societ cristiana, nessuna funzione di interesse collettivo sembrava pi indispensabile di quella degli organismi spirituali. Non inganniamoci: precisamente, in quanto spirituali. La funzione assistenziale, culturale, economica dei grandi capitoli cattedrali e dei monasteri pu bens esser stata ben considerevole: agli occhi dei contemporanei, era puramente accessoria. La nozione di un mondo terrestre tutto compenetrato di soprannaturale cospirava in ci con l'ossessione dell'aldil. La felicit del re e del regno, nel presente; la salvezza degli antenati regali e del re stesso, nella eternit: tale il doppio beneficio che, istituendo a Saint-Victor di Parigi una comunit di canonici regolari, Luigi il Grosso dichiarava di attendere dalla sua fondazione. "Noi crediamo - diceva analogamente Ottone I - che alla crescente prosperit del culto divino sia legata la salvaguardia del nostro Impero"(77). Chiese possenti, ricche, creatrici di originali istituzioni giuridiche; una folla di problemi, suscitati dal delicato adattamento di questa "citt" religiosa alla "citt" temporale, ardentemente dibattuti e destinati a pesare d'un peso assai grave sulla generale evoluzione dell'Occidente: di fronte a tali fatti, inseparabili da ogni esatta immagine del mondo feudale, come non riconoscere, nella paura dell'inferno, uno dei grandi fatti sociali del tempo?




Capitolo terzo

La memoria collettiva

1. La storiografia.

Parecchi fattori concorrevano, nella societ feudale, a ispirare l'amore del passato. La religione aveva come libri sacri libri di storia; le sue feste commemoravano avvenimenti; nelle sue forme pi popolari, essa si nutriva di racconti su santi molto antichi; infine, affermando che l'umanit era prossima alla sua rovina, scartava l'illusione che trascina le et delle grandi speranze a interessarsi solo al loro presente o al loro avvenire. Il diritto canonico si fondava su vecchi testi; il diritto laico, sui precedenti. Le ore vuote del chiostro o del castello favorivano i lunghi racconti. La storia, a dir vero, non veniva insegnata ex professo nelle scuole, se non col mezzo di letture miranti, in via di principio, ad altri fini: scritti religiosi, ove si cercava un'istruzione teologica o morale; opere dell'antichit classica, destinate, anzitutto, a fornire modelli di bel dire. Nel bagaglio intellettuale comune occupava nondimeno un posto quasi preponderante.
Avide di conoscere quel che le aveva precedute, a quali fonti potevano attingere le persone istruite? Gli storici dell'antichit latina, conosciuti solo in maniera frammentaria, nulla avevano perduto del loro prestigio. Sebbene Tito Livio non fosse quello sfogliato pi spesso, il suo nome figura fra i libri distribuiti, tra il 1039 e il 1049, ai monaci di Cluny, per le loro letture di Quaresima(78). Le opere narrative dell'alto Medioevo non erano dimenticate maggiormente: di Gregorio di Tours, per esempio, si possiedono parecchi manoscritti, composti tra il secolo X e l'XI. Ma il pi considerevole influsso lo esercitavano certamente gli scrittori che, verso la svolta decisiva dei secoli IV e V, si erano proposti di compiere la sintesi delle due tradizioni storiche, sin allora estranee l'una all'altra, il cui duplice retaggio s'imponeva al mondo nuovo: quella della Bibbia e quella della Grecia e di Roma. Per mettere a profitto lo sforzo di conciliazione tentato allora da un Eusebio di Cesarea, da un san Gerolamo, da un Paolo Orosio, non v'era, d'altronde, bisogno di riportarsi direttamente a questi iniziatori. La sostanza delle loro opere era passata, e continuava a passare senza posa in innumerevoli scritti di data pi recente.
Infatti, la preoccupazione di render sensibile, dietro l'attimo presente, l'incalzare del gran fiume del tempo era cos viva, che molti autori, fra quelli stessi la cui attenzione si volgeva innanzi tutto agli avvenimenti pi prossimi, giudicavano nondimeno utile procedere, a guisa di preambolo, a una specie di rapida scorsa della storia universale. Agli Annales che il monaco Lamberto scrisse, verso il 1078, nella sua cella di Hersfeld, noi oggi chiediamo solo di informarci sulle lotte intestine dell'Impero durante il regno di Enrico IV; ma essi hanno come punto di partenza la Creazione. Fra i ricercatori che oggi consultano, sui regni franchi dopo il crollo della potenza carolingia, la cronaca di Reginone di Prm, sulle societ anglo-sssoni, le cronache di Worcester o di Peterborough; sulle minute particolarit della storia borgognona, gli Annales di Bze; quanti hanno occasione di accorgersi che vi sono delineati i destini dell'umanit movendo dall'Incarnazione? Anche quando il racconto prende le mosse da tempi meno lontani, capita spesso di vederlo esordire da un'et molto anteriore ai ricordi del memorialista. Costruiti su brani di letture, spesso mal digerite o fraintese, incapaci, per conseguenza, di farci conoscere alcunch intorno ai fatti troppo lontani che pretendevano di riferire, questi prolegomeni costituiscono, al contrario, la preziosa testimonianza di una mentalit: ci pongono sotto gli occhi l'immagine che l'Europa feudale si faceva del proprio passato: attestano chiaramente che i compilatori di cronache o d'annali non avevano un orizzonte volutamente ristretto. Disgraziatamente, appena lo scrittore, abbandonando il sicuro rifugio della letteratura, era costretto a cercare da s le notizie, il frazionamento della societ finiva per limitare le sue conoscenze; di modo che, assai di frequente, per un singolare contrasto, la narrazione, man mano che progredisce, si arricchisce di particolari e, insieme, restringe nello spazio la sua visione. Cos la grande storia dei Francesi, elaborata in un monastero dell'Angoulme da Ademaro di Chabannes, finisce, a poco a poco, con l'essere soltanto una storia dell'Aquitania.
La stessa variet dei generi trattati dagli storiografi conferma, d'altronde, l'universale piacere allora provato nel raccontare o nel sentir raccontare. Storie universali, o ritenure tali, storie di popoli, storie di chiese, si ritrovano accanto a semplici raccolte di notizie, compilate d'anno in anno. Appena dei grandi avvenimenti colpivano gli animi, essi non tardavano a diventare i temi di interi cicli narrativi: cos, la lotta tra imperatori e papi; cos, soprattutto, le crociate. Sebbene gli scrittori non possedessero, pi degli scultori, l'abilit di rendere quegli aspetti originali che fanno dell'essere umano un individuo, la biografia era di moda. E non solo sotto la forma di vite dei santi. Guglielmo il Conquistatore, Enrico IV di Germania, Corrado II, che certamente non avevano nessun titolo per figurare sugli altari, trovarono chierici che ne narrarono le gesta. Un altro barone del secolo XI, il conte d'Angi, Folco IV il Rissoso, and pi oltre: scrisse lui stesso, o fece scrivere sotto il suo nome, la propria storia e quella del proprio casato. Tale era il valore che i grandi di questo mondo attribuivano al ricordo! Certamente, alcune contrade appaiono, in un certo senso, relativamente diseredate. Gli  che, in una forma o nell'altra, vi si scriveva poco. L'Aquitania e la Provenza, assai pi povere di cronache o annali dei paesi fra la Senna e il Reno, hanno egualmente prodotto poche opere teologiche. Nelle preoccupazioni della societ feudale, la storia occupava un posto abbastanza considerevole da fornire, in generale, nella sua variabile prosperit, un buon barometro culturale.
Pure, non lasciamoci ingannare: quest'et, che si volgeva cos volentieri verso il passato, ne possedeva rappresentazioni pi abbondanti che veritiere. La difficolt d'informarsi, anche intorno agli avvenimenti pi recenti, e la generale imprecisione delle menti, condannavano la maggior parte delle opere storiche a trascinare con s strane scorie. Tutta una tradizione narrativa italiana, che s'inizia verso la met del secolo IX, dimenticando di registrare l'incoronazione dell'anno 800, faceva di Ludovico il Pio il primo imperatore carolingio(79). Inseparabile quasi da ogni riflessione, la critica delle testimonianze non era certo assolutamente sconosciuta, in se stessa. Lo attesta il singolare trattato di Gilberto di Nogent sulle reliquie. Nessuno tuttavia pensava di applicarla sistematicamente agli antichi documenti: per lo meno, prima di Abelardo: e, anche in questo grand'uomo, in un campo molto ristretto(80). Un proposito oratorio ed eroico, disgraziata eredit della storiografia classica, pesava sugli scrittori. Se alcune cronache di monasteri sono imbottite di documenti d'archivio,  solo perch si proponevano modestamente per scopo quasi unico di giustificare i diritti della comunit sul proprio patrimonio. Quando un Gilles d'Orval si dedica, invece, in un'opera di tono pi elevato, a raccontare le nobili azioni dei vescovi di Liegi, lo vediamo astenersi dall'analizzare una delle prime carte di libert cittadine, quella di Huy, incontrata nel corso del suo lavoro, per tema d'"annoiare" il lettore. Uno dei pregi della scuola irlandese, tanto superiore per intelligenza storica alle cronache del mondo latino, fu di non avere tali pretese. Dal canto suo, l'interpretazione simbolica, imposta da un'altra corrente mentale, oscurava l'intelligenza delle realt. Libri di storia, i Libri santi? Senza dubbio. Ma, in tutta una parte almeno di questa storia, quella dell'Antico Patto, l'esegesi imponeva di riconoscere non tanto il quadro di avvenimenti recanti in se stessi il loro significato, quanto la prefigurazione di quel che doveva seguirli: "l'ombra del futuro", secondo l'espressione di sant'Agostino(81). Infine, e soprattutto, l'immagine peccava di una imperfetta percezione delle differenze tra i piani successivi della prospettiva.
Non che - come si lasci sfuggire Gaston Paris - si credesse ostinatamente all'"immutabilit" delle cose. Una simile tendenza sarebbe stata incompatibile con la nozione di un'umanit procedente, a rapidi passi, verso una mta fissata in precedenza. "Del mutare dei tempi": ecco come Ottone di Frisinga, d'accordo con l'opinione comune, intitol la sua cronaca. Pure, i poemi in lingua volgare dipingevano in modo uniforme, senza urtare nessuno, i paladini carolingi, gli Unni di Attila e gli antichi eroi sotto le sembianze di cavalieri dei secoli XI e XII. Quell'eterno cangiamento, non negato, in pratica si era assolutamente incapaci di coglierlo nella sua ampiezza. Senza dubbio, per ignoranza; ma soprattutto perch la solidariet tra il passato e il presente, sentita con troppa intensit, dissimulava i contrasti e soffocava persino il bisogno di scorgerli. Come si sarebbe potuto resistere alla tentazione d'immaginare gli imperatori dell'antica Roma come in tutto simili ai sovrani del giorno, quando si credeva che l'Impero romano durasse ancora e si consideravano i sovrani sssoni o salici come successori, in linea diretta, di Cesare o di Augusto? Qualsiasi movimento religioso veniva concepito anch'esso come una riforma, nell'accezione propria del termine: un ritorno verso la purezza originaria. Cos, l'atteggiamento tradizionalistico, che senza posa trae il presente verso il passato e in questo modo finisce naturalmente col confondere i colori dell'uno e dell'altro, non  forse agli antipodi dello spirito storico, dominato dal senso della diversit?
L'illusione, spesso incosciente, diveniva talvolta volontaria. Certo, i grandi falsi che esercitarono la loro azione sulla politica civile-religiosa dell'era feudale le sono leggermente anteriori: la pseudo-donazione di Costantino data dalla fine del secolo VIII; le produzioni del singolare laboratorio a cui si devono, come opere principali, le false decretali che vanno sotto il nome d'Isidoro di Siviglia e i falsi capitolari del diacono Benot, furono un frutto della rinascita carolingia nel suo pieno sviluppo. Ma l'esempio cos dato doveva traversare i tempi. La raccolta canonica compilata, tra il 1008 e il 1012, dal santo vescovo Burcardo di Worms, formicola di attribuzioni fallaci e di rimaneggiamenti quasi cinici. Documenti falsi vennero fabbricati alla corte imperiale. Altri, in quantit innumerevole, negli scriptoria delle chiese, cos malfamate a questo riguardo che, note o divinate, le alterazioni alla verit che vi erano endemiche contribuirono non poco a screditare la testimonianza scritta: "Qual si sia penna pu servire a raccontare qualunque cosa", diceva, nel corso di un processo, un signore tedesco(82). Certo, se l'arte, in se stessa eterna, dei falsari e dei mitomani conobbe per qualche secolo una eccezionale prosperit, la responsabilit ne incombe in larga parte, in pari tempo, alle condizioni della vita giuridica, che si fondava sui precedenti, e sul disordine ambientale: tra i documenti inventati, pi d'uno lo fu per ovviare alla distruzione di un testo autentico. Ciononostante, nel fatto che siano state allora effettuate tante produzioni menzognere, che tanti pii personaggi, d'incontestabile elevatezza di carattere, abbian avuto parte in tali macchinazioni, pure espressamente condannate anche in quell'epoca dal diritto e dalla morale, c' un sintomo psicologico degno di riflessione: per un singolare paradosso, a forza di rispettare il passato, si giungeva a ricostruirlo quale sarebbe dovuto essere.
D'altro lato, gli scritti storici, per quanto numerosi, erano accessibili solamente a una cerchia molto ristretta. Infatti, fuor che presso gli Anglo-sssoni, venivano scritti in latino. Quindi, il passato, autentico o deformato, agiva su un condottiero d'uomini con maggiore o minore pienezza a seconda ch'egli apparteneva o no alla piccola cerchia dei litterati. Lo attestano, in Germania, dopo il realismo di Ottone I, la politica di reminiscenze di un Ottone III; dopo l'illetterato Corrado II, incline ad abbandonare la Citt Eterna alle lotte delle sue fazioni aristocratiche e dei suoi pontefici fantocci, il colto Enrico III, "patrizio dei Romani" e riformatore del papato. Tuttavia, anche i capi meno colti partecipavano in qualche misura a questo tesoro di ricordi. I loro chierici di corte li aiutavano certamente. Indubbiamente assai meno sensibile ai prestigi dell'atmosfera romana di quanto doveva poi esserlo il nipote, Ottone I aspir tuttavia a cingere, primo della sua Casa, la corona dei Cesari. Chi mai potr dirci da quali maestri, e da quali opere che essi gli traducevano o riassumevano, quel re, quasi analfabeta, apprese, prima di restaurarla, la tradizione imperiale?
Specialmente i racconti epici, in lingua volgare, erano i libri di storia per coloro che non sapevano leggere, ma amavano ascoltare. I problemi dell'epopea sono tra i pi controversi degli studi medievali. Poche pagine non bastano a scrutarne la complessit. Pure,  doveroso prospettarli qui, sotto l'aspetto che interessa anzitutto la storia della struttura sociale, e che, pi generalmente, non  forse il meno atto ad aprire prospettive feconde: quello della memoria collettiva.


2. L'epopea.

La storia dell'epopea francese, come noi la cogliamo, s'inizia verso la met del secolo XI, forse un po' prima.  certo, infatti, che sin da quell'epoca circolavano nella Francia settentrionale "canzoni" eroiche in volgare. Su queste composizioni di data relativamente remota, non disponiamo disgraziatamente che di informazioni indirette: allusioni in cronache, frammenti di un adattamento in lingua latina (il misterioso Frammento dell'Aia). Nessun manoscritto epico  anteriore alla seconda met dei secolo XII. Ma dall'et di una copia non si pu arguire quella del testo citato. Chiari indizi ci confermano che, verso l'anno 1100 al pi tardi, esistevano almeno tre poemi, in una forma molto vicina a quella in cui li leggiamo oggi: la Chanson de Roland; la Chanson de Guillaume - che, a sua volta, menziona incidentalmente parecchi altri "canti", di cui pi non possediamo le antiche versioni -; infine, il racconto che si  convenuto di intitolare Gormont et Isembart, noto a un tempo per un inizio di manoscritto e per alcune analisi, la prima delle quali del 1088.
L'argomento del Roland deriva dal folclore pi che dalla storia: odio del figliastro e del patrigno, invidia, tradimento. Quest'ultimo motivo riappare nel Gormont. Il contenuto della Chanson de Guillaume  pura leggenda. Da una parte e dall'altra, molti degli attori pi importanti del dramma sembrano di pura invenzione: tali Olivier, Isembart, Vivien. Pure, sotto il ricamo del racconto, sussiste, ovunque, una trama storica.  vero che, il 15 agosto 778, la retroguardia di Carlo Magno venne sorpresa, al passaggio dei Pirenei, da una banda nemica - di Baschi, dice la storia; di Saraceni, dir la leggenda - e che, in quella dura mischia, un conte, di nome Roland, per insieme con molti altri capi. Le pianure del Vimeu, ove si svolge l'azione del Gormont, avevano visto, nell'881, un autentico re Luigi, il carolingio Luigi III, trionfare gloriosamente di veri e propri pagani: dei Normanni, una volta di pi mutati dalla finzione in guerrieri dell'Islm. Il conte Guglielmo, al pari di sua moglie Guibourc, era vissuto al tempo di Carlo Magno: prode uccisore di musulmani, come nella Chanson, talvolta, come in questa, vinto dagli infedeli, ma sempre in forma eroica. Nello stesso secondo piano delle tre opere, persin nel brulichio degli sfondi del quadro, non  difficile riconoscere, accanto ad ombre immaginarie, pi di un personaggio che, sebbene non sempre situato dai poeti nella sua vera epoca,  realmente esistito: tali l'arcivescovo Turpino, il re pagano Gormont, che fu un celebre Vikingo, e persino quell'oscuro conte di Bourges, Esturmi, la cui figura  dipinta, nella Chanson de Guillaume, con cos foschi colori, solo per un'incosciente eco degli spregi ai quali l'aveva, a suo tempo, esposto una nascita servile.
Il medesimo contrasto si nota nei poemi, assai numerosi, scritti su temi analoghi, nel corso dei secoli XII e XIII. Vi abbondano le favole, sempre pi invadenti man mano che il genere, arricchendosi, riusciva a rinnovare i suoi soggetti solo a forza di finzioni. Quasi sempre, tuttavia - almeno nelle opere il cui disegno generale, se non la redazione oggi conosciuta, risale visibilmente ad una epoca molto antica - s'indovina, talora al centro stesso dell'azione, un motivo indubbiamente storico, talaltra, fra i particolari, un ricordo di un'inattesa precisione: una figura episodica, un castello, la cui esistenza si sarebbe potuta credere, dopo tanto tempo, dimenticata. In tal modo al ricercatore si impongono due problemi indissolubili. Attraverso quali ponti gettati su un abisso pi volte secolare si  trasmessa ai poeti la conoscenza di un cos lontano passato? Quale tradizione ha tessuto i suoi fili misteriosi fra la tragedia del 15 agosto 778, per esempio, e la Chanson degli ultimi anni del secolo XI? Da chi dunque, il "trovero" di Raoul de Cambrai aveva saputo, nel secolo XII, l'aggressione compiuta, nel 943, contro il figlio di Erberto di Vermandois da Raoul, figlio di Raoul di Gouy, la morte dell'invasore e, con questi avvenimenti, posti al centro del dramma, i nomi di parecchi contemporanei degli eroi: Ybert, re di Ribmont, Bernardo di Rethel, Ernaut di Douai? Tale il primo enigma. Ma ecco il secondo, altrettanto grave: per quale ragione questi dati esatti vengono cos stranamente torturati? O, meglio - non potendosi evidentemente considerare gli ultimi redattori come i soli responsabili dell'intera deformazione - come mai il buon grano  giunto loro mescolato a tanti errori o invenzioni? Frutto dell'autenticit, frutto dell'immaginazione: qualsiasi tentativo di interpretazione che non rendesse conto, con eguale pienezza, dell'uno o dell'altro elemento, sarebbe perci stesso condannato.
Le "gesta" epiche non erano, in linea di massima, destinate alla lettura. Eran fatte per essere declamate o, per meglio dire, salmodiate. Venivano divulgate cos, di castello in castello o da pubblica piazza in pubblica piazza, da cantastorie di professione, chiamati "giullari". I pi umili, infatti, vivendo delle monetine che ogni uditore cavava fuori "dalla falda della propria camicia"(83), univano al mestiere di cantastorie ambulanti quello di giocolieri. Altri, tanto fortunati da aver ottenuto la protezione di qualche nobile signore, che li accoglieva alla sua corte, si assicuravano con questo mezzo un tozzo di pane meno precario. Tra loro eran reclutati anche gli autori dei poemi. In altri termini, i giullari, ora presentavano oralmente le composizioni altrui, ora avevano "trovato" essi stessi i canti che divulgavano. Del resto, tra i due estremi, esistevano una infinit di sfumature. Raramente un "trovero" inventava per intero la sua materia; raramente un interprete si asteneva da qualsiasi rimaneggiamento. Un pubblico diversissimo, in maggioranza illetterato, incapace, quasi sempre, di valutare l'autenticit dei fatti, e d'altronde molto meno sensibile alla verit che allo svago o all'esaltazione di sentimenti familiari; come creatori, uomini avvezzi a riplasmare senza posa la sostanza dei loro racconti, votati d'altro canto a un genere di vita poco favorevole allo studio, in condizione tuttavia di frequentare di quando in quando i grandi e preoccupati di soddisfarli: tale il retroscena umano di questa letteratura. Ricercare come tanti esatti ricordi vi si siano infiltrati, significa chiedersi per quali vie i giullari abbiano potuto essere informati degli avvenimenti o dei nomi.
 quasi superfluo rammentarlo: tutto quel che le "canzoni" da noi conosciute contengono di vero si ritrova, in forma diversa, nelle cronache o nei documenti: se cos non fosse, non ci sarebbe oggi possibile farne il vaglio. Non sapremmo, tuttavia, senza una stridente inverosimiglianza, rappresentarci i giullari nell'aspetto di altrettanti topi di biblioteca.  legittimo chiedersi, invece, se abbiano potuto accedere indirettamente al materiale di quegli scritti, che non erano in condizione di consultare essi stessi. Come intermediari, si penser naturalmente agli ordinari guardiani di quei documenti: i chierici, e in special modo i monaci. L'idea in s non ha nulla che contrasti con le condizioni della societ feudale. Ben a torto, infatti, gli storici d'ispirazione romantica, preoccupati di opporre in tutte le cose lo "spontaneo" al "dotto", immaginarono non so qual invalicabile barriera tra i cultori della cosiddetta poesia popolare e quegli adepti professionali della letteratura latina che erano i chierici. In mancanza d'altre testimonianze, l'analisi della Chanson de Gormont, nella cronica del monaco Hariulf; il Frammento dell'Aia, che  probabilmente un esercizio scolastico; il poema latino composto sul tradimento di Gano da un chierico francese del secolo XII, bastano ad assicurarci che, all'ombra dei chiostri, l'epopea in lingua volgare non era n ignorata n disprezzata. Similmente, in Germania, il Waltharius, i cui esametri virgiliani rivestono in modo tanto singolare una leggenda tedesca, nacque forse da una composizione scolastica; e ci vien riferito che pi tardi, nell'Inghilterra del secolo XII, il patetico racconto delle avventure di re Art strappava le lagrime ai giovani monaci altrettanto che ai laici(84). Bisogna aggiungere che, nonostante gli anatemi di alcuni rigoristi contro gli "istrioni", in generale i monaci, naturalmente inclini a diffondere la gloria dei loro conventi e delle reliquie che ne costituivano i pi preziosi gioielli, non erano uomini tali da disconoscere nei giullari, avvezzi a passare, sulla pubblica piazza, dai canti pi profani ai pii racconti dell'agiografia, una forza di propaganda quasi senza pari.
Di fatto - come ha dimostrato, in termini indimenticabili, Joseph Bdier - il suggello monacale  chiaramente impresso in pi di una leggenda epica. Solo l'insistenza dei monaci di Pothires e, pi ancora, di Vzelay, pu spiegare il trasferimento in Borgogna dell'azione del Girart de Roussillon, i cui elementi storici si localizzano tutti sulla riva del Rodano. Senza l'abbazia di Saint-Denis-de-France, la sua fiera e i suoi corpi santi, non si potrebbe concepire n il poema del Plerinage de Charlemagne, umoristico ricamo sulla storia delle reliquie, senza dubbio destinato meno ai pellegrini della chiesa che ai clienti della fiera; n il Floovant, che tratta, in maniera pi seria e tediosa, un soggetto simile; n, quasi certamente, una quantit di altre "canzoni", in cui compaiono, in uno sfondo su cui si profila il monastero, quei principi carolingi la cui memoria vi era pienamente conservata. Sulla parte avuta da questa grande comunit, alleata e consigliera dei re capetingi, nell'elaborazione del tema di Carlo Magno, non  certo ancora stata detta l'ultima parola.
In molte altre opere, tuttavia, soprattutto tra le pi antiche, sarebbe difficile scoprire le tracce di un influsso monastico, almeno concertato e continuo: tali la Chanson de Guillaume, il Raoul de Cambrai, l'intero ciclo dei Lorrains. Nello stesso Roland, che si  voluto riallacciare al pellegrinaggio di Compostella, se questa ipotesi fosse vera, come non stupirci di non vedere citato, fra tanti santi, il nome di san Giacomo, n, fra tante citt spagnuole, il grande santuario della Galizia? Come spiegare, in un'opera che si pretende ispirata da monaci, il violento disprezzo dimostrato dal poeta per la vita del chiostro(85)? Se, d'altronde,  incontestabile che tutti i dati autentici utilizzati dalle gesta potrebbero, in origine, essere stati attinti dalla consultazione degli archivi e delle biblioteche, i documenti in cui figurano li presentano, di solito, in forma dispersa, tra molte altre notizie che non furono conservate: sicch, per ricavarli da questi testi e ricavare essi soli, sarebbe occorso tutto un lavoro di confronto e di cernita, un lavoro di erudizione, in una parola, non certo familiare alle consuetudini intellettuali del tempo. Infine e soprattutto, postulare all'origine di ogni canzone questo binomio pedagogico - un chierico istruito per maestro, un docile giullare per allievo - significa rinunciare a spiegare, accanto alla verit, l'errore. Per quanto mediocre fosse, infatti, la letteratura annalistica, per quanto ingombre di leggende e di falsi si pensino giustamente le tradizioni delle comunit religiose, per quanto pronti a infiorare o a dimenticare si suppongano i giullari, il peggiore dei racconti imbastiti a forza di cronache o di documenti non avrebbe quasi potuto presentare un quarto delle fandonie di cui  colpevole la meno menzognera delle "canzoni". Possediamo in proposito una controprova: verso la met circa del secolo XII, due chierici misero successivamente in versi francesi, in uno stile press'a poco ricalcato sull'epopea, una materia storica ricavata, per la maggior parte almeno, dai manoscritti. Ora, n nel Roman de Rou di Wace, n nell'Histoire des ducs de Normandie di Benot de Sainte-Maure, mancano certo le confusioni; ma, in confronto al Roland, essi sono capolavori di esattezza.
Se dobbiamo dunque considerare improbabile che i "troveri" della fine del secolo XI e dei primi anni del XII, almeno nella maggior parte dei casi, nell'esatto momento in cui componevano, abbiano anche indirettamente intessuto gli elementi delle loro gesta di cronache o di documenti d'archivio(86),  giocoforza ammettere alla base dei loro racconti una tradizione anteriore. Questa ipotesi, per molto tempo classica, non  stata, a dire il vero, compromessa che dalle forme di cui  stata troppo spesso rivestita. All'origine, dei canti brevissimi, contemporanei agli avvenimenti; le nostre "canzoni", quali le conosciamo noi, costruite tardivamente e pi o meno goffamente, con l'aiuto di quelle primitive "cantilene", cucite pezzo a pezzo. Al punto di partenza, insomma, la spontaneit dell'anima popolare; al termine, un lavoro di letterato: quest'immagine, la cui semplicit di linee pot sedurre, quasi non regge all'esame. Certo, non tutte le "canzoni" hanno la medesima origine; in alcune non mancano tracce di aggiunte grossolane. Nessuno, tuttavia, leggendo senza preconcetti la Chanson de Roland, ricuserebbe di vedervi una opera di getto, l'opera di un uomo e di un grande uomo, la cui poetica, nella misura in cui non gli era personale, traduceva non il pallido riflesso di inni perduti, ma le concezioni del suo tempo. In questo senso,  giusto dire che le canzoni di gesta "nacquero" verso la fine del secolo XI. Ma, persin quando era un uomo di genio - e non era il caso pi frequente: troppo si dimentica quanto eccezionale sia la bellezza del Roland -, un poeta, nella maggior parte dei casi, che mai faceva fuorch utilizzare, secondo la sua arte, i temi il cui retaggio collettivo gli era stato trasmesso di generazione in generazione?
Analogamente, quando si conosce l'interesse che gli uomini dell'era feudale annettevano al passato e il piacere che provavano a sentirlo raccontare, non ci si pu stupire se una tradizione narrativa abbia disceso il filo delle et. Come focolai prediletti, aveva tutti i luoghi ove gli erranti si incontravano: quei pellegrinaggi e quelle fiere, quelle strade di vagabondi e di mercanti, il cui ricordo diede vita a tanti poemi. Sappiamo, per il fortuito caso di un testo, che i traffici germanici a lungo raggio influirono sulla diffusione nel mondo scandinavo di alcune leggende del mondo germanico(87). Esiteremmo dunque a credere che i commercianti francesi non abbiano anch'essi trasportato molti temi eroici, o dei semplici nomi, da un capo all'altro degli itinerari familiari, con le loro balle di tessuti o i loro sacchi di spezie? Furono certamente i loro racconti, insieme a quelli dei pellegrini, a far conoscere ai giullari la nomenclatura geografica dell'Oriente e ai poeti del Nord la bellezza dell'uliveto mediterraneo, che, con un gusto ingenuo dell'esotismo e un ammirevole disprezzo del colore locale, le "canzoni" situano bravamente sulle colline della Borgogna o della Piccardia. I monasteri, pur non avendo d'ordinario ispirato le leggende, offrirono nondimeno un terreno eminentemente favorevole al loro sviluppo: perch vi si vedevano passare molti viandanti; perch il ricordo vi restava legato a pi di un vecchio monumento; perch, infine, ai monaci piacque sempre raccontare, sin troppo, a detta dei puritani, come Pier Damiani(88). I pi vecchi aneddoti su Carlo Magno furon scritti, sin dal secolo IX, a San Gallo: il Chronicon della Novalesa, sulla strada del Moncenisio, composto agli inizi del secolo XI, formicola di elementi leggendari.
Non dobbiamo credere, peraltro, che tutto sia uscito dai santuari. Le casate nobili avevano anch'esse le loro tradizioni, da cui deve esser uscito pi di un ricordo, esatto o deformato; e ci si compiaceva a parlare degli antenati nelle sale d'armi come sotto le arcate dei chiostri. Sappiamo che il duca Goffredo di Lorena non disdegnava di gratificare i suoi ospiti di aneddoti su Carlo Magno(89). Vorremmo credere che solo lui avesse questo gusto? Nell'epopea non  molto difficile scoprire, d'altro lato, due immagini del grande sovrano, che sono in violento contrasto: al nobile sovrano del Roland, circondato da una venerazione quasi religiosa, si oppone il vecchio "cupido" e "istupidito" di molte altre "canzoni". La prima era conforme alla "vulgata" della storiografia ecclesiastica e alle necessit della propaganda capetingia; nella seconda  impossibile non riconoscere l'impronta anti-monarchica del baronato.
Degli aneddoti possono trasmettersi molto bene cos, di generazione in generazione, senza per questo assumere la forma di poemi. Ma questi poemi sono infine esistiti. Da quando? Il problema  quasi insolubile. Abbiamo infatti da fare col francese, con una lingua cio che, passando per una semplice corruzione del latino, impieg parecchi secoli a elevarsi a dignit letteraria. Nelle "canzoni rustiche", vale a dire in lingua volgare, che, sin dalla fine del secolo IX, un vescovo d'Orlans credeva di dover interdire ai suoi preti, si nascondeva gi qualche elemento eroico? Non ne sapremo mai nulla, dato che tutto ci avveniva in una zona molto al di sotto dell'attenzione degli uomini di lettere. Tuttavia, senza voler trarre dall'argomento a silentio una conclusione eccessiva,  giocoforza constatare che i primi accenni relativi ai canti epici sorgono solo nel secolo XI: la brusca apparizione di queste testimonianze, dopo una lunga notte, sembra giustamente suggerire che le "gesta" versificate non si svilupparono molto prima, almeno con una certa abbondanza.  degno di nota d'altra parte che, nella maggioranza degli antichi poemi, Laon figuri come la residenza ordinaria dei re carolingi; la stessa Chanson de Roland, che ripristin Aquisgrana al suo vero posto, porta nondimeno, quasi inavvertitamente, alcune tracce della tradizione laonnese. Ora, quest'ultima non pu essere nata che nel secolo X quando il "Mont-Loon" occupava veramente la funzione cos assegnatagli. Pi tardi, come pi presto, sarebbe inspiegabile(90). In questo secolo, secondo ogni verisimiglianza, vennero dunque fissati i principali temi dell'epopea, se non gi in forma prosodica, almeno prossimi a riceverla.
Una delle caratteristiche essenziali delle "canzoni" fu, d'altronde, di voler narrare solo antichi avvenimenti. Solo o quasi le Crociate parvero immediatamente degne dell'epopea.  che tutto avevano per scuotere le immaginazioni; inoltre trasportavano nel presente una forma di eroismo cristiano familiare fin dal secolo XI ai poemi. Queste opere d'attualit fornivano ai giullari l'occasione di esercitare una dolce pressione sui loro mecenati: per aver ricusato a uno di loro due brache di scarlatto, Arnoul d'Andres vide radiato il proprio nome dalla Chanson d'Antioche(91). Per grande che fosse, tuttavia, il piacere che dovevano provare i baroni nell'intendere le loro imprese correre cos sulla bocca degli uomini, e per grande che fosse il profitto che i poeti potessero attendere da tali composizioni, le guerre del presente, quando non avevano per teatro la Terrasanta, non trovarono generalmente nessuno che le celebrasse a questo modo. Significa ci - come scrisse Gaston Paris - che la "fermentazione epica" s'arrest nel momento in cui la nazione francese fu definitivamente costituita? Questa tesi, per se stessa mediocremente verosimile, supporrebbe che i racconti relativi ai secoli IX e X abbiano rivestito immediatamente una veste poetica: e questo non  affatto certo. La verit, senza dubbio,  che, pieni di rispetto pei tempi trascorsi, gli uomini non sapevano cercare allora l'esaltazione che nei ricordi gi densi del prestigio proprio alle cose molto antiche. Un giullare, nel 1066, accompagn i guerrieri normanni a Hastings. Che cosa cantava? "De Karlemagne et de Rollant". Un altro, verso il 1100, precedette una banda di guastatori borgognoni in una guerricciola locale. Che cosa cantava? "Le nobili imprese degli avi"(92). Quando i grandi colpi di spada dei secoli XI e XII si furono ritirati a loro volta nella lontananza degli anni, il gusto del passato sussistette sempre, ma venne soddisfatto altrimenti. La storia, talvolta ancora in versi, ma appoggiata ormai alla tradizione scritta e, quindi, molto meno contaminata dalla leggenda, aveva sostituito l'epopea.
L'amore pei racconti storici e leggendari non fu, nell'era feudale, esclusivo della Francia. Comune a tutta l'Europa, veniva appagato in diversi modi.
Per lontano che si risalga nella storia dei popoli germanici, li vediamo celebrare in versi le gesta degli eroi. D'altronde, sembra che, sia presso i Germani del continente e della Britannia, sia presso gli Scandinavi, esistessero, l'uno a fianco dell'altro, due generi di poesie guerriere: le une consacrate a personaggi molto antichi, talvolta mitici, le altre che raccontavano la gloria dei capi viventi o morti da poco. Poi, nel secolo X, s'inizi un periodo in cui, salvo poche eccezioni, non si scriveva quasi che in latino. In quei secoli oscuri, la sopravvivenza delle vecchie leggende, in terra germanica,  quasi unicamente attestata da una trasposizione latina, il Waltharius, e dall'emigrazione di alcuni temi verso i paesi del Nord, ove sempre fresca sgorgava la fonte della letteratura popolare. Esse per non avevano cessato di vivere n di sedurre. Il vescovo Gunther, che, dal 1057 al 1065, occup il seggio di Bamberga, alla lettura di sant'Agostino e di san Gregorio preferiva, a detta d'uno dei suoi canonici, i racconti su Attila e sugli Amali, vale a dire sull'antica dinastia ostrogotica, estintasi nel secolo VI. Fors'anche - il testo  oscuro - "egli poetava" di sua testa su tali temi profani(93). Intorno a lui, dunque, si continuavano a raccontare le avventure di re da gran tempo scomparsi. Senza dubbio, si continuava a cantarle, nella lingua di tutti; ma nulla ci resta di quel che si cantava. La vita dell'arcivescovo Anno, messa in versi tedeschi, poco dopo il 1077, da un chierico della diocesi di Colonia, appartiene pi all'agiografia che a una letteratura narrativa destinata a vasti uditori.
Il velo non s'alza dinanzi ai nostri occhi che un secolo circa dopo l'apparizione delle "gesta" francesi e dopo che, precisamente, imitazioni di queste "gesta" o di opere pi recenti, ma della medesima provenienza, avevano, gi da una generazione, assuefatto il pubblico germanico ad apprezzare i grandi affreschi poetici in volgare. I primi poemi eroici d'ispirazione indigena non furono composti in una forma che si avvicini a quella a noi giunta prima della fine del secolo XII. Abbandonando ormai ai cronisti o alla versificazione latina le nobili gesta dei contemporanei, traevano come in Francia i loro motivi da avventure gi celebrate da una lunga tradizione. Il singolare  che questo passato di predilezione era qui molto pi lontano. Un solo Lied - quello del duca Ernesto - riferisce, deformandolo in maniera singolare, un avvenimento dell'inizio del secolo XI. Gli altri frammischiano a mere leggende e a un meraviglioso talvolta ancora tutto pagano vecchi ricordi del tempo delle invasioni, di solito scadute dalla loro dignit di catastrofi mondiali al mediocre rilievo di banali vendette personali. I ventuno eroi principali, suscettibili di identificazione, vanno da un re goto, morto nel 375, a un re longobardo, morto nel 575. Compare qua e l, per caso, qualche personaggio di data pi recente? Nel Niebelungenlied si vede, per esempio, un vescovo del secolo X insinuarsi nell'assemblea, gi singolarmente disparata, che, accanto a ombre prive di qualsiasi consistenza storica, come Siegfried e Brnhilde,  costituita da Attila, da Teodorico il Grande e dai re burgundi del Reno. Quell'intruso figura solo e sempre a titolo episodico, probabilmente per l'effetto di una influenza locale o clericale. Non sarebbe certamente accaduto cos, se i poeti avessero accolto i loro soggetti da chierici occupati a compulsare i documenti scritti: i monasteri germanici non avevano per fondatori capi barbari e, se i cronisti parlavano di Attila o del "tiranno" Teodorico, era con tinte singolarmente pi fosche di quelle con cui li abbellisce l'epopea. Nulla stupisce pi di questo contrasto: se la Francia, la cui civilt era stata profondamente rimaneggiata nel crogiolo dell'alto Medioevo, la cui lingua, come entit linguistica veramente differenziata, era relativamente giovane, si volgeva alla sua pi lontana tradizione, scopriva i Carolingi (la dinastia merovingia non appare, per quanto sappiamo, che in una sola "canzone" molto tardiva, il Floovant, che, come abbiamo visto, fa probabilmente parte di un gruppo di opere direttamente ispirate da monaci dotti, quelli di Saint-Denis); la Germania disponeva invece, per nutrire le sue favole, di una sostanza infinitamente pi antica, poich la corrnte dei racconti e forse dei canti, a lungo nascosta, non s'era mai interrotta;
La Castiglia ci offre un'esperienza egualmente istruttiva. Non vi era meno viva che altrove la sete dei ricordi. Ma, in questa terra di riconquista, i pi vecchi ricordi nazionali erano affatto nuovi: con la conseguenza che i giullari, quando non riproducevano modelli stranieri, attinsero l'ispirazione da avvenimenti ancora freschi. La morte del Cid  del 10 luglio 1099; unico sopravvissuto di tutta una famiglia di cantares consacrati agli eroi di guerre recenti, il Cantar de mio Cid  del 1150 circa.
Pi singolare il caso dell'Italia. Non ebbe, sembra non abbia mai avuto, un'epopea autoctona. Perch? Sarebbe temerario risolvere in due parole un problema tanto inquietante. Una soluzione merita tuttavia d'essere suggerita. Nell'et feudale, l'Italia fu uno dei rari paesi in cui un numero rilevante di persone, nella classe nobile e anche, senza dubbio, fra i mercanti, sapesse leggere. Se il gusto del passato non fece nascere dei canti, ci non si potrebbe addurre al fatto che si trovava una sufficiente soddisfazione nella lettura delle croniche latine?
L'epopea, dove pot svilupparsi, esercit sull'immaginazione una azione tanto pi forte, in quanto invece di rivolgersi, come il libro, esclusivamente agli occhi, si valeva di tutto il calore della parola umana e di quella specie di martello intellettuale che nasce dalla ripetizione, con la voce, degli stessi temi o delle medesime strofe. Chiedete agli attuali governi se la radio non sia un mezzo di propaganda ben pi efficace del giornale. Fu senza dubbio verso la fine del secolo XII, in special modo nelle sfere di pi elevata cultura, che le classi nobili incominciarono effettivamente a vivere le loro leggende: un cavaliere, per esempio, non trovava per schernire un codardo un pi piccante e pi chiaro motteggio di un'allusione attinta da un romanzo cortese; pi tardi, tutto un gruppo della nobilt cipriota si divertiva a impersonare gli attori del ciclo di Renard, come, a quanto sembra, in tempi a noi prossimi alcuni circoli mondani gli eroi di Balzac(94). Le "gesta" francesi erano tuttavia appena nate quando, ancora prima del 1100, alcuni signori feudali si compiacquero di dare ai loro figli i nomi di Oliviero e di Rolando, mentre quello di Gano, colpito da un marchio di infamia, spariva per sempre dall'onomastica(95). A questi racconti accadeva di riferirsi come ad autentici documenti. Figlio di un'epoca nondimeno gi meglio dotata di libri, il celebre siniscalco di Enrico II Plantageneto, Ranulf de Glanville, interrogato sui motivi della grande debolezza dei re di Francia verso i duchi normanni, rispondeva adducendo le guerre che avevano un tempo "quasi distrutto" la cavalleria francese: testimoni - diceva - i racconti di Gormont e di Raoul de Cambrai(96). Certo, soprattutto su tali poemi quel grande politico aveva imparato a riflettere sulla storia. A dire il vero, la concezione che della vita esprimevano le "gesta" non faceva, sotto molti aspetti, che riflettere quella del loro pubblico: in ogni letteratura, una societ contempla sempre la propria immagine. Tuttavia, col ricordo, per mutilato che fosse, degli avvenimenti antichi, era filtrata pi di una tradizione attinta realmente al passato, e della quale, a pi riprese, incontreremo i vestigi.
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FINE Parte 1.